Nessuno dei disegni di legge che ci hanno provato è riuscito ad arrivare in aula. Sono una fetta importante del credito italiano, ma serve più responsabilità nella gestione e maggiore trasparenza di controllo DI DAVIDE RICCARDI E NICOLA MAIOLINO
Le banche popolari godono di peculiarità dal lato della partecipazione e della governance. Esse possono riassumersi nella forma giuridica (società cooperativa); nel voto "capitario" con delega (principio "una testa un voto"); nel limite del possesso azionario (0,50% del capitale sociale con esclusione degli investitori istituzionali quali Fondi e Oicvm); nella clausola di gradimento. Alcune di queste caratteristiche ne limitano la contendibilità, riducono la capacità di finanziarsi rivolgendosi al mercato e favoriscono opacità nei meccanismi di governance.
Per contro – in particolare per quelle di dimensioni minori – le medesime caratteristiche consentono particolari legami con il territorio, impediscono scalate speculative, favoriscono una partecipazione diffusa realizzando in qualche modo una “democrazia” economica sconosciuta a istituzioni creditizie di altra forma giuridica.
Le Banche popolari rappresentano, nel loro complesso, una fetta consistente del sistema creditizio nazionale: circa 100 istituti di credito, 9.497 sportelli, 11,5 milioni di clienti con 84.500 dipendenti. I soci di queste cooperative sono circa 1.200.000. Le attività delle Banche popolari – sempre dai dati della Assopopolari – ammontano a 481 miliardi, con provvista pari a 455 miliardi, crediti per 378 e quote di mercato pari al 27% per la provvista, 24,7% per gli impieghi e 28,3% per gli sportelli.
La Banca d’Italia (nella persona del vicedirettore generale Anna Maria Tarantola, intervenuta a un convegno che si è tenuto alla metà di febbraio a Bari) ci dice che nell’ultimo decennio queste banche si sono concentrate notevolmente passando da 54 a 37 entità (il riferimento, comunque, è al numero delle sole banche popolari, non allargato alle spa controllate) e contestualmente le quote di mercato sono passate dal 16 al 21% del totale degli impieghi e dal 18 al 28% per gli sportelli.
Durante la fase più acuta della crisi le popolari hanno mediamente sostenuto meglio le economie locali: Bankitalia ci fa sapere che a fine 2010 l’aggregato degli impieghi supera il 73% dell’attivo totale (mentre è il 68% per le altre banche ) e i crediti alle imprese non finanziarie rappresentano il 55% degli impieghi contro un 38% del sistema.
Nel 2009, mentre il credito erogato dalle banche alle imprese non finanziarie calava del 6%, nelle popolari questo dato era in aumento – lieve – dello 0,5% e addirittura si registrava un tasso di crescita del credito offerto alle famiglie pari al 8,3% contro un 2,3% del sistema. Stessa dinamica si è registrata nel 2010 con incrementi dei crediti a imprese e famiglie pari rispettivamente al 4,8% e 5,2% (contro un calo dell’1,7% su imprese e un aumento dell’1,4% per le famiglie in capo alle altre banche). In questo “pezzo” di sistema del credito nazionale coesistono due segmenti ben distinti tra di loro: entità di grandi dimensioni – sotto forma di gruppi molto articolati e che contengono aziende sotto forma di spa – ed entità di piccola o piccolissima dimensione.
Al primo segmento appartengono 7 intermediari di media e grande dimensione, quotati e soggetti alle medesime “attenzioni” dei regolatori al pari dei grandi gruppi sotto forma di Spa (tra questi, Banco popolare, Ubi, Bper e Bpmi). Essi detengono circa il 16% di impieghi e depositi e il 21% degli sportelli; due di loro insieme (Banco popolare e Ubi) sono tra i primi cinque attori a livello nazionale con un attivo superiore a 120 miliardi di euro. Al segmento delle popolari più piccole si iscrivono 30 soggetti che spesso, loro sì, hanno caratteristiche più simili alle Banche di credito cooperativo e realizzano un maggior legame con territori e soci. Le differenze si iniziano ad apprezzare sul lato dei costi e della qualità del credito.
Le popolari di minori dimensioni – che teoricamente dovrebbero avere una migliore conoscenza della clientela – hanno un maggior rischio di credito: infatti l’incidenza dei crediti deteriorati sugli impieghi è passata, per le popolari non quotate, dal6,5% al 9% tra il 2008 e il 2010; il rapporto cost/income dal 61% al 66% (tra il 2007 e il 2009, con un peggioramento nel 2010), mentre il Roe è diminuito da circa il 6% al 3,3%. Le Popolari quotate hanno costi mediamente analoghi (cost/income medio del 65% a settembre 2010) anche se con differenze marcate tra di loro; migliori indici di rischiosità (crediti deteriorati/impieghi 5,3% nel 2008 contro 7,3% a giugno 2010, dati Bankitalia).
Queste banche, confrontandosi da un lato con un minor legame effettivo con le comunità locali come punto di debolezza, eludono i rischi di un troppo stretto rapporto con l’impresa locale che spesso è foriero dell’assunzione di rischi eccessivi per le “consorelle” più piccole. Da questi dati si può ben comprendere come – in entrambe le situazioni – si determini una “attenzione” particolare alla governance e al controllo di questi istituti: per i gruppi quotati gli amministratori e manager dovrebbero rispondere del loro operato a migliaia di soci divisi tra di loro e provenienti da ogni parte del paese; di fatto quindi impossibilitati ad esercitare realmente i loro diritti di soci.
Per le popolari minori, viceversa, gruppi di soci concentrati e organizzati debbono essere “soddisfatti o rimborsati” pena la rimozione di chi viene incaricato di gestire la banca. Le forze politiche – di tutte le coalizioni – si sono cimentate con proposte di revisione normativa per le popolari, senza peraltro riuscire nell’intento di portare in aula nessuna dei disegni di legge presentati in commissione. Tutte le proposte di revisione normativa tendevano a intervenire su:
• istituto del gradimento, quindi della modalità di adesione alla società cooperativa;
• voto capitario e deleghe di voto per la partecipazione alle assemblee sociali,
• superamento dei limiti al possesso azionario da parte di talune tipologie di investitori (fondi, Oicr, Fondi pensione, Oicvm, fondazioni)
• trasformazione delle banche popolari quotate in società per azioni (tradizionali o di diritto speciale)
• presenza negli organi societari (Cda, Collegio sindacale, Cds) di rappresentanti degli investitori istituzionali.
• Assemblee societarie su più luoghi collegati tra loro (videoassemblea) Alcuni statuti di Popolari hanno applicato alcune innovazioni sul versante delle deleghe, portandole da una sino a tre, e hanno consentito la tenuta delle assemblee su più siti attraverso collegamenti video. Questi strumenti hanno amplificato la partecipazione ma di fatto non hanno mutato le dinamiche precedenti.
È evidente che al tema della partecipazione è legato quello dell’organizzazione dei soci che, numero delle deleghe a parte, solo in forma organizzata possono coagulare consensi su proposte di governance alternative, e, naturalmente quello dei soci/dipendenti (presentazione di liste; inserimento di temi all’Odg delle assemblee ecc.). Le riflessioni Banca d’Italia sulle popolari sono state numerose e di alto profilo, assumendo, anche con l’ultima relazione del governatore, la necessità di intervenire sulle peculiarità di queste aziende, per aumentarne, come ha sostanzialmente richiesto anche la Ue, la contendibilità e il controllo sulla governance, affidando un ruolo maggiore agli azionisti e alle assemblee con un aumento delle deleghe intestabili.
Suggerimenti rivolti essenzialmente alle aziende quotate – in alcuni casi assimilate a istituti ritenuti “sistemici” – ma riferiti anche alle entità minori, per la necessità di adeguarne e modernizzarne la struttura. Ma il tema delle popolari conquista l’attenzione delle istituzioni e dei risparmiatori anche per le vicende che investono i gruppi maggiori. In Bper, lo scontro – quasi fisico – tra le liste per la governance aziendale che si è verificato nel corso dell’assemblea del 17 aprile.
In Bpmi, si è alle prese – dopo i rilievi della Banca d’Italia – con la ricapitalizzazione, con un’imminente riorganizzazione e una tormentata vicenda interna che coinvolge le organizzazioni sindacali e le strutture peculiari di partecipazione (l’Associazione amici della Bpmi) che determinano il controllo societario. In Ubi aumenta il capitale e continua una forte riorganizzazione con ulteriori riduzioni di personale. In Banco popolare continua una perdurante debolezza (in borsa) nonostante abbia già ricapitalizzato e stia preparando un piano industriale le cui linee fondamentali sono note da mesi.
A stralcio di queste vicende si è acceso un dibattito sui dipendenti soci che è arrivato a far teorizzare da Il Sole 24 ore “un controllo quasi totale, omogeneo e diffuso dei dipendenti-soci sulle banche”. Una riflessione forzata e, comunque, espressione di una partecipazione che non va cancellata. È vero, invece, che le stesse banche/gruppi incentivino, e addirittura organizzino, la partecipazione dei colleghi, per garantirsi uno “zoccolo” di consenso predefinito. È del tutto evidente che vi sia una diversità tra Banche popolari di diverse dimensioni e/o articolazioni.
Per quelle quotate, che si configurano come una sorta di Holding che controlla una pluralità di aziende (spa di cui posseggono spesso il 100%) secondo criteri del tutto assimilabili alle spa, si è assistito a un progressivo allontanamento sia dai principi della mutualità che dal legame – dichiarato e addirittura esibito – con le comunità locali. Siano esse con struttura più “federale” che sotto altre variabili, esiste sempre una di interessi e controllo da parte delle compagini più forti (e spesso protagoniste di veri e propri salvataggi di aziende deboli o in crisi) e la composizione delle strutture di governance (duali o monocratiche).
Le Popolari maggiori quotate (Banco popolare, Ubi, ma anche Bper e Bpmi) sono soggette alle stesse normative di vigilanza dei gruppi sotto forma di spa; debbono sottostare agli stress test richiesti alle maggiori istituzioni finanziarie (esempio Banco popolare); rientrano nelle disposizioni più recenti in tema di remunerazione dei manager e governo societario; debbono adottare sistemi di scoring del credito, requisiti patrimoniali e di liquidità al pari della banche maggiori in forma di spa.
Quindi le resistenze al cambiamento delle clausole di gradimento (è utile rammentare come in alcune popolari i dipendenti non ottengano il "gradimento" come soci ma venga incentivato l’acquisto di azioni della Banca presso cui lavorano), come quelle relative al voto capitario, celano le volontà di autoperpetuazione di manager e amministratori.
L’innalzamento cospicuo (a seconda delle varie ipotesi si passa dallo 0,5% fino al 5% per le Fondazioni e su certe proposte di legge al 10% del capitale per Fondi e Oicr) della partecipazione al capitale delle Popolari da parte dei soggetti istituzionali e la relativa partecipazione alla governance – può realizzare nelle popolari quella sorta di public company, assente nel nostro paese, se l’investitore si pone obiettivi di lungo periodo. Il dibattito in corso sulle forme di organizzazione in queste banche – liste di minoranza, presenza di sindaci o membri di Cda disoggetti istituzionali, forme di partecipazione – pur in presenza del riconoscimento che il mantenimento della specificità delle banche Popolari si ritrova nel riconoscimento più che altrove delle varie categorie di stakeholders, esclude paradossalmente i dipendenti dai processi partecipativi.
La Fisac ritiene che, laddove esistano, tali forme di partecipazione vadano salvaguardate, correggendo eventuali aspetti di esclusività della rappresentanza, così come difende il diritto di ogni dipendente a divenire socio esercitando nelle forme statutariamente previste i propri diritti di rappresentanza. Il tema delle deleghe per la partecipazione alle assemblee, connesso al voto capitario, andrebbe quindi affrontato prevedendo – insieme al loro innalzamento progressivo sino a un massimo di 3/4 deleghe per socio –, nel quadro di una revisione della normativa sul voto di lista, anche la possibilità di una presenza, autonoma dal sindacato, di esponenti espressione della componente lavoro.
Una nuova normativa che consenta un’equa ripartizione della rappresentanza tra i diversi portatori di interesse, compresi gli investitori istituzionali (che in questo caso potrebbero vedere aumentata la possibilità di detenere quote più rilevanti di capitale a titolo di stabile investimento), renderebbe possibile per quelle banche o gruppi quotati una loro possibile trasformazione. Forme societarie che consentano alle popolari maggior responsabilità della gestione e trasparenza del controllo, avvicinandole a quelle sotto forma di spa con le quali misurano le proprie strategie, in questo contesto, potrebbero ampliare quelle peculiarità del sistema cooperativo oggi sempre più lontane.