Viaggio tra le nuove leve: tra passione e difficoltà, tra nuovi mezzi di comunicazione e antichi diritti ancora in discussione. "Serve un cambiamento, bisogna fornire risposte efficaci a richieste sempre diverse" DI CHIARA CRISTILLI
Per fare il sindacalista ci vuole passione. In un contesto in cui la precarietà diffusa è condizione esistenziale,oltre che occupazionale,difendere i diritti di chi lavora è un’esperienza totalizzante. Richiede doti di intuito e sensibilità,capacità di mettersi in discussione per tentare strategie di lotta inedite e coraggiose, soprattutto quando l’attacco alla dignità del lavoro è feroce.
Da Nord a Sud i sindacalisti parlano della loro professione con emozione, sentono il bisogno di esprimersi in merito, di migliorare i propri strumenti operativi. Avvertono forte la necessità di maggiori investimenti sul territorio, cuore pulsante di un’attività che misura le proprie potenzialità nella vita di tutti i giorni. Ciò è quanto risulta da un’indagine condotta da
Rassegna Sindacale sui cambiamenti che hanno interessato il mestiere del sindacalista, contemporanei alla frammentazione del mercato del lavoro e all’emergere di nuove esigenze di rappresentanza.
Negli ultimi trent’anni l’economia ha sottomesso la politica e la società alle proprie logiche. Gli spazi della democrazia si sono gradualmente ridotti; soggetti come il sindacato sono stati pesantemente delegittimati. Affermare che nulla è più come prima è solo apparentemente scontato. Approfondendo, si riscopre la possibilità di dare un nome a ciò che avviene nella quotidianità, di individuare le innovazioni.
Tra le questioni che appaiono centrali per l’agire sindacale c’è quella della formazione. Per essere credibili, bisogna fornire risposte efficaci e immediate a richieste sempre più diversificate. Non solo in virtù di condizioni contrattuali differenti, ma in quanto frutto di identità molteplici. Occorre saper parlare ai lavoratori immigrati, utilizzare la contrattazione per offrire valide soluzioni ai giovani, alle donne, combattere per l’inclusione socio-occupazionale dei disabili, aprirsi al mondo Lgbt. Da più parti si avverte l’urgenza di un cambio di mentalità in grado di offrire a questi temi una capacità di direzione più marcata, e una maggiore autorappresentanza all’interno della Cgil.
Rispetto al passato le nuove leve del sindacato hanno meno esperienze di militanza politica alle spalle. L’assenza di politicizzazione costituisce senz’altro un vantaggio. Ciò che viene a mancare è quella preparazione culturale di base che l’impegno civile in senso lato garantiva. I delegati rimangono più isolati, scarsamente affiancati da funzionari non più in grado o nelle condizioni di trasmettere il mestiere. La dispersione delle aziende sul territorio rende molto più difficoltoso, per i funzionari, aiutare la rete dei delegati, e stabilire un rapporto più assiduo con i lavoratori stessi. Si è proiettati sulle emergenze, più che sull’elaborazione dei cambiamenti. Ecco, dunque, l’esigenza di potenziare la formazione coordinando meglio le esperienze già esistenti, e puntando sulla continuità dei corsi.
La formazione è tale se permette di ritornare alla quotidianità con accresciuta consapevolezza. Vale per i delegati, ma anche per i quadri. “Attenzione, però, a fare di questo tema un macrocontenitore cui delegare la soluzione di ogni male – avverte Edoardo Epis, responsabile dell’ufficio Formazione della Camera del lavoro di Milano –. In tal modo diverrebbe una struttura impropria, un alibi per non affrontare con lucidità questioni riguardanti un modello organizzativo che dovrebbe rispondere meglio alle esigenze tecnico-operative attuali, oltre che di preparazione sindacale”. Occorrono luoghi e occasioni di incontro, strutture più snelle e partecipative in grado di lavorare su obiettivi, che affianchino i direttivi e le attività in aula. La questione della formazione si intreccia con quella dell’informazione. Aggiornarsi sulla produzione continua di norme, ad esempio, è spesso una questione di volontà individuale. Se non si è inseriti in un percorso istruttivo articolato su più livelli, si rischia di rimanere esclusi dalla conoscenza di processi importanti. Manca una visione di insieme, occasioni più strutturate di condivisione tra le categorie.
Esistono buone pratiche. Come quelle che hanno portato la Flai e la Fillea Cgil a collaborare a una campagna contro il caporalato, che sta interessando l’intero territorio nazionale. C’è l’esperienza del sindacalismo di strada messa in atto dalla Flai nella Piana di Gioia Tauro, in Calabria, con il sostegno dello Spi. Una sinergia utile, soprattutto quando abbraccia l’idea che il lavoratore debba ricevere il sostegno della Cgil tutta, e non solo della categoria di riferimento. Dietro una singola vertenza si muovono spesso logiche internazionali che dipendono da decisioni prese fuori dai confini nazionali. A Bruxelles si stabiliscono politiche, e non solo norme, che producono effetti su tutti gli ambiti di cui il sindacato si occupa. Il governo italiano concorre a formularle, occorre guardare ad esse con attenzione. Soprattutto al Nord la Cgil si sente vicina a ciò che avviene in Europa. Ampliare gli orizzonti significa anche comprendere dove avvengono le trasformazioni. “Nella sponda sud del Mediterraneo è caduto un muro – commenta Pietro Milazzo, responsabile del dipartimento Immigrazione della Cgil Sicilia –. Ci vuole un sindacato di frontiera, che sappia cogliere e interpretare la modernità insita in questa pulsione irrefrenabile di libertà espressa dai migranti. Alle prese con la lotta per i diritti primari stiamo dando il meglio di noi”.
Rischiare è il termine più utilizzato dagli intervistati. È il mezzo che consente di entrare in sintonia con i tempi, di superare i limiti imposti dalla burocratizzazione del lavoro. Si avverte il bisogno di relazioni umane, per svolgere il proprio mestiere con successo, serenamente e in maniera appagante. C’è una coscienza diffusa circa la necessità di un cambiamento. Affinché questo possa realizzarsi occorre veicolarlo attraverso una comunicazione diversa, capace di stabilire connessioni interne, di aprirsi alla società civile. La campagna della Cgil “Giovani non più disposti a tutto”, lanciata lo scorso novembre, si è mossa in questa direzione. L’idea di estrapolare annunci di lavoro indecenti dal loro contesto, estremizzandoli, ha centrato una serie di obiettivi.
“Gruppo informatico cerca giovani laureati con il massimo dei voti e il minimo della dignità”: uno scossone in termini di linguaggio, dunque di contenuti. La manifestazione del 9 aprile, cui la Cgil ha preso parte, ha rappresentato la tappa più visibile di un processo che ha creato aggregazione. I giovani hanno riempito le piazze, si sono riconosciuti in una condizione comune, vincendo, così, l’isolamento che li intrappola. Ciò è avvenuto attraverso la costruzione di una rete di persone e di associazioni, e all’utilizzo del web quale mezzo di divulgazione immediato e non soggetto a gerarchie. Si è finalmente aperto un dibattito sulla precarietà, che non va però focalizzato solo sulla discontinuità del reddito e dell’occupazione, né solo sui giovani.
Occorre agire su tutti gli ambiti in cui la flessibilità diventa precarietà: nel rapporto tra le aziende, in quello tra il lavoratore e l’azienda, guardando, infine alle condizioni del singolo lavoratore, spesso incapace di costruire un percorso di vita autonomo. Sentirsi in bilico è condizione anche di chi un lavoro ce l’ha, ma è privo di diritti, di un reddito adeguato. La risposta è nel modello di sviluppo del paese. La Cgil è uno dei pochi soggetti in grado di affrontare questa riflessione con cognizione di causa, purché sia guidata da uno spirito confederale. Più la Cgil riesce a coinvolgere e a offrire risposte a tematiche, come quella giovanile, attraverso un’azione di proposta esterna, più sarà in grado di rinnovarsi dando vita a una rappresentanza efficace al suo interno. Per Ilaria Lani, Responsabile nazionali delle politiche Giovanili della Cgil "Rispetto a un processo ormai innescato, bisogna creare le condizioni affinché i giovani portatori di istanze abbiano la possibilità di produrre nuove esperienze di sindacato, in settori meno tradizionali".