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Da un'elegia la speranza di un'Italia più unita

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Dialogo con Giovanni Fontana, poliartista e autore insieme a Ennio Morricone dell'opera che ha stupito gli spettatori al concerto romano del Primo maggio. Testo e musica pensati all'unisono, riflessione su un paese ancora troppo diviso

di Maurizio Minnucci

Da un'elegia la speranza per un'Italia più unità (nella foto Ennio Morricone e Gianni Fontana) (immagini di Maurizio Minnucci)
È stato l'evento del concertone romano del Primo maggio. Quindici minuti tra musica classica e poesia, coro e orchestra alle otto e mezzo della sera, nel bel mezzo del rock di San Giovanni. All'appello dei sindacati, come sempre, hanno risposto tanti big della musica italiana. Ma l'attesa era tutta per lui, Ennio Morricone, 83 anni e un premio Oscar in bacheca. Sua la composizione per i 150 anni dell'unità, brano inedito scritto per la festa dei lavoratori. Quando arriva nel backstage, pochi minuti prima di salire sul palco, il maestro sembra quasi infastidito dalle attenzioni che pure meriterebbe. Dribbla i cronisti e s'infila velocemente, più di quanto la sua età lasci immaginare, nel camerino. Insomma, non parla con nessuno. Un messaggio, però, lo manda chiaro, affidato al presentatore Neri Marcorè: la sua "Elegia per l'Italia" vuole cancellare dal 'Va' pensiero' di Giuseppe Verdi l'ipoteca di chi l'ha adottato contro l'inno nazionale. Cioè la Lega. Ne parliamo con Giovanni Fontana, poliartista, poeta e musicista, che insieme al premio Oscar ha lavorato all'elegia, scrivendone il testo. "In tanti apprezzano Morricone per le colonne sonore dei film - chiarisce subito - ma stiamo parlando di un grande compositore contemporaneo che sa parlare a tutti, soprattutto ai giovani. Di sicuro la scelta dei sindacati di fare riferimento a lui è stata molto indovinata".

Qual è l'idea di partenza dell'elegia?

A livello compositivo ci sono riferimenti precisi: l'inno di Mameli, il 'Va' pensiero' e 'Addio, mia bella addio', una melodia molto significativa dei primi del secolo scorso. Il pezzo comincia con l'inno e l'opera di Verdi suonati insieme, l'uno affidato al coro, l'altro all'orchestra. Poi i ruoli s'invertono, con grande abilità. Non era facile intrecciare armonie di brani così diversi. Quindi arriva un momento più astratto, più leggero, che introduce la parte centrale dove c'è il testo. Alla fine riappare "Fratelli d'Italia' prima della coda tipicamente morriconiana, riconoscibilissima.

Ci spieghi meglio il senso del suo testo.

L'elegia nasce nell'antica Grecia come un componimento poetico di taglio patriottico, legato al sentimento della terra. Ripercorriamo questi 150 anni d'Italia attraverso concetti fondamentali, perché in poco spazio non potevamo certo fare la storia del Risorgimento. Ci sono citazioni, anche numeriche, come 'eran trecento a Sapri e mille i mille'. Ma in generale, nel testo si esprimono concetti legati alla memoria condivisa, come è giusto che sia in occasioni del genere. Abbiamo voluto dare un senso di speranza per il rinnovamento. Tant'è vero che le liriche finiscono con l'immagine dell'Italia 'turrita' in filigrana e una ruota alata.

Un'immagine non immediata, che significa?


Fa parte dell'iconografia classica: i francobolli con l'Italia 'turrita', appunto, rappresentata come una donna con la corona a forma di torre. Erano in serie da 5, 10, 15, 50 lire. E in filigrana c'era la ruota alata, simbolo di ripresa, di speranza, di rilancio. Attraverso questo messaggio abbiamo voluto aprire uno spiraglio, come fa anche la composizione musicale.

La piazza è uno spazio difficile, l'amplificazione e il brusio complicano le cose...

Certo, e ne abbiamo tenuto conto. Mi spiego. Abbiamo fatto già altre cose con Morricone, non ultima la celebrazione per i cento anni del futurismo al Conservatorio di Frosinone. Il testo si chiama 'Fotodinanimismo' ed è dedicato ad Antongiulio Bragaglia, che al movimento futurista ha dato un'impronta fondamentale. Il maestro lo ha musicato con coro e orchestra in maniera sapiente. Ma lì era diverso, perché le parole sono legate alla poesia sonora con i testi organizzati sulla mia vocalità e sul tessuto ritmico. In quel caso, la voce non è da attore. È una sorta di strumento, che passa dai bisbigliati ai sottovoce, dalle cose gridate a quelle frammentate ai fonemi disarticolati. Questa volta, invece, per una serie di motivi anche legati al pubblico della piazza, abbiamo scelto la modalità declamatoria, con l'attore che classicamente recita il testo.

Quindi è un lavoro particolare rispetto alla sua produzione?

Di solito faccio cose molto più sperimentali, intricate, labirintiche. Questo, invece, è testo in verso libero, legato alle rime per dare riferimenti sonori, senza eccessive complicazioni. D'altra parte era un'occasione particolare, ma non sarà l'ultima. Con il maestro replicheremo l'esperienza e stiamo già lavorando su altri due progetti musicali, uno abbastanza originale e uno di più ampio respiro.



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TAGS unità d'italia morricone primo maggio

03/05/2011 17:47

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