Gli "Architetti di strada", un'associazione di Bologna, lavora contro il disagio abitativo, anche dei rom. Le loro chiavi: uno staff multidisciplinare e la filosofia della sostenibilità "globale" DI PAOLA SIMONETTI
"Costruire la propria casa significa creare un luogo di pace, di calma e di sicurezza, (…) dove ci si può ritirare dal mondo e sentire battere il proprio cuore; significa creare un luogo dove non si rischia l'aggressione, un luogo di cui ci sia l'anima (…)". Oliver Marc, architetto francese contemporaneo esperto anche di psicoanalisi, ha teorizzato così la relazione profonda fra la necessità di avere un riparo e l'interiorità di noi umani. Il paradigma di un diritto, il suo, vero per ogni essere vivente del pianeta, ma che nella pratica, purtroppo, sembra trovare scadenti applicazioni.
La casa ad oggi per una moltitudine di persone rappresenta il bene più necessario e nel contempo meno accessibile nel corso anche di un'intera esistenza; per un numero sempre maggiore di cittadini è il luogo del degrado, della mancanza di dignità esistenziale, dell'isolamento e della ghettizzazione, per altri fonte di disperato supplizio economico.
LA SOFFERENZA ABITATIVA. Una vera dimora è forse il lusso più esclusivo che il quotidiano affanno nega, o fa pagare a caro prezzo a un numero sempre crescente di individui, sia per gli effetti della recessione che per una eredità di carenti politiche di settore che in Italia non hanno saputo prospettare soluzioni durature al problema della scarsità di abitazioni, così come a quello dei prezzi per acquisto ed affitto. Il sindacato degli inquilini e assegnatari, il Sunia, ha reso noto come solo nel 2009 vi sia stata una impennata degli sfratti pari al 17,5% rispetto all'anno precedente, il valore più alto degli ultimi 13 anni; le brute cifre parlano di 61.484 sfratti di cui l'84% per morosità. E le prospettive non sono incoraggianti: da qui a tre anni a perdere la casa saranno in Italia ben 50 mila anziani che vivono da soli e 30 mila giovani. Sul fronte mutui, nel 2010 i pignoramenti legati ad insolvenza sono aumentati, secondo Federconsumatori e Adusbef, del 30%: in difficoltà ci sono circa 350 mila famiglie.
GLI ARCHITETTI DI STRADA. Il "disagio abitativo" si è dunque scardinato dal solo appannaggio di mendicanti e nomadi, trasformandosi nell'emblema di una vasta emergenza sociale. Proprio da questo zoccolo duro parte l'attività di una nuova associazione bolognese, "Architetti di strada", nata "dalla volontà di voler inserire lo strumento del progetto tecnico-architettonico alle modalità con cui viene affrontato il disagio sociale".
Avvalendosi di uno staff multidisciplinare, architetti, ingegneri, urbanisti ed esperti di diritti umani, l'organizzazione vuole lavorare per creare una innovativa cultura della progettazione, ponendo al centro il concetto di "sostenibilità globale" intesa nelle sue molteplici declinazioni: economica, strutturale, ambientale, sociale, con la capacità di sviluppare il senso di appartenenza dei luoghi e il senso di cura", così come una nuova concezione di "cittadinanza", legata al diritto di non essere isolati, privi di contatto con la comunità locale e di servizi fondamentali.
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Le cose possono funzionare nelle città – spiega Elena Vincenzi, di "Architetti di Strada"- solo se questa visione viene accettata e applicata concretamente, portando benefici a tutti i cittadini, non ad una sola categoria. Per farlo occorre che le figure progettuali e tecniche vengano coinvolte dai primi passi della progettazione e non alla fine, instaurando un dialogo proficuo con tutti gli altri attori coinvolti. Occorre capovolgere il processo e lavorare con un approccio generale insieme ad associazioni, istituzioni e chi queste strutture dovrà gestirle".
L'"ABITARE ROM". Uno degli obiettivi più ambiziosi e urgenti che vede all'orizzonte l'organizzazione è il contributo al capitolo emergenziale delle popolazioni nomadi, con il progetto pilota "Abitare rom", per la realizzazione di abitazioni che rispondano alle loro particolari esigenze. "Nel caso di queste popolazioni non si tratta di semplice disagio abitativo – prosegue Vincenzi – ma di un bisogno abitativo che non ha ricevuto o non riceve un ascolto raffinato". Secondo l'architetto uno dei nodi critici, nel caso dei rom, è proprio la mancanza di dialogo: "Da un lato, il problema degli insediamenti rom viene visto solo in termini di conflitto, dall'altro, loro si sentono discriminati – prosegue Vincenzi – In questo modo non si riuscirà mai a stabilire uno scambio ed è per questo che si arriva a situazioni di emergenza di cui si parla solo in termini di sgombero; una anti-soluzione, che sposta il problema solo da un luogo all'altro".
LE ESIGENZE DEI ROM. Sul territorio bolognese le emergenze si traducono, secondo Vincenzi, in due ordini di problemi: "Uno legato alle famiglie sinti che sono in Italia da diversi anni e che hanno acquistato appezzamenti di terreni dove si sono installati con le loro roulotte, e poi ci sono i rom che vanno e vengono dal Paese di origine, che non hanno un posto dove stare, vivono alla giornata e sono quelli che vengono sgomberati. Nel primo caso – spiega Vincenzi-, il problema è di tipo normativo visto che i terreni agricoli acquistati dai sinti non sono edificabili, nel secondo, invece, si tratta di un problema di sopravvivenza: dato che queste persone non hanno ancora iniziato l'insediamento è necessario passare attraverso modelli abitativi intermedi con un processo di accompagnamento e la realizzazione di aree che rispondano alle loro esigenze". Benché ancora solo abbozzato, il progetto sta vedendo una prima fase interlocutoria con l'avvio di incontri e contatti con costruttori, imprese edili, produttori di materiali, istituzioni e le persone che poi potranno usufruire di queste strutture.
LE RISORSE "ALTERNATIVE". Nel drammatico contesto di pesanti tagli pubblici, il capitolo dei finanziamenti al progetto non è di poco conto. Per questo l'associazione si è detta interessata al coinvolgimento di investitori anche privati. Tuttavia, il capitolo delle risorse non può essere identificato solo con una dimensione monetaria: "Riteniamo che, soprattutto nel caso dei rom una soluzione potrebbe essere quella del recupero delle loro competenze edilizie o artigianali, da veicolare sull'autocostruzione – aggiunge Elena Vincenzi-, una strada per risparmiare, ma anche per sviluppare il loro senso di appartenenza. Accanto anche la strada della riqualificazione di luoghi abbandonati o degradati, ricettacolo di criminalità e fonte di spreco per l'amministrazione. In questo modo le perdite si trasformano in risorse".