Il segretario generale della Fisac Cgil: "Hanno retto alla crisi meglio di altri Stati. Ora occorre più attenzione all'Italia che alle proprie convenienze. Noi abbiamo presentato una vera piattaforma contrattuale unitaria" DI ENRICO GALANTINI
"Il settore bancario italiano ha retto meglio di quanto sia avvenuto in altri paesi l’urto della crisi. Lo hanno testimoniato gli stress test, che verranno ripetuti in queste settimane, che rendono abbastanza evidente come, sia per l’evoluzione realizzata in questi 10 anni, sia paradossalmente per i propri ritardi strutturali, il sistema del credito italiano si presenta nel suo complesso con una solidità, dal punto di vista patrimoniale e delle politiche verso il territorio, più forte di quanto non sia per le banche Usa o per quelle inglesi". Incontriamo
Agostino Megale, segretario generale della Fisac, per fare il punto sulla situazione del sistema del credito italiano, mentre in categoria si sta svolgendo la consultazione sulla piattaforma (unitaria) per il rinnovo del contratto nazionale di lavoro. E la prima domanda non poteva non essere sul rapporto banche-crisi.
"Questo non toglie nulla – continua Megale – all’esigenza posta dal governatore della Banca d’Italia di accelerare, anche in vista di Basilea 3, la patrimonializzazione delle banche italiane considerando, per altro, che non si tratta di un costo, poiché la stessa Banca d’Italia afferma ‘le analisi quantitative indicano che l’effetto netto sull’economia di un maggior patrimonio delle banche è positivo’. Da qui l’impulso che nei mesi scorsi ha visto banche come Intesa S.Paolo, Mps, Ubibanca, Banco popolare, adesso la Popolare di Milano, procedere a un’accelerazione dei processi di ricapitalizzazione. In ogni caso il nodo vero, per il sistema del credito italiano, è quanto le banche sono state, e quanto saranno, capaci di porsi effettivamente al servizio del paese per una politica di crescita e di sviluppo, e di attenzione all’occupazione in un ruolo che richiederebbe, da parte delle classi dirigenti in generale, e in particolare da parte di quelle delle banche italiane, più attenzione al futuro del paese che alle proprie convenienze immediate, come troppo spesso invece è stato fatto in passato".
Rassegna Recentemente Standard & Poor’s ha rivisto l’outlook per quattro tra i gruppi principali italiani, collegandolo all’eventuale crisi del sistema paese. C’è da preoccuparsi?
Megale Questo dato conferma quanto sia difficile scindere il ruolo delle grandi banche italiane dai destini del paese. Per questo sarebbe necessaria l’assunzione da parte delle grandi banche nazionali di quel ruolo dirigente a cui prima facevo riferimento. Come ricordato dal governatore Draghi nelle considerazioni finali “nel nostro paese non vi è stata una crisi bancaria”. Certo la situazione è preoccupante a partire dalla bassa crescita e dall’alto tasso di disoccupazione giovanile. Ed è preoccupante il fatto che, se non cambiano le cose, l’Italia tornerà ai tassi di crescita (già bassi) del 2007 solo nel 2015. Si tratta di aver chiaro che la Germania già in questo 2011 riprende a crescere come nel 2007: il suo dato di crescita è tre volte quello italiano e il suo tasso di disoccupazione è tornato ai livelli precrisi. Questo dice in modo netto e chiaro che non è assolutamente vero che il governo italiano abbia fatto quanto doveva per affrontare la crisi. Il ministro Tremonti è stato attento a gestire il deficit, con un rigorismo accentuato, ma siamo l’ultimo paese tra quelli dell’Ocse per il sostegno alla crescita e alle famiglie. Il risultato è che nel pieno della crisi l’Italia ha perso ogni opportunità. E questo rende più difficile uscire da questa situazione, recuperare il gap con gli altri paesi e soprattutto mettere al centro, quando parliamo di crescita, la creazione di nuoviposti di lavoro, e di posti stabili e tutelati per le nuove generazioni. Questa tendenza si può invertire, ma per farlo bisogna immaginare tassi di crescita che si collochino tra il 2 e mezzo e il 3 per cento, con un forte rilancio quindi dei consumi, un deciso sostegno alla domanda, una riforma fiscale che riduca la pressione sul lavoro e sulle imprese. Ciò richiede un cambiamento della politica economica e fiscale. Cambiamento per il quale, come Cgil, ci stiamo battendo da tempo nei confronti di un governo incapace di guardare all’interesse del paese. I risultati elettorali, prima a Torino poi nei ballottaggi a Milano e a Napoli, mi fanno dire che cambiare è possibile.
Rassegna Alle banche italiane, per crescere di più “serve più internazionalizzazione” secondo il presidente della Consob, Giuseppe Vegas, che nota come ci sia “un legame troppo stretto tra banche italiane e sistema economico italiano” e la bassa crescita del paese limita le possibilità di sviluppo del sistema bancario. Propone insomma tutta un’altra strategia...
Megale La verità è che bisogna essere capaci di entrare nell’economia globale rafforzando contemporaneamente il ruolo a livello paese, con particolare riferimento ai legami territoriali e alle azioni verso il territorio. Un tessuto come quello del credito italiano, fatto di processi di concentrazione nel decennio, ma con il mantenimento di tanti ancoraggi alla dimensione locale, presenta elementi di opportunità ma anche di qualche irrazionalità. Per tutti vale la pena di citare le cosiddette banche federali in cui, se si va a guardar bene, il termine federalismo copre una realtà di costi crescenti per l’aumento dei centri decisionali, delle direzioni locali, con sovrapposizioni di compiti e funzioni, per non parlare dei rapporti con la politica locale. Occorrerebbe puntare su un modello più semplice e lineare che abbia al centro una dimensione di efficienza ed efficacia, puntando sulle politiche di investimento verso le piccole imprese, con un’attenzione particolare alla loro crescita dimensionale, alle imprese che rinnovano e investono in ricerca, puntando di più sulle nuove generazioni per le quali bisognerebbe attivare circuiti virtuosi, nei quali si favoriscono percorsi di studio ma anche di inserimento al lavoro.
Rassegna Una delle critiche che vengono avanzate alle banche è che sono troppo attente alla finanza e meno all’economia reale. Il ministro dell’economia Giulio Tremonti chiede una regolamentazione più rigida del mercato dei derivati, la cui massa “è tornata ai livelli precrisi”. Il presidente dell’Abi si sarebbe spinto fino a chiedere un’abolizione in toto dei credit default swap sul debito sovrano che hanno incoraggiato le speculazioni sulla crisi dell’Eurozona. Il sindacato come la vede?
Megale Io la penso come Mussari. Penso che certe cose andrebbero proprio abolite. Il sistema italiano è stato meno coinvolto di altri paesi da questi prodotti, ma è bene agire per evitare questi rischi. Occorre mettere un freno netto ma occorre una politica delle stesse banche attenta all’idea di vendita di prodotti eticamente responsabili. Su questo, al congresso mondiale di Lisbona dei sindacati del credito, si è convenuto di lanciare una giornata mondiale di mobilitazione, tra tutti i lavoratori bancari del mondo, con al centro l’obiettivo di prodotti responsabili, eticamente trasparenti, per difendere i cittadini e contrastare operazioni puramente speculative. Noi abbiamo proposto che questa iniziativa si possa tenere nella giornata mondiale del risparmio, il 28 ottobre. In ogni caso il sindacato dei lavoratori del credito punta a rimettere al centro del lavoro l’etica, la difesa dei lavoratori e anche dei consumatori, contrastando per questa via l’erogazione di bonus, di incentivi, di erogazioni unilaterali delle stesse banche per la vendita di titoli spazzatura.
Rassegna È al via la fase contrattuale. Avete appena reso noto uno studio sui compensi erogati ai top manager del settore. La differenza con i salari dei lavoratori dipendenti è abissale…
Megale Vale anche qui la pena di essere molto chiari. Il decennio che abbiamo alle spalle ha visto i salari dei lavoratori dipendenti di tutti i settori restare al palo dell’inflazione. Al netto della pressione fiscale il potere d’acquisto oggi è pari a quello del 1999: dodici anni in cui la parte del lavoro dipendente si è impoverita. Lo testimoniano anche gli ultimi dati Istat che evidenziano una perdita del reddito disponibile medio intorno al 2 per cento, circa 1.300 euro all’anno in meno, con circa 15 milioni di persone a rischio di oltrepassare la soglia della povertà. Se guardiamo a quello che è avvenuto durante la crisi, vediamo che nel 2010 i salari dei lavoratori delle banche crescono come l’inflazione, dell’1,9 per cento lordo, 700 euro medi in più l’anno; mentre i compensi dei top manager del settore crescono di quattro volte e mezza l’inflazione, l’8,6 per cento, per una crescita del compenso medio di 240.000 euro l’anno. Numeri di questa natura non hanno bisogno di tanti commenti. Dicono che nella crisi le disuguaglianze aumentano e che coloro che stavano meglio prima, oggi stanno ancora meglio. Dicono che c’è una certa incoerenza in chi si è dato simili aumenti e vorrebbe andare al rinnovo del contratto senza neanche riconoscere ai lavoratori il recupero dell’inflazione. Un atteggiamento eticamente sbagliato, moralmente non corretto e socialmente ingiusto, un atteggiamento da contrastare.
Rassegna A che punto è la situazione?
Megale In questi giorni stiamo realizzando la consultazione sulla piattaforma contrattuale. Nel mese di maggio c’è stato un irrigidimento con l’Abi e una sospensione di tutta una serie di confronti aperti nelle diverse realtà, tant’è che nella consultazione chiediamo ai lavoratori il mandato, qualora l’Abi dovesse confermare di voler disdire la procedura contrattuale relativa all’accesso volontario al fondo di solidarietà, per proclamare un’iniziativa di mobilitazione e sciopero della categoria ai primi di luglio. Per noi – e questa è una valutazione che come sindacati abbiamo fatto assieme – da parte dell’Abi occorrerebbe la conferma di un modello di relazioni che in questi anni ha permesso il consolidamento del settore e anche dell’occupazione, affrontando la fase del rinnovo del contratto nazionale con la consapevolezza che esso va rinnovato e che questo va fatto in tempi non lunghi.
Rassegna È stato difficile fare una piattaforma unitaria?
Megale Abbiamo discusso per mesi. L’unità raggiunta non è formale, è un compromesso vero. Gli obiettivi centrali posti nella piattaforma puntano a una valorizzazione del lavoro e della sua dignità e a un rilancio vero del settore con il recupero e la tutela del potere d’acquisto dei salari dall’inflazione reale, un vero e proprio piano del lavoro per i giovani, in cui come sindacato facciamo la scelta di prevedere nel contratto una qualifica d’inserimento professionale e in cambio chiediamo che siano rafforzati non solo i percorsi formativi ma anche le assunzioni a tempo indeterminato e un lavoro stabile e tutelato. Chiediamo anche la difesa dell’area contrattuale e un rafforzamento del secondo livello, con particolare attenzione alle professionalità e alla valorizzazione del merito.
Rassegna Oltre alla piattaforma siete riusciti anche a fare un’intesa sulle regole…
Megale Sì, l’accordo prevede che, qualora nel corso della fase finale della trattativa contrattuale dovessero insorgere divisioni, con l’obiettivo esplicito di evitare accordi separati abbiamo deciso che vi sarà una sospensione di quindici giorni della trattativa e si proverà a cercare soluzioni. Ove non vengano individuate, chi al tavolo della trattativa rappresenta almeno il 60 per cento degli iscritti certificati prosegue a trattare. A fronte del raggiungimento di un’intesa, si va alle assemblee dei lavoratori, si propone la tesi di chi è a favore e quella di chi è contrario, il voto certificato dei lavoratori vale per tutti e, se l’intesa è approvata, tutti firmano l’accordo. Questo è il nostro contributo a superare le divisioni sindacali, sapendo che esse, fin qui, sono state un valore aggiunto solo per le controparti, che il governo non ha aiutato per nulla i lavoratori e che ricostruire l’unità continua a essere un nostro obiettivo. Per quanto mi riguarda continuo a essere un irriducibile nel lavoro per ricostruire l’unità dei sindacati in Italia.
Rassegna Quello che vi divide dall’Abi è il discorso della flessibilità?
Megale Dobbiamo capirci sui termini. Le banche parlano di flessibilità e intendono precarietà. Noi diciamo invece contrattazione della flessibilità. Solo per fare un esempio: se si sperimentassero orari di lavoro già previsti dal contratto e mai attuati – che so, le nove ore al giorno per quattro giorni alla settimana a scorrimento su cinque giorni – si amplierebbe di 350- 400 ore l’anno la possibile produttività del settore. Oppure, sempre per fare un esempio, penso a modelli che favoriscano, negoziandoli, tutte le attività, che in futuro potranno riguardare le nuove generazioni, di assistenza su internet in orari non canonici. Il sindacato è disponibile alla sperimentazione, la condizione è che tutto sia negoziato e finalizzato alla buona e stabile occupazione per i giovani. L’Abi mi pare più attenta a un’idea di risparmio sui costi, tanto da non voler coprire l’inflazione, pur sapendo che è un’idea impraticabile. Mi auguro che ci ripensino in fretta.