L'economista: "Contro la crisi è stato aumentato a dismisura il debito pubblico. Ma adesso che bisogna sostenere occupazione e redditi, il debito torna sotto accusa: e la prima ad essere tagliata è la spesa per il welfare" DI ENRICO GALANTINI
"I tagli rimandati al 2013? Intanto bisognerebbe avere consapevolezza della mole enorme di tagli che è già stata fatta, a partire dal 2008, quando Tremonti fece la triennalizzazione della manovra, anticipandola. Allora vennero stabiliti 30 miliardi di tagli, una cifra devastante, praticamente l'azzeramento di tutti i fondi per le politiche sociali, creati da Prodi nel 2006". Incontriamo
Laura Pennacchi, studiosa e saggista nei campi delle scienze economiche e sociali, è stata parlamentare per tre legislature e sottosegretario, con Ciampi, al Tesoro nel primo governo Prodi.
Al centro del nostro colloquio molti temi, dalla politica economica del governo alla svolta nella governance europea, alla nuova fase della crisi mondiale. La nostra domanda d’esordio era stata su quello che fa (e quello che non fa) il governo Berlusconi, al di là delle parole (tante) del suo ministro per l’Economia. Le cose e le parole, insomma, dove le seconde irretiscono molti (troppi), anche a sinistra, e le prime colpiscono i soliti noti.
"Le conseguenze di quei tagli su enti locali e Regioni – continua Pennacchi – cominciano a sentirsi soltanto adesso: con la difficoltà estrema a chiudere i bilanci, con tanti servizi che non verranno mantenuti, con incrementi delle imposte locali. Un’azione devastante, tutta nella logica dello starving the beast, affama la bestia, dove la bestia sono le istituzioni pubbliche, soprattutto nelle loro manifestazioni decentrate. Tutto l’antimercatismo di Tremonti, la riscoperta della moralità portata avanti da
La paura e la speranza del 2008 (dove significativamente il primo sostantivo è la paura, non certo la speranza…) tutto ciò convive con un neoliberismo populistico molto forte, rispetto a cui non c’è stata nessuna conversione da parte di Tremonti".
Rassegna E il rinvio dei tagli di oggi, anzi, di domani?
Pennacchi Il fatto che i tagli che vengono ora annunciati vengano contestualmente rinviati nel grosso (una parte verranno comunque fatti subito) al 2013, è dovuto al fatto che evidentemente pensano che, se li facessero ora, quei 40 miliardi di tagli, perderebbero di sicuro le prossime elezioni. Per evitare di perderle li rinviano. Ma la cosa ancora più grave è stata sposare in toto questa filosofia neoliberista che ha spostato tutto sul mercato e sulla famiglia, che viene abbandonata a se stessa. E poi c’è questa riscoperta da parte di Tremonti della
Big Society, come ha fatto del resto anche Sacconi, che però è un comunitarismo endogamico esclusivo, un comunitarismo angusto, ristretto, entropico, identitario nel senso proprio di identificazione contro gli altri, che sono esterni alla comunità. Tutto questo convive con l’inazione del governo dal punto di vista del progetto, delle politiche industriali, delle politiche per il Sud, delle politiche territoriali, delle politiche sociali.
Rassegna Una bella contraddizione tra chi a parole si dice contro il mercatismo, per la riscoperta del pubblico, della politica, ma poi fa il contrario di quello che dice…
Pennacchi Io non ho mai creduto a questa conversione. Già nel 2008 avevo scritto un libro –
Per la moralità del welfare. Contro il neoliberismo populista – in cui denunciavo il fatto che il neoliberismo non è mai esistito in forme “pure”, tant’è vero che uno degli inventori del neoliberismo è Pinochet, il dittatore sanguinario cileno, che lo combinava con l’uso violento delle istituzioni. La combinazione di Tremonti vede convivere il neoliberismo con molto decisionismo colbertiano, neomercantilista, però con uno spirito pro business, tant’è vero che avevano rilanciato il ponte sullo stretto e lo stesso nucleare (che adesso fingono di lasciare solo per far annullare il referendum). Ma tutte queste contraddizioni erano già evidenti all’atto dell’insediamento di questo governo. E ne vediamo le conseguenze: l’Italia è il paese che cresce meno. E anche nella definizione della governance europea, Tremonti non ha combattuto minimamente perché l’impostazione di ortodossia monetarista e neoliberista che si è affermata non venisse adottata. E quindi adesso dobbiamo farci i conti.
Rassegna Ecco, perché a livello europeo c’è da registrare un passo avanti sulla governance, ma nella direzione politica sbagliata, cioè a destra...
Pennacchi Dal punto di vista del coordinamento c’è un grande passo in avanti, che potremmo definire addirittura una svolta provvidenziale, perché le politiche economiche, che prima erano totalmente scoordinate, vengono ricondotte a una rete di princìpi e di criteri unitari. Però purtroppo i contenuti di cui questo coordinamento viene riempito recano il segno della destra che oggi è al governo in tutta Europa, salvo Grecia e Spagna, e in particolare delle visioni molto miopi e anguste della Merkel e della Germania, che ha imposto a tutti i paesi europei questa nefasta linea restrittiva.
Rassegna Con una grande subalternità culturale e politica…
Pennacchi Non direi, la Merkel è un esponente conservatore che applica una visione spuria – anche lei – del neoliberismo, ma lo fa in modo molto conseguente. Per loro non è subalternità, è la loro ortodossia. È la visione della destra che si afferma. Semmai di subalternità dovremmo parlare per chi, a sinistra, non contrasta efficacemente questo tipo di indirizzo.
Rassegna Parlavo di subalternità per dire che, essendo la crisi nata fuori dall’Europa ma avendo penalizzato soprattutto l’Europa, ora l’Europa pensa di uscirne penalizzando ancora una volta se stessa…
Pennacchi Per l’Europa siamo di fronte a un duplice paradosso. Il debito pubblico è aumentato enormemente perché gli Stati hanno salvato il mondo dal collasso salvando il sistema bancario e finanziario internazionale. E adesso che i due grandi problemi di questa fase sono la
jobless recovery, da una parte, e l’epicentro della crisi che si sposta in Europa, dall’altra; adesso che bisognerebbe sostenere i livelli occupazionali, sostenere i redditi dei ceti medi che sono stati molto colpiti, adesso l’intervento pubblico viene osteggiato tornando a un’ortodossia monetarista pregiudizialmente ostile alla spesa pubblica, dunque all’intervento pubblico in quanto tale. Il secondo paradosso è legato al primo. Quando si attacca la spesa pubblica, la prima a essere aggredita è la spesa per la protezione sociale. E questo è un paradosso terribile. La crisi, soprattutto nel suo primo periodo, ha dimostrato l’enorme superiorità del modello sociale europeo: l’Argentina ha dovuto nazionalizzare i dieci fondi pensione privati con i quali nel 1994 aveva privatizzato la sua
social security pubblica, perché con il collasso dei mercati finanziari, se non avesse ripubblicizzato la previdenza, l’Argentina non sarebbe stata nemmeno in grado di pagare le pensioni in essere. E tanto è vera la superiorità del modello sociale europeo che Obama ha dedicato grandissime energie nel primo anno del suo mandato per cercare di dotare il popolo americano di una riforma sanitaria ispirata al modello sociale europeo. Nonostante tutto questo, le prime componenti che vengono aggredite oggi sono quelle del welfare state e probabilmente si vuole imporre quel
retrenchement del Welfare state, quella sua riduzione che non era riuscita negli anni 90 e nella prima parte degli anni 2000.
Rassegna D’altro canto il welfare viene aggredito anche quando il lavoro perde le sue caratteristiche di stabilità per diventare precariato…
Pennacchi Certo. Quando parlo di welfare parlo di un sistema indisgiungibile tra lavoro (e legislazione sul lavoro) e protezione sociale.
Rassegna Parlavi prima della sinistra e dei suoi ritardi. È un problema di basi teoriche? In fondo, da noi, liberalizzazioni e privatizzazioni sono state fatte più dalla sinistra che dalla destra, no?
Pennacchi Distinguerei tra liberalizzazioni e privatizzazioni. Le prime sono state fatte dalla sinistra e del resto, in un paese come il nostro, liberalizzare è di sinistra, tenendo conto di quanto, in mercati non liberalizzati, prevalgano le rendite e le corporazioni. Da questo punto di vista quella che la sinistra ha seguito negli anni 90 è stata una strada giusta. Meno corretta e meno lineare è stata la strada delle privatizzazioni, perché non necessariamente liberalizzare vuol dire anche privatizzare. E soprattutto privatizzare non vuol dire necessariamente liberalizzare, perché a un monopolio pubblico può seguire un oligopolio privato, come del resto è accaduto. Ma i limiti della sinistra, pensando su scala europea e occidentale, non sono stati tanto in queste specifiche politiche che sono state portate avanti, quanto in una linea più generale di assecondamento della terza via di Tony Blair, che guardava con ostilità all’intervento pubblico, anche da parte della sinistra.
Rassegna Immaginando un intervento pubblico solo regolatore…
Pennacchi Esattamente. La crisi da una parte ha dimostrato che senza gli Stati e l’intervento pubblico tutto il mondo sarebbe collassato. Ma questo avrebbe richiesto uno svecchiamento di tutti i paradigmi, un grande slancio di ideazione culturale e di progettazione su basi nuove. Però, proprio per le timidezze che aveva avuto nel suo recente passato, la sinistra è stata colta impreparata. Va comunque detto che ci sono stati tanti tentativi per rimediare. È dei primi di marzo di quest’anno un documento del partito del socialismo europeo, dal titolo
Europe in the wrong hands, l’Europa nelle mani sbagliate, dove ci si esprime nettamente contro queste politiche ostili alla spesa pubblica, restrittive, monetariste, neoliberiste e si rilancia un discorso per le politiche industriali. Un risveglio è in corso, certo bisognerebbe essere più audaci e fare i conti radicalmente con le timidezze che si sono avute. La fase che stiamo vivendo richiederebbe un rinnovamento dell’apparato categoriale e l’uso di un lessico (con tutto quello che questo porta con sé) di tipo diverso, analogo a quello che usò Kark Polanyi quando descrisse la
Great Transformation che negli anni 30, a cavallo tra le due guerre, stava investendo i paesi occidentali. Penso ce ne sia un gran bisogno soprattutto per quanto riguarda la scienza economica. Gli economisti sono rimproverabili non perché non hanno previsto la crisi, come ha loro imputato più volte sarcasticamente Tremonti – le previsioni sono sempre qualcosa di opinabile, anche se ci sono stati economisti eterodossi che la crisi l’hanno prevista, da Roubini a Stiglitz a Krugman – ma per aver costruito dei modelli che rendevano strutturalmente e a priori impossibile la crisi. Questa è la vera colpa: aver trattato i fenomeni d’instabilità come frizioni, andamenti eccentrici che poi sarebbero stati tutti neutralizzati; aver insomma espulso dall’ordine dell’intellegibile, del razionalmente indagabile, l’instabilità strutturale del capitalismo. E uso queste parole – instabilità strutturale – riferendomi soprattutto al lavoro di Keynes, di Minsky, di tutto un filone che non a caso è stato riscoperto durante la crisi.
Rassegna Tu dicevi prima che la sinistra deve ripensare le sue strategie. Quali devono essere le priorità di un programma in grado di cambiare davvero le cose?
Pennacchi Io penso che si debba riproporre l’obiettivo della piena e della buona occupazione. Accettare la
jobless recovery, come ci propongono le vestali della
mainstream economics, considerarla la nuova naturalità contro cui non si può far niente, significherebbe porre in questione lo stesso principio di legittimità del capitalismo. E significherebbe davvero che alla fine la crisi è crisi di civilizzazione, come dice Luciano Gallino. Il capitalismo non si giustifica se non crea lavoro, un po’ di lavoro. Questo porsi l’obiettivo della piena e buona occupazione implica anche tornare a ragionare sui tipi di capitalismo. Non ce n’è uno solo. Non è vero che si debba per forza convergere su uno, quello anglosassone, che è quello che ha fatto fallimento con la crisi. Questa è la prima grande priorità. La seconda è che bisogna rilanciare la crescita. La crescita deve tornare a essere una priorità assoluta. Ma mentre la si rilancia bisogna anche cambiarnenatura, qualità e struttura. E quindi pensare a un nuovo modello di sviluppo. Io considero il lavoro della Cgil in questa fase davvero pregevole. Ma vedo che anche la Cgil su questo non dice abbastanza, come se esitasse. Io penso invece che la sfida sia proprio il nuovo modello di sviluppo. Questo significa che bisogna dotarsi insieme di politiche della domanda e di politiche dell’offerta. Questa grande riscoperta di Keynes che c’è stata – e che ora viene smentita dall’ortodossia restrittiva e deflazionistica della Germania – va arricchita. Non basta il solo sostegno alla domanda. Occorre, come dicono i socialisti europei (soprattutto gli svedesi), un “Keynes plus”, e quindi anche una grande attenzione alle questioni dell’offerta. Anche perché in questa fase in alcuni settori abbiamo, soprattutto in Europa, un eccesso di capacità produttiva, il 70 per cento del totale della capacità installata. E questo, lo dico tra parentesi, è un altro dei grossi limiti che io vedo, rispetto alla giusta lotta per la difesa dei diritti che anche la Fiom ha condotto. È grave che la Fiom su questi temi – la struttura dell’offerta, gli eccessi di capacità produttiva – non si sia misurata per niente.
Rassegna Q
uesto richiama in primo piano il tema degli investimenti, di quali investimenti…
Pennacchi Abbiamo bisogno di una fase di socializzazione degli investimenti, e quindi di intervento pubblico per l’investimento. Non è un caso che Barack Obama abbia creato una banca pubblica per le infrastrutture e gli eredi della Thatcher si siano già dotati di tre banche pubbliche per sostenere lo sviluppo del Regno Unito. Nel saggio
Investing in America’s economy, un capitolo si intitola
The virtue of public investment. È un think tank democratico americano, Demos, non un gruppo di bolscevichi, a elogiare la virtù dell’investimento pubblico, soprattutto per gli investimenti a medio e lungo termine, per combattere lo short-termismo che si era affermato con la finanziarizzazione estrema dell’economia. L’intervento pubblico insomma può e deve fare ben di più che regolare: può e deve amministrare, promuovere, assecondare, indirizzare, regolare, controllare.
Rassegna Ma chi deve fare questo? Devono tornare i vecchi carrozzoni tipo Iri?
Pennacchi L’Iri è diventato un carrozzone nella fase finale: all’inizio è stato uno strumento eccezionale, non avremmo mai fatto l’industrializzazione dell’Italia senza l’Iri e l’Eni. Detto ciò, l’istituto dell’impresa a partecipazione statale ancora esiste: perché non recuperarlo? E poi c’è la Cassa depositi e prestiti. Io non lascerei tutti questi strumenti nelle mani del solo Tremonti. Si può pensare alla Cassa depositi e prestiti, si può pensare a un fondo pubblico per gli investimenti, ad agenzie per gli investimenti. Si può rilanciare la vera e propria programmazione. Perché no? Se persino Giddens, che è stato un teorico della terza via, ostile all’intervento pubblico, oggi dice che la pianificazione è ciò che ci serve se vogliamo spingere l’economia verso la riconversione alla green economy – e ha usato il termine pianificazione, ben più impegnativo che programmazione – io credo che non dobbiamo avere paura di riscoprire questo strumenti. E una cosa che si dovrebbe fare subito, a mio avviso, è un grande piano di creazione di lavoro.
Rassegna Quello che la Cgil dice da tempo, un piano per il lavoro…
Pennacchi Sì, solo che non basta evocarlo. Bisogna riempirlo di contenuti, fare i modelli econometrici, le simulazioni, come ha fatto sempre Demos nel lavoro
Back to work. A public job proposal. Ripeto: il punto di partenza deve essere quello della piena e buona occupazione, un obiettivo tutt’altro che obsoleto.