Intervista all'economista del Pd: "Nel programma nazionale di riforme del centrosinistra c'è l'aumento dell'occupazione femminile e del grado di specializzazione produttiva. Poi una grande operazione di redistribuzione fiscale" DI ANNA AVITABILE
Un progetto politico imperniato sulla crescita al 60 per cento del tasso di occupazione delle donne in Italia, al Nord quanto al Sud, entro i prossimi dieci anni rappresenta una felice sorpresa. Tanto più se il traguardo (aumentare di tre milioni le attuali lavoratrici) è inserito in una proposta complessiva di trasformazione economico-sociale e corredato da un insieme di misure ben definite. Il “Programma nazionale di riforme” del Partito democratico prospetta appunto questo obiettivo, assieme a quello di innalzare il grado di specializzazione produttiva, come chiave per la crescita del paese. Parte da questa novità l’intervista a
Stefano Fassina, responsabile di “Economia e lavoro” nella segreteria nazionale del Pd.
Rassegna Il lavoro delle donne, troppe volte evocato in modo rituale, qui per la prima volta, mi sembra, diviene centrale per segnare una discontinuità positiva per lo sviluppo. Quali motivazioni vi hanno guidato verso questa scelta?
Fassina Si tratta innanzitutto di un obiettivo politico. Riteniamo che vi sia una domanda di partecipazione al lavoro, da parte delle donne, in larga misura soffocata da vincoli e limiti del nostro sistema istituzionale e del sistema dei servizi sia pubblici che privati. Un’opzione del genere richiede, e allo stesso tempo comporta, una serie di cambiamenti culturali, sociali, organizzativi, prospettando un’idea diversa di società, alternativa a quella della destra che, in modo più o meno esplicito ma con interventi sistematici, ripropone un modello di famiglia nella quale la donna è l’epicentro del lavoro domestico e di cura. In termini più strettamente economici, in un’economia che dovrebbe essere sempre più centrata sulla conoscenza, si vuole attivare una risorsa qualificata, rappresentata in particolare dalle giovani donne che sono mediamente più istruite dei loro coetanei maschi. Tutte le analisi dicono che il moltiplicatore della crescita economica è molto più elevato nel caso di incremento dell’occupazione femminile rispetto a quella maschile.
Rassegna Perché, prestando una minore quantità di lavoro gratuito, attivano un’occupazione aggiuntiva?
Fassina Certo, si creano altri lavori che sostituiscono almeno in parte il lavoro domestico. Ma esiste anche una dimensione qualitativa che va tenuta in conto, perché il lavoro di queste giovani donne potrà essere destinato ad attività più qualificate. Dunque si tratta di un obiettivo da porre come epicentro sul quale far convergere un ventaglio di riforme che producono trasformazioni a trecentosessanta gradi nel sistema economico e sociale, essendo caratterizzato da una notevole forza di trascinamento per riavviare lo sviluppo. Per questa ragione riteniamo che sarebbe del tutto riduttivo pensare di raggiungerlo semplicemente tramite un credito d’imposta o una detrazione fiscale destinati al lavoro femminile.
Rassegna Ci sono altre due questioni che avrebbero bisogno di cambiamenti a trecentosessanta gradi: l’amministrazione pubblica e il Mezzogiorno. Può servire a questo proposito un aneddoto, anche se banale. Per la campagna per i referendum avevo bisogno del permesso per sistemare un banchetto in piazza. Il tecnico del Comune in cui vivo, situato alle porte di Milano e popolato da circa 4.500 abitanti, mi ha spiegato che l’autorizzazione, a titolo gratuito, viene concessa normalmente solo dopo due o tre giorni dalla richiesta, che va redatta in carta intestata. Il risultato è che per questa pratica si spreca una grande quantità di tempo – il mio – e di lavoro – del tecnico – senza peraltro che l’iter burocratico sia riuscito ad accertare né la mia identità né il mio incarico politico. Questo vuol dire che per rendere più efficace ed efficiente l’attività dell’amministrazione pubblica bisogna cambiare tante cose, dalle finalità del lavoro alle leggi e procedure, no?
Fassina Non c’è dubbio che si tratta di una sfida molto complicata, che richiede cambiamenti nelle procedure, incentivi per i dipendenti, premi retributivi per i risultati, definizione di standard dei servizi, insomma una rivoluzione che purtroppo in questi tre anni non è stata neanche avviata. Una sfida male affrontata dal ministro Brunetta il quale, anziché operare perché la pubblica amministrazione diventi una grande risorsa per la crescita, tende ad avvalorare l’idea che l’amministrazione pubblica sia una zavorra, propagandando ad esempio le zone a burocrazia zero. Mi sembra che non ci sia neppure sufficiente chiarezza del danno determinato dai tagli lineari sugli stanziamenti destinati alla pubblica amministrazione, perché ridimensionare una organizzazione che funziona male significa aumentare le sue inefficienze, visto che si tagliano in modo indiscriminato sia gli sprechi che le attività ben gestite. Noi proponiamo invece, in analogia con quanto si fa per un’azienda che va ristrutturata, un vero e proprio piano industriale per ciascuna amministrazione, attraverso un lavoro sistematico e di dettaglio che può portare alla chiusura di reparti, alla dismissione di linee di attività, al potenziamento o all’introduzione di nuovi servizi. Non è un compito facile, oggettivamente, ma non credo impossibile perché ci sono idee, progetti, competenze da utilizzare.
Rassegna Anche perché altrimenti si finisce per avere procedure farraginose assieme a grandi aree di illegalità, due fenomeni fra loro anche interdipendenti, in particolare nel Mezzogiorno, dove voi affermate che gli aspetti negativi e i punti di debolezza del paese si presentano in modo amplificato.
Fassina Sì, questa contraddizione esiste. Riguardo al tema del Mezzogiorno il Pd si contraddistingue per una visione, e di conseguenza anche per misure di politica economica, che sono radicalmente diverse da quelle del governo e in particolare del ministro Tremonti. Difatti noi respingiamo una visione duale secondo cui metà d’Italia funzionerebbe, avendo bisogno solo di qualche aggiustamento al margine, mentre l’altra metà sarebbe un disastro, una vera e propria palla al piede del paese. Si tratta di un’interpretazione che i dati sconfessano in modo clamoroso perché è dimostrato che in Italia le aree più forti sono arretrate di più rispetto alle aree più deboli del paese. Difatti, nel decennio che precede la crisi, il prodotto lordo pro capite del Nord Est è diminuito, rispetto alla media europea, più di quanto sia diminuito quello del Mezzogiorno. La Lega e il governo non sembrano aver capito fino in fondo la profondità della crisi, ritenendo che per il Nord le riforme non siano necessarie, essendo sufficiente redistribuire un po’ di risorse pubbliche. Ma non è così. Questa consapevolezza sembra farsi strada anche fra i cittadini, come dimostrano gli ultimi risultati elettorali che hanno penalizzato il centro destra. Abbiamo bisogno di riforme nazionali, ovviamente ne ha bisogno in modo più acuto il Mezzogiorno, ma anche il Nord: problemi di funzionamento della Pubblica amministrazione, come tu ricordavi, ci sono anche al Nord, come anche mercati senza competizione e servizi privati inefficienti rivolti sia ai cittadini che alle imprese.
Rassegna Passiamo alla scansione temporale dell’azione di riforma. È ipotizzabile affrontare simultaneamente tutti i problemi oppure vanno individuati alcuni punti di snodo? Insomma, occorre procedere simultaneamente a un insieme di misure definite anche a livello di dettaglio, come ha fatto in Francia la Commissione Attali qualche anno fa, oppure vanno aggrediti quei pochi temi complessi di cui abbiamo parlato finora?
Fassina Credo che vadano affrontati non tutti, ma più problemi assieme, perché sono collegati fra loro e anche per una ragione di interdipendenza tra sfera politica e sfera economica. Occorre cioè fare in modo che i diversi interessi che si sono costituiti attorno a un settore da riformare debbano tutti rinunciare a qualcosa, intravvedendo nel cambiamento un’operazione equa. Se invece si procede in sequenza, anziché in parallelo, c’è il rischio che i soggetti colpiti si mettano di traverso. È un modo di procedere che Mario Monti ha definito come “disarmo bilanciato” in cui tutte le parti, sedute attorno a un tavolo, decidono di rinunciare a qualcosa.
Rassegna E magari ottenere anche qualcosa, almeno in prospettiva o in un altro ambito…
Fassina Questo è il punto, perché la rinuncia fatta oggi non sempre può offrire una contropartita immediata nello stesso ambito: se le professioni diventano più concorrenziali, il cambiamento non rende più felici gli operatori del settore, ma solo i soggetti che vorrebbero entrare. Dunque bisogna che ciascuno si convinca che si può legittimamente perseguire il proprio interesse individuale soltanto in un contesto che tiene conto dell’interesse generale, altrimenti è peggio per tutti.
Rassegna Questo però non è il sentimento più diffuso oggi…
Fassina È vero, però mi sembra che stia cambiando qualcosa. Il voto del Nord, in particolare l’arretramento della Lega, rappresenta un segnale in contro tendenza, la percezione cioè che la pratica di “ognuno per sé” non porti lontano. È una consapevolezza da rafforzare, soprattutto nelle classi dirigenti.
Rassegna Passiamo alle proposte di politica fiscale, dove la scelta del risanamento della finanza pubblica non comporta un aumento del carico fiscale complessivo ma una distribuzione diversa del suo peso.
Fassina Proponiamo di non aumentare il gettito fiscale in rapporto al Pil ma di realizzare una grande operazione di redistribuzione del suo carico all’insegna dell’equità. Bisogna sanare innanzitutto la nostra straordinaria anomalia rispetto all’Europa, costituita da un’evasione doppia rispetto alla media Ue. Non si tratta di eliminarla completamente ma di ricondurla a livelli sostenibili, sostanzialmente dimezzandola e recuperando per questa via circa 50 miliardi di gettito. In tal modo il sistema può divenire più equo, perché si può ridurre il carico fiscale sui redditi da lavoro e da impresa e aumentarlo sulle rendite.
Rassegna Nella proposta si nota la mancanza di un’imposta sulle grandi ricchezze, come quella avanzata dalla Cgil…
Fassina Non abbiamo incluso questa proposta pur avendola approfondita, per una serie di ragioni. Innanzitutto perché la ricchezza in Italia è molto concentrata nelle abitazioni (il 60 per cento della ricchezza è fatta da case, di cui il 90 per cento figurano come “prime case”). Un’altra componente è formata dai titoli di Stato che, per la dimensione del debito pubblico, non possono essere tassati. Rimangono infine le obbligazioni e le azioni. Con una patrimoniale sulle grandi ricchezze rischieremmo di mettere in atto un’operazione scarsamente equa, andando a colpire chi ha sempre pagato le tasse (la classe media che include una parte del lavoro dipendente) e lasciando fuori i detentori dei grandi patrimoni finanziari emigrati all’estero: il condono fiscale di Tremonti ha regolarizzato in pochi mesi 105 miliardi di euro, rimasti però in larga misura fuori dai confini nazionali. Noi proponiamo invece d’innalzare le imposte sui redditi da capitale al 20 per cento. Questo consentirebbe, con qualche difficoltà ma con qualche possibilità di successo, di far pagare anche i capitali collocati all’estero attraverso la trattenuta alla fonte, come previsto da alcuni trattati internazionali.
Rassegna Il Partito democratico insiste sulla necessità di sostenere la domanda interna perché possa svolgere un ruolo di motore autonomo per la crescita, sia a livello europeo che nazionale. Ma in Europa è maggioritaria un’idea diversa, no?
Fassina Non siamo soli, lanostra analisi è condivisa da tutte le forze del Partito socialista europeo. Mi pare che anche l’amministrazione Obama, pur essendo molto condizionata dai vincoli politici del Congresso, abbia messo al centro della sua politica il rafforzamento della domanda, con i sussidi per la disoccupazione e il sostegno agli investimenti nella green economy. Politiche radicalmente alternative sono invece praticate dai governi di centro destra, con in testa la Germania, nell’illusione che possano essere sostenibili nel lungo periodo. L’unica fonte di crescita dell’Europa, secondo questa visione mercantilistica, sono le esportazioni. Per renderle competitive va compresso il costo del lavoro, ridotte le spese dello Stato sociale e ripianato il bilancio pubblico. Ma qualche crepa sembra essersi aperta anche nel fronte popolare e liberale, perché il Parlamento europeo ha approvato a febbraio scorso un documento nel quale si chiede alla Commissione e al Consiglio di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie, con un’aliquota molto bassa dello 0,05 per cento, come fonte di finanziamento per gli investimenti.
Rassegna Che reazione avete avuto da Confindustria e sindacati sul vostro Programma di riforme?
Fassina I sindacati confederali sembrano essere ben consapevoli che esiste un problema di domanda e appaiono molto determinati a ottenere una riforma fiscale nella direzione che proponiamo. Anche la Confindustria condivide la necessità di un cambiamento in tema di tassazione ma si mostra ancora orientata verso un’impostazione che privilegia il lato dell’offerta, secondo cui per ritornare a crescere basterebbe liberare le imprese da una serie di vincoli sindacali e burocratici e permettere una maggiore flessibilità nell’impiego del lavoro.
Rassegna In generale, viene avvertita l’urgenza di mettere mano a un cambiamento profondo? C’è consapevolezza dei rischi che corriamo, anche perché il declino non necessariamente procede in modo lineare?
Fassina Secondo me c’è ancora poca consapevolezza della fase in cui siamo, sia nelle forze politiche che nelle forze sociali. Io penso che, per una serie di ragioni, la situazione attuale sia più difficile di quella vissuta nel 1992-93. Oggi non possiamo più svalutare per recuperare competitività, come avveniva allora. Inoltre l’ingresso del nostro paese nell’euro ha fatto venir meno nel 1992 il “rischio Italia” e i tassi d’interesse sui titoli pubblici sono scesi, allineandosi a quelli pagati per titoli analoghi di altri paesi europei. Questo ha determinato un risparmio equivalente a 4 o 5 punti di Pil delle spese per interessi, con il quale è stato possibile procedere al risanamento della finanza pubblica. Infine bisogna tener conto che allora eravamo l’unico paese dell’Europa occidentale in una situazione di crisi mentre oggi la crisi è globale e tutti stanno tentando di uscirne attraverso aggiustamenti fiscali. Per questo oggi è molto più complicato progredire nella riduzione del debito, non abbiamo forze compensative che vengono dalla crescita e ogni euro ricavato dal miglioramento dell’avanzo primario riduce la crescita di mezzo euro. Bisognerebbe essere tutti consapevoli che viviamo in un momento in cui occorre grande unità e forte disponibilità al confronto, sapendo anche rimettere in discussione acquisizioni consolidate.