Segregazione spaziale e separazione tra ambienti di vita socialmente connotati: i ricchi con i ricchi, i poveri con i poveri. Se ne discute anche in Italia. Le gated communities e i quartieri pubblici sono gli estremi di un medesimo principio
Se guardiamo da vicino al cambiamento profondo del profilo sociale ed economico di molte città italiane, se leggiamo e riflettiamo sulle parole chiave della cronaca cittadina contenute nei quotidiani locali e nelle testate nazionali, riconosciamo facilmente una progressiva assuefazione della società civile allo
spostamento progressivo di temi che un tempo si riferivano alle materie sociali e di welfare verso il registro e l’agenda degli interventi di sicurezza e di ordine pubblico. Il primo effetto paradossale di questo spostamento è che quanto più l’obiettivo è quello di ottenere un maggior controllo sociale, tanto più le politiche si orientano a contrastare l’insicurezza e la paura. Lo scriveva già George Orwell nella profezia narrata in
1984 (libro scritto nel 1949), lo ribadisce oggi Robert Castel quando illustra come, a fronte di un indebolimento delle protezioni sociali collettive che riguardano la dimensione del lavoro, della scuola, della sanità, si cercano e si propongono risposte mirate all’ordine pubblico, alla protezione cosiddetta civile anziché orientate alla sicurezza sociale (
L’insicurezza sociale. Cosa significa essere protetti?, Torino, 2004).
L’affermazione di una domanda compulsiva di sicurezza può essere dunque vista in relazione all’indebolimento di politiche centrate sul welfare.
Questa tendenza prende forma in modo sempre più leggibile entro gli spazi della città.
Osservare i caratteri e l’organizzazione spaziale dei contesti urbani si rivela uno strumento potente per comprendere i modi in cui cambiano le condizioni di cittadinanza e si riscrive l’ordine sociale, anche attraverso un ridisegno dello spazio fisico della città. A Milano alcune tendenze sembrano più marcate che altrove e una ricerca a cui abbiamo recentemente lavorato per conto del ministero francese della Pianificazione (e che è pubblicata nel volume
Milano Downtown, edito da et. al/Edizioni, 2010) mette in evidenza questi tratti. A Milano, infatti, il riferimento alla sicurezza dei cittadini è spesso assunto quale argomento per un’azione pubblica che, in nome della sicurezza, promuove ordinanze e regole che trattano il territorio “per parti”.
Lo spazio diventa così oggetto di trattamenti e di progetti che mirano a regolare e contenere le pratiche e i flussi di persone. L’identificazione di aree “a rischio” (i “quartieri del coprifuoco”) è funzionale alla definizione di ordinanze che trattano criticità e problematicità tipiche di una grande città in termini emergenziali e questo acuisce un processo di stigmatizzazione, sia pure di contesti diversi: il quartiere storico di un’area centrale o il quartiere di edilizia pubblica della periferia.
Separare, discriminare
Di segregazione spaziale, di separazione tra ambienti di vita socialmente connotati (i ricchi con i ricchi, i poveri con i poveri) si discute da qualche tempo anche in Italia. Le
gated communities da un lato e i quartieri pubblici dall’altro possono essere assunti come gli estremi opposti di un medesimo principio di separazione. Le prime riuniscono soggetti che vantano un forte potere d’acquisto e che scelgono luoghi e progetti esclusivi per vivere uno accanto all’altro, senza intrusioni impreviste, spesso distanti dalla città storica. In Italia si tratta peraltro di un fenomeno non più recente che si è manifestato già negli anni ottanta del secolo scorso. I quartieri periferici invece sono assunti come luogo di scarto, anch’essi posti a distanza dalla città consolidata, non per scelta degli abitanti, ma per volontà politica, nel tentativo di isolare e limitare i problemi che più frequentemente connotano tali insediamenti (oltre che per ragioni di convenienza legate al minor valore immobiliare delle aree su cui sorgono).
Queste sono situazioni connotate in modo molto marcato. Tuttavia la ricerca che abbiamo condotto ha messo in evidenza la necessità di osservare con maggior cura parti di città e processi di trasformazione più ordinari.
Meccanismi di separazione e distinzione tra gruppi sociali diversi, anche se in forme apparentemente più lievi, sembrano infatti caratterizzare molti dei progetti di nuove abitazioni che sono attualmente in fase di realizzazione. Nelle parole degli abitanti intervistati è nelle attese su ciò che è “intorno” al proprio alloggio che si esprime in modo evidente il desiderio di godere di alcuni vantaggi della città (la prossimità ad alcuni servizi e prodotti di qualità) e di escludere quelli che sono tipicamente considerati i costi da pagare se si vuole vivere in città (traffico e disordine indesiderati, mescolanza e varietà di persone, confusione, fastidio, rumore). Ma a emergere come veri e propri bersagli e oggetti indesiderati sono alcune componenti della società locale tanto più se queste vengono sistematicamente rappresentate (e trattate dalle politiche) secondo le sembianze e il significato di “classi pericolose”: i giovani, gli stranieri, i senzatetto, i rom.
La riduzione dello spazio pubblico
Nel disegno, nel progetto e nella gestione delle trasformazioni degli ambiti della città esistente che abbiamo preso in considerazione ricorrono interventi che tendono sistematicamente a limitare e regolare l’uso dello spazio.
Le panchine si riducono drasticamente di numero oppure vengono progettate in modo da scoraggiare la sosta. Gli spazi pubblici, aperti (i grandi parchi monumentali come gli spazi di risulta lungo un viale alberato) sono sempre più spesso recintati in modo che ne sia governato e limitato l’uso, in determinate fasce orarie o a seconda dei fruitori.
Nei luoghi dove si dispiegano i nuovi progetti urbani le soluzioni sono per certi versi più sottili, ma in piena sintonia con la tendenza a segnare una separazione tra cittadini di diversa estrazione sociale, tra usi poco compatibili e poco governabili, tra funzioni che minacciano quiete, privacy e valori immobiliari dell’edilizia residenziale che determina spesso il successo delle operazioni urbane.
A volte le recinzioni non sono neppure più necessarie: è il progetto e l’articolazione degli spazi di cui si compone il nuovo insediamento a garantire requisiti opportuni di separatezza, distanza, protezione: molti dei luoghi verdi pubblici che vengono realizzati come standard urbanistici sono disegnati e organizzati in modo tale da scoraggiarne di fatto la frequentazione. Osservati da vicino, spazi ordinari che vengono considerati standard importanti per la vita quotidiana in città sono invece spazi aperti privi di attrezzature (per il gioco dei più piccoli, per la sosta di che li percorre), progettati secondo formati mediocri, ricorrenti e monotoni.
Lo spazio della città va così riducendosi, limitando il terreno sul quale usi molteplici possono avere luogo, e nell’aspirazione a uno spazio sicuro, la forma corrispondente è quella di una superficie che si può definire piatta e liscia, priva di viscosità e dove qualsiasi uso non previsto e controverso non trova possibilità di mediazione e si traduce subito in conflitti che vengono rapidamente ricondotti a questioni di ordine pubblico. Così, nelle aspettative di chi acquista e abita i nuovi insediamenti residenziali, il prato non deve essere altro che una superficie verde omogenea, pianeggiante e ben visibile, la cui funzione è quella di tenere alla giusta distanza ogni sorta di possibile “fastidio” e di valorizzare i singoli immobili (magari dotati di “vista parco”). È su questo terreno della vita quotidiana, del funzionamento ordinario della città che le politiche urbanistiche e sociali sembrano sottrarsi a un ruolo di guida, di responsabilità e di governo, ed è proprio a questo livello che l’attore pubblico viene comunque chiamato a intervenire a valle, in quegli stessi contesti che si sono in qualche modo costruiti con un disegno e una organizzazione autonoma, e che sollevano poi una richiesta di azione pubblica che si esprime perlopiù nei termini di una domanda di ordine pubblico.
Il registro dell’insicurezza
È dunque in relazione all’affermarsi di un discorso che si esprime secondo il registro dell’insicurezza che la separazione diviene criterio guida per organizzare nuovi quartieri e nuovi progetti che sorgono in città. Come scrive Ota de Leonardis (in G. Grossi, a cura di,
I conflitti contemporanei. Contrasti, scontri e confronti nelle società del III millennio, Torino, 2008, la “distanza” tra gruppi diversi di popolazioni è divenuta una manifestazione ed espressione materiale della diseguaglianza e individui che in qualche modo si riconoscono come simili tendono a trovare sempre più il modo per costruire spazi di vita in cui la condivisione ha come corrispettivo la messa a distanza di altri che simili non sono. In questa chiave le mobilitazioni ormai frequenti dei cittadini che professano la difesa del proprio quartiere sono da osservare con attenzione: talvolta sintomo della capacità di prendersi cura della città, come bene comune; altre volte invece rivelano e confermano la tendenza diffusa ad arroccarsi in una dimensione di familiare prossimità, come fosse possibile affermare una sorta di legittima privatezza del quartiere che gli abitanti conquistano sul campo, esigendo investimenti particolari e straordinari entro i confini di una specifica area di interesse (in particolare maggiori presìdi da parte delle forze dell’ordine). Ricorre in questi casi un’attitudine difensiva che conferma una visione della città per parti, più o meno degne di nota, più o meno “sicure”.
La tendenza a intervenire sugli spazi esistenti costruendo recinti e regolando in modo sempre più restrittivo tempi e modi d’uso, così come la tendenza a progettare nuovi spazi urbani distinguendo ambiti e manufatti secondo l’omogeneità sociale o funzionale, esprimono una chiara rinuncia a intendere lo spazio pubblico come terreno di connessione, di incontro tra moltitudini e talvolta di conflitto. Ma le trasformazioni e le forme di organizzazione dello spazio che fanno leva sulla sicurezza e sulla separazione come argomento vanno molto al di là dell’estensione dell’ambito privato su quello pubblico.
Ed è importante rilevare quali sono i vari modi di organizzare le comunità che non poggiano di per sé su alcun dispositivo difensivo concreto ma che rappresentano mezzi molto più efficaci rispetto alle recinzioni e agli usi diversi che insistono in uno stesso spazio.