Il direttivo di Corso d'Italia vara il suo progetto per le relazioni industriali: accordi unitari ma in grado di articolarsi, che contengano regole universali e diritti per tutti. No alla derogabilità e attenzione ai precari. "Servono regole condivise"
Un modello unitario e omogeneo negli obiettivi ma non identico nelle sue articolazioni, regole universali e diritti certi per tutti, strumenti di articolazione solo a fronte di accordi di secondo livello, no alla derogabilità dei contratti e applicazione anche ai precari. Sono questi alcuni dei principi contenuti nella proposta formulata dalla Cgil per nuove regole della contrattazione.
Il sindacato di Corso d'Italia ha varato il suo progetto ieri sera (11 maggio) nel corso del direttivo nazionale. Il parlamentino ha dunque votato, con 77 sì, 19 no e 3 astenuti, un documento definitivo diffuso solo oggi, anche se i suoi contenuti arrivano da lontano. Se n'è cominciato a discutere, infatti, già nel settembre 2010, durante un seminario di approfondimento sulla contrattazione a Todi.
Ma veniamo ai contenuti. Innanzitutto, il sindacato pensa che vada "superato il rischio di un’ulteriore frammentazione del sistema produttivo e del mondo del lavoro" determinato dalla "pratica della derogabilità dei Contratto collettivo". I contratti colettivi, dunque, devono fissare "regole universali e diritti certi per tutti i lavoratori che fanno riferimento al loro perimetro".
Però, per assicurare "la capacità di aderire alle diverse situazioni", le categorie possono prevedere, nei rispettivi contratti, "temi e strumenti di articolazione resi esigibili solo a fronte di accordi di secondo livello". Un modello, quindi, unitario e omogeneo negli obiettivi ma non identico nelle sue articolazioni di settore.
I nuovi contratti collettivi nazionali, secondo la proposta, dovranno poi essere "meno prescrittivi e più propositivi di una contrattazione di secondo livello". Una contrattazione che però si basi sulle "reali condizioni di lavoro", fermo restando, ovviamente, il ruolo di "regolazione generale normativa ed economica del contratto nazionale".
Nei settori pubblici, inoltre, i contratti nazionali dovranno definire le materie e le risorse per la contrattazione di secondo livello, mentre, in generale dovranno essere più inclusivi. L'obiettivo è quello di "favorire la progressiva riduzione del loro numero, essere in grado di accogliere e regolare anche le forme precarie e atipiche di lavoro, tendere alla riunificazione contrattuale delle filiere produttive".
Occorre inoltre allargare, sempre a detta del sindacato guidato da Susanna Camusso, "l’esigibilità del secondo livello di contrattazione sia nel pubblico che nel privato, confermando ed estendendo i diversi livelli di azienda, di sito, di territorio o di filiera, garantendo l’estensione delle coperture contrattuali a tutto il lavoro disperso e frammentato". Per far ciò, è necessario utilizzare "tutti gli strumenti disponibili", a partire da quelli già definiti nelle esperienze contrattuali delle categorie. Bisogna inoltre "prevedere un ampliamento delle materie delegate dai Ccnl al secondo livello anche per consolidare, valorizzare e rilanciare al massimo il ruolo negoziale delle rsu", che non può essere "compresso esclusivamente sulla contrattazione del premio di risultato".
In considerazione della attuale elevata frammentazione delle imprese, infine, "occorrerà prevedere attraverso il ccnl, dove non si potesse svolgere efficacemente la contrattazione di secondo livello, un’apposita indennità sostitutiva". Quella che la Cgil vuole aprire, con questa proposta, è un stagione nuova in grado di superare "l’attuale indeterminatezza sulla rappresentatività sindacale". Il sindacato, dunque, "riconferma la propria piena disponibilità a definire una misurazione basata su un mix tra certificazione degli iscritti e voto delle rsu, che conseguentemente devono essere confermate e generalizzate quali strutture di base, unitarie ed elettive, del sindacato".
Per quanto riguarda la democrazia sindacale, invece, secondo la Cgil, "resta infine da affrontare il tema dell’esigibilità delle intese sottoscritte oltre alla loro legittimazione anche al fine della necessaria estensione
erga omnes", la cui fragilità giuridica è oggi "resa ancora più evidente dopo la stipula delle intese separate". In questo contesto "ovviamente non rientrano ipotesi di forme sanzionatorie o di limitazione del diritto di sciopero così come sancito dalla Costituzione".
Sulla democrazia e la rappresentanza il parlamentino di Corso d'Italia ha recentemente avanzato una proposta, che conferma: "E’ necessario e urgente avviare un confronto rispettoso dell’opinione di tutti, ma appare ancora a noi ineludibile la necessità di prevedere forme di verifica del consenso dei lavoratori che comprendano un voto certificato, pur con le opportune articolazioni in rapporto alle diverse caratteristiche dei vari settori produttivi e dei servizi".