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Il racconto, C. Mazza Galanti

Non scappi e non resti

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Già molto basso rispetto ai suoi coetanei, di fronte al tuo metro e novanta e al tuo prossimo quintale, lo sfidante sembra davvero minuscolo: siete Davide e Golia... DI CARLO MAZZA GALANTI

di Carlo Mazza Galanti

... Tu, un giovane insegnante accolto per grazia ricevuta (e provvisoria) in un’oscura scuola media di periferia. Il piccolo Nicola Bonfiglio un nanetto pestifero e “problematico”, undici anni di pura e semplice rabbia concentrati in un metro e poco più di compressissima rivolta, ora. In altri momenti, ma solo ogni tanto, di incontenibile affetto, abbracci, baci: quel modo fastidiosamente appiccicoso che il bambino sembra aver scelto per dare un volto domestico alla sua giovane età. Difficile, in quei momenti, pensare che si tratti della stessa persona che a intervalli irregolari viene posseduta da un impronunciabile desiderio di strage. Come adesso. La sua mano stringe un sasso, lo punta verso di te, pronta a scagliare. L’insurrezione è stata improvvisa, imprevedibile, ma non priva di strategia. La distanza è calcolata bene, quella giusta per lanciare con successo: abbastanza vicino perché sia impossibile mancare il bersaglio ma non così vicino da permetterti di giocare d’anticipo. La sfida è aperta, il duello è allestito. Se avessi voglia di scherzare potresti immaginare primi piani alla Sergio Leone, una melodia sospesa sul filo della tensione.

La verità è che non hai nessuna voglia di scherzare. La tua testa frulla mille idee al secondo alla ricerca di una soluzione, della frase giusta. Sei preoccupato. Sei bloccato in mezzo al cortile della scuola in questo improbabile corpo a corpo, davanti a quella mano che stringe con convinzione un oggetto che potrebbe benissimo spaccarti la faccia e non sai più che dire, che fare, dove andare. Non hai scampo, sei esposto. Sei in balia degli eventi. Ti stupisci tu per primo di avere paura. Era una vita che non ti succedeva: quasi ne provi piacere.

Il primo giorno di lavoro, di quell’altro lavoro, in quell’altro luogo, non credevi ai tuoi occhi. La cortesia addirittura melliflua delle segretarie, la splendida biblioteca a scaffale aperto all’ultimo piano di un edificio elegantemente minimalista da cui ammirare il panorama sulla città. E quella moquette pulita, quei corridoi ovattati, quei mobili nuovi, quegli studenti silenziosi. Nella sala professori la direttrice del dipartimento ti ha mostrato il tuo spazio personale in mezzo a una parete coperta di piccoli sportelli, uno per ogni professore. Hai ammirato per qualche secondo il tuo nome stampato sulla targhetta di alluminio. Dentro: una serie di comunicazioni, la tessera per il servizio delle fotocopie (gratuito), la tessera per il servizio sanitario interno all’università (gratuito), e vari volantini informativi sulle attività sportive e culturali proposte dall’istituto a studenti e professori (gratuite). Fuori della sala professori, nel corridoio, di nuovo il tuo nome: sul muro, nel prospetto degli insegnamenti, incasellato dentro ordinate tabelle colorate accanto all’orario del ricevimento.

Nei giorni gloriosi del tuo insediamento hai avuto più volte l’impressione di esser stato scelto come beneficiario di una piccola, immotivata, celebrità. Una muta esultanza accompagnava ogni presentazione, ogni scoperta, ogni perlustrazione del funzionale quieto vivere dell’istituto. La fluidità di quella ben rodata e solida routine universitaria, della sua oculata amministrazione, il clima di reciproca fiducia, la rapidità con cui hai stabilito un contatto più che formale con colleghi, studenti e personale vario, tutto ciò ha subito cancellato qualsiasi sfumatura di rischio dal tuo ingresso nel nuovo ambiente. Fin dall’inizio ti sei sentito accolto in un quadro di protetta, sobria famigliarità. Mai avresti immaginato, a soli ventott’anni, di poterti dire ce l’ho fatta, ho trovato il mio posto nel mondo. E infatti non lo dicevi. Stentavi a riconoscere il colpaccio. Scaramanticamente, moderavi gli squilli di tromba della tua felicità. In quella prudenza – pensi adesso – già era contenuto il motivo della tua futura rinuncia.

La signora Bonfiglio indossa regolarmente una maschera di estrema, perenne spossatezza. Espressione dovuta certamente alla sua straordinaria obesità, che la donna sembra però voler caricare di meritevoli connotati morali: un generico senso di disprezzo per la dura vita che le è toccata in sorte, l’eroica dignità con cui lei sola, come suggerisce il sofferto cipiglio, ha saputo affrontare le molte, le troppe difficoltà. Eppure la famiglia Bonfiglio è forse l’unica davvero benestante in quella scuola di famiglie naufragate. Si racconta di una villa con piscina in un nuovo quartiere residenziale poco distante. Villa trasandata, pare, ma preziosamente arredata, munita di aitanti cani da guardia. Si chiacchiera di beni di lusso sporadici e appariscenti, lussi di origine sconosciuta: cosa faccia il padre Bonfiglio nella vita, nessuno l’ha ancora capito. Lo si è visto varcare il portone della scuola una volta sola, l’anno scorso, di fronte all’annuncio di una probabile bocciatura del figlio. Francesca, l’insegnante d’italiano, è uscita dall’incontro perplessa, incapace di decifrare le formule enigmatiche di quell’uomo nascosto dietro un impenetrabile sguardo bovino. Confuse giustificazioni o vuoti giri di frasi disseminati di vaghi sottintesi minatori. Scuse o minacce. Oppure scuse e minacce, contemporaneamente. Francesca non sapeva. Di fatto, il bambino si è dato una calmata.

Sei stato tu, quest’anno, a convocare la madre dopo che Nicola ha fratturato il setto nasale di una compagna. Era la prima volta che avevi a che fare direttamente con uno dei principali titolari di quel famigerato, ironico, cognome. Ne è venuto fuori un goffo monologo a due. Forzatamente bacchettone l’insegnante. La madre del tutto incapace di esprimere la minima solidarietà nei confronti di quella ragazzina con il volto rovinato. Povero Nicolino, è stato tutto ciò che la donna ha saputo replicare – ripetutamente, ostinatamente – alle tue insistenti e preoccupate proteste. La totale, infrangibile perfezione della sua parzialità ti è sembrata nascondere un qualche torbido mistero, come la traccia di un segreto inconfessabile. Soltanto quando hai agitato il solito spettro di “provvedimenti più drastici” hai avuto la debole impressione di ottenere qualcosa. Prima di congedarsi tra mille cerimonie la signora Bonfiglio ti ha pregato di consegnare al suo piccolo un sacchetto contenente una confezione di merendine, da te subito confiscata. Provvedimento necessario a evitare che il “povero Nicolino” scatenasse durante l’intervallo il solito putiferio, lanciando in fondo al cortile una dopo l’altra tutte quelle girelle che i compagni si sarebbero dovuti contendere a suon di ammucchiate, sotto lo sguardo soddisfatto del piccolo dittatore. Inutile dire che di regalarle in maniera più civile Nicolino non ne voleva sapere. Né la madre di smetterla di imbottire lo zaino del figlio di confezioni da dieci che quello non aveva nessuna voglia, né possibilità, di mangiare da solo.

L’immagine stessa della trasparenza sembrava materializzarsi nella mensa universitaria. Cristallina agorà immersa nel verde e circondata da enormi scintillanti vetrate dove professori e studenti potevano dialogare in tutta tranquillità davanti alle conifere del parco e sopra i vapori di pietanze solitamente molto più gustose di quanto il loro aspetto non lasciasse intendere. I rapporti con studenti e insegnanti sono stati la vera pietra dello scandalo. Immediatamente paritari e collaborativi tra insegnanti giovani (o addirittura, come te, alle primissime armi) e anziani. Semplici, disinibiti, privi di qualsiasi genere di piaggeria o timore reverenziale con studenti che spesso sarebbero potuti essere amici tuoi, quasi tuoi coetanei, e con i quali hai infatti presto cominciato a condividere birre, serate, partite di calcio. La sciatta prepotenza e lo sfacciato menefreghismo dei tanti professoroni conosciuti in passato, le pose da arcigni intellettuali di ex compagni diventati lacchè dei primi e improvvisamente trasformati in eleganti damerini circonfusi di una presuntuosa autorità: pensavi a tutto questo osservando studiosi di fama internazionale che entravano in aula con i loro zainetti e le scarpe da ginnastica, eternamente sorridenti, attivi sul fronte di facebook e twitter, pronti a sostenere ogni minima rivendicazione studentesca. Quelle persone, quelle di prima, parevano adesso figure bizzare di un mondo lontano ed esotico, implausibile. Prima o poi, ti dicevi, si sarebbero scollate dalla superficie della tua memoria come inutili residui di una brutta esperienza, l’ultima crosta di una vecchia cicatrice.

Nuove, più sottili ferite stavano invece per aprirsi. La felicità durò in tutto quattro anni. Una nota stonata prese a suonare ininterrottamente dal giorno che una piccola incomprensione sortì l’effetto di scatenare un profluvio di mail dipartimentali prima di giungere alla direttrice e concludersi in una sorta di processo sommario-pubblica paternale a porte chiuse nella sala dei professori. La tua incapacità di inquadrare quanto stava accadendo ti lasciò completamente interdetto. Da quel giorno le cose cambiarono, ma l’incidente non fece che dare consistenza a sensazioni che già da mesi ti sforzavi d’ignorare. La lubrificata efficienza dell’amministrazione nascondeva insidie che all’inizio non potevi sospettare. Dietro il dinamismo e la simpatia dei colleghi sembravano affacciarsi esigenze indecifrabili, solitudini vertiginose, volti dotati di una strana, glaciale, impenetrabilità. Appena usciti dallo stretto cerchio della convivialità anche gli studenti sprofondavano in un paesaggio lontano e sfocato, un complicato mosaico di zone d’ombra e divieti d’accesso di cui nulla o quasi ti era dato conoscere. E la ricerca, pure quella, segnava il passo: rivelava sempre più chiaramente la sua natura di meccanica, ordinaria corvé. L’ala leggera della simulazione cominciò a sfiorare ogni contorno di quel delicato microcosmo.

Persino gli alberi del parco ti parvero pallide e sinistre imitazioni della natura. Nuovi e imprevisti sentimenti iniziarono allora a strapparti all’esilio. Dapprima approfittasti delle molte vacanze scolastiche per tornare regolarmente a quella che senza neanche accorgertene avevi ripreso a chiamare casa. In breve, anche un fine settimana lungo ti sembrò valere la pena di un viaggio faticoso. Infine, allo scadere di un contratto rinnovabile per altri due anni, lasciasti tutto per tornare indietro. Frastornato ma contento, speranzoso, inquieto. Ricominciare da capo dopo quattro anni di assenza e superata la fatidica soglia dei trenta. Non eri il solo, ti dicevi. Eri in buona compagnia. O almeno così ti piaceva pensare.

Davide ha già vinto. Tiene in pugno la situazione come quel sasso pronto a dare forma memorabile a una violenza a lungo covata. Sostieni un confronto di sguardi le cui regole nessuno ti ha mai insegnato. Non conosci quell’ostinazione bellicosa, non la comprendi e la subisci come si subisce il vuoto chiassoso di una lingua straniera e arrabbiata. Sprofondi in quel vuoto e ci ritrovi tutto: tutte le speranze i buoni propositi i colloqui le mail le telefonate i piccoli soprusi le inutili marchette le delusioni. L’aria che respiri. Le innumerevoli minuscole sistematiche umiliazioni che si sono agglutinate in tutti questi mesi a formare strane ramificazioni, complicate concrezioni e infine una mostruosa, maestosa barriera di risentimento. Osservi questa barriera: consideri la strana serie di circostanze per cui tutto ciò ha finito col prendere l’aspetto di un bambino molto piccolo e aggressivo.

Di nuovo la percezione imbarazzante della tua debolezza. La vacuità dei tuoi buoni propositi. La tua impreparazione. Nicola Bonfiglio quasi non c’entra più. Il bambino è solo un provocatore, un emissario: l’esecutore di un ordine superiore. È pensando a questo, all’eminenza grigia che vi sovrasta entrambi, che stranamente ritrovi un briciolo di forza, uno straccio di motivazione, un’idea. Ti decidi a fare l’unica cosa che ti sembra possibile. Ti volti. Offri all’aggressore la tua parte più indifesa: indifesa ma anche offensiva, sprezzante. Ti arrendi e provochi. E cammini piano, calcolando ogni centimentro dello spazio che si allunga come in un sogno al rallentatore. Ti allontani in silenzio dal luogo del duello: orgoglioso o umiliato, superiore o inferiore, codardo o coraggioso. Non stai scappando. Non stai neanche restando. Un sasso che ti colpisce sulla nuca può fare molto male. Ti allontani rabbrividendo, la sensazione del tuo cranio scoperto che si gonfia pulsando e di un occhio che spinge come per uscire da dietro, vicino al cervello.

(La botta è infine arrivata dopo un intervallo di tempo che ti è parso interminabile. A circa un metro dal tuo corpo, sulla parete del cortile. Il sasso è rotolato per terra, accanto a una piccola scheggia d’intonaco staccata dall’impatto. Non ha avuto il coraggio di prendere la mira. Non ti ha colpito alle spalle. Hai continuato a camminare senza voltarti percependo la vibrazione che ancora insisteva nell’aria, la rabbia inespressa dello sfidante. Il grido della campanella ha infine cancellato ogni residuo di tensione: sotto un sole ormai alto gli studenti confluivano lentamente oltre la sottile linea d’ombra che separa lo spazio della ricreazione dal tempo del lavoro).



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TAGS scuola mazza galanti università

20/06/2011 13:00

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