Un attentato al mese contro i giornalisti che hanno rotto il silenzio sulla 'ndrangheta e il suo sistema di potere. "Non parlare di Rosarno. Lavati la bocca se non vuoi passare dei guai. Non scrivere una riga" DI DANIELA BINELLO
Non parlare di Rosarno. Lavati la bocca se non vuoi passare dei guai. Non scrivere una riga sulla rivolta degli extracomunitari che ha provocato più di ottanta feriti. Non dire niente dei neri disperati che tentavano di sfuggire alle spedizioni punitive. Guai a te se riferisci del sospetto che a fomentare la caccia dei bianchi contro i neri fossero i clan. Se pubblichi qualcosa ti facciamo arrivare la lettera di morte.
A Michele Albanese, 48 anni, cronista del Quotidiano della Calabria, la lettera minatoria è arrivata puntualmente. L'ha ricevuta il direttore, Matteo Cosenza, il 28 gennaio del 2010: "Dite ad Albanese di smetterla di scrivere su Rosarno". E giù una croce da morto sul nome di Michele. A
Filippo Cutrupi, corrispondente da Reggio Calabria dei quotidiani
La Stampa,
Il Giornale e
Quotidiano Nazionale, arriva invece, a casa della sorella, il ritaglio di un suo articolo con una croce e un avvertimento sulla sua firma: "Non scrivere più che la 'ndrangheta attacca lo Stato". Quel ritaglio è la cronaca, firmata da Cutrupi, con la descrizione dell'attentato contro il portone della Procura Generale che Il Giornale aveva pubblicato il 4 gennaio del 2010.
Una bomba dal forte valore simbolico, avevano commentato gli inquirenti. Filippo aveva scritto anche di un possibile raduno mafioso all'origine della decisione di fare un botto così eclatante: "Quando venne ucciso Franco Fortugno – commenta il giornalista – fui l'unico a dire nel mio articolo del giorno dopo chi poteva essere il mandante dell'omicidio. Una circostanza che avrebbe potuto espormi molto più di quel pezzo di cronaca sulla bomba contro il portone della Procura Generale. Ma allora vuol dire che qualcosa è cambiato. In peggio".
Al ritmo di uno al mese, intanto, continuano gli attentati contro i giornalisti calabresi. Il 4 febbraio del 2010 viene fatta saltare una macchina. Antonino Monteleone, che all'epoca era un blogger di 26 anni che indagava sul giro di lavanderie del boss De Stefano a Reggio Calabria, si accorge che lo stanno seguendo mentre sta per parcheggiare sotto casa. Fa velocemente retromarcia e rincasa alla svelta. Passano pochi minuti ed ecco che un'esplosione lacera l'aria. Antonino corre alla finestra. La sua auto è avvolta dalle fiamme e il cofano se n'è volato via.
Da quest'anno, Monteleone lavora nella redazione romana di Exit, il talk show d'attualità condotto da Ilaria D'Amico su La7. È un lavoro migliore per Antonino, che non abita più a Reggio Calabria, e le inchieste, anche se da Roma, le fa lo stesso. Ma in Calabria le minacce non finiscono mai. Il 22 febbraio del 2010 vengono recapitate tre pallottole in una busta all'ufficio di corrispondenza di Reggio dove lavora per
La Repubblica e per
Il Quotidiano della Calabria il cronista di giudiziaria
Giuseppe Baldessarro. C'è una scritta a mano sul ritaglio di un suo articolo del 19 febbraio che dice così: "Andare oltre significa la morte". "In quei mesi – spiega il giornalista – ho coperto tutti i processi più importanti per i quali è impegnata l'antimafia, compreso quello che ha fatto luce
sulla strage di Duisburg e la faida di San Luca. Avevo scritto anche della bomba esplosa davanti alla Procura il 3 gennaio del 2010 e dell'auto-arsenale fatta ritrovare il giorno della visita del Presidente della Repubblica. Però avevo scritto anche di Rosarno. Quindi ci sono varie piste per tentare di capire a chi ho dato più fastidio".
Ma su quel ritaglio con la cronaca giudiziaria del 19 febbraio, che riguardava una delle udienze del processo "Onorata sanità", emerge che Baldessarro aveva citato il nome di Domenico Crea come presunto mandante dell'omicidio Fortugno. E sono riportate le dichiarazioni di Giuseppe Bova, l'allora presidente del Consiglio regionale calabrese, che parla del possibile appoggio elettorale ottenuto da Domenico Crea nel 2005 da alcune cosche della costa ionica.
Il 29 dicembre del 2009, invece, viene presa di mira l'auto di Angela Corica, crivellata con cinque colpi di pistola. La venticinquenne corrispondente da Cinquefrondi di
Calabria Ora abita in quel paesino della piana di Gioia Tauro e sta indagando sulla raccolta differenziata che dovrebbe essere trattata a norma di legge nell'isola ecologica di contrada Gunnari, che sorge nell'area di una ex scuola comunale. Angela aveva scritto che si trattava di una discarica a cielo aperto, senza recinzioni o norme di sicurezza. Una terra di nessuno dove chiunque poteva entrare e bruciare quello che voleva, nonostante il fatto che alla cooperativa che gestiva la discarica andassero fior di quattrini dalla Regione Calabria. Ma qualcosa, a Cinquefrondi, non è andato come doveva per colpa di una cronista impicciona.
L'inchiesta di Angela Corica ha alzato il livello dell'attenzione e l'isola ecologica è stata posta sotto sequestro dalla Procura di Palmi. Poi, rimessa a norma, la discarica ha ripreso a funzionare. "I miei concittadini non sapevano nulla di questa vicenda – precisa la giornalista –. Dopo la pubblicazione dei miei articoli sono crollate le adesioni alla raccolta differenziata e si è rischiato di perdere i fondi regionali. Qualche conoscente mi consigliò persino di farmi da parte e di trovarmi un altro lavoro".
Per fare informazione sulla Calabria, allora, è meglio andarsene? "Non è un caso che in questi ultimi anni i giornalisti calabresi siano stati sempre più violentemente intimiditi e minacciati – spiega Alessio Magro, 33 anni, ex caposervizio e poi a capo della redazione di
Calabria Ora quando il quotidiano era diretto da Paride Leporace –. Per la prima volta in tanti anni finalmente i riflettori si sono accesi e, in più, è nata una nuova generazione di cronisti e blogger che non sono monopolizzati dal solito sistema di potere mediatico. Queste nuove voci hanno generato una certa spinta in avanti in Calabria, anche se non si tratta di grandi redazioni o di grandi giornali".
Alessio vive a Roma ormai in pianta stabile e collabora con diverse testate, fra cui
Nuova Ecologia. Nel 2005 ha fondato insieme a Danilo Chirico, suo coetaneo e anche lui giornalista, la Onlus "daSud" che, fra le sue tante iniziative a sostegno del valore della memoria e dell'antimafia, partecipa con le sue produzioni all'archivio multimediale "Stopndrangheta.it". "Quando facevo il giornalista a Reggio Calabria – ricorda Alessio – avevo sviluppato una rete enorme di contatti in Procura e in questura, tali da farmi ritrovare in mano questioni che riguardavano la vita e gli affari di boss che non erano attivi solo in Calabria, ma in tutto il mondo. Era incredibile per me, che mi consideravo un piccolo cronista, maneggiare roba simile e divulgarla tramite un quotidiano oppure online. Le minacce, comunque, sono da mettere in conto se osi andare al di là della cronaca ufficiale, quella delle veline che ti passano alle conferenze stampa in questura".
"Da quando è arrivato a Reggio Calabria il procuratore Giuseppe Pignatone – aggiunge Danilo Chirico, che con Magro ha scritto recentemente
Il caso Valarioti (Round Robin editrice) – si sente la voglia di sferzare un colpo duro alla 'ndrangheta. Questo cambiamento ha galvanizzato un po' tutti, ma ovviamente genera fibrillazione. Ed è per questo che viene colpito l'anello debole, cioè i giornalisti".
La 'ndrangheta è la mafia più potente che ci sia in Italia, con ramificazioni e alleanze con i mammasantissima di vari altri paesi. Per un cronista che lavori in Calabria è facile prima o poi sbatterci il muso dentro. Se poi uno fa il giornalista chiamando le cose col proprio nome, rischia di diventare un bersaglio mobile. Ma il panorama editoriale calabrese è mutato, si è ampliato. Sono tre i quotidiani che si fanno concorrenza, producendo sempre più approfondimenti e inchieste. Inoltre vi sono altre decine di realtà minori, ma non per questo trascurabili, che utilizzano Internet per fare buona informazione. Le minacce ai giornalisti sono un fatto gravissimo, ma un'informazione incisiva rappresenta sicuramente un pericolo per la sopravvivenza dei clan. Non ci sono scorciatoie, bisogna trovare il coraggio e i giornalisti calabresi stanno lavorando bene in questa direzione.
IL LIBRO
Roberta Mani, 43 anni, è il caporedattore centrale delle news di Mediaset. Insieme al giornalista
Roberto Rossi, 31 anni, che cura i rapporti dell'Osservatorio "Ossigeno per l'informazione", ha condotto un'inchiesta sugli attentati ai cronisti calabresi da cui è scaturito, nel 2010, "
Avamposto, nella Calabria dei giornalisti infami" (Marsilio). Il libro, che con la gentile concessione di Roberta Mani è stato per noi una fonte significativa, indaga sui sedici casi di gravi minacce subite da altrettanti colleghi della stampa calabrese negli ultimi tre anni, con l'apice toccato l'anno scorso fra gennaio e metà marzo: tre lettere di morte, due auto fatte esplodere e una cartuccia di lupara calibro 12 (lunga quanto un pacchetto di sigarette) con su incollata la firma del giornalista Michele Inserra, 35 anni. Gliel'hanno fatta trovare all'ingresso della redazione del
Quotidiano di Calabria di Siderno, nella Locride.
IL FILM
Il 23 settembre del 1985 veniva assassinato
Giancarlo Siani. Il 26enne redattore precario del
Mattino di Napoli con le sue inchieste da Torre Annunziata aveva fatto saltare la mosca al naso alla camorra legata al clan dei Gionta e dei Nuvoletta. Recentemente il regista napoletano Maurizio Fiume ha rimontato in un dvd dal titolo "E io ti seguo" (distribuito da Koch Media per Officine Italiane) il suo film che era già uscito nelle sale. "Ho sempre pensato – ci confida Fiume – che se Siani non fosse stato ucciso probabilmente noi avremmo avuto un Roberto Saviano con 25 anni d'anticipo. Cioè, saremmo arrivati molto tempo prima alle valutazioni e alla consapevolezza che oggi abbiamo sul giro d'affari e di relazioni della camorra". Il film di Maurizio Fiume è molto particolare perché presenta tre angolazioni diverse della vicenda: il punto di vista di Giancarlo Siani, quello dei camorristi e quello, molto controverso, dei colleghi del Mattino all'epoca dell'omicidio.