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L'intervista

Mamma Camusso, che vogliamo fare?

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Assunta Bonavolontà, precaria aspirante attrice, intervista il segretario generale della Cgil. La lotta per i diritti e la dignità dei giovani precari: "Mettersi tutti insieme e provare a cambiare le cose. Questa è l'unica risposta che possiamo dare"

di Maria Antonia Fama

Camusso: il nostro impegno per i precari (foto di AlonsoChisciano) (immagini di AlonsoChisciano)
Inspirare, espirare. Inspirare, espirare. Il nostro tempo è adesso. Tra poco tocca a me. Mi sudano le mani, ho un cerchio alla testa. La vita non aspetta. Tra poco tocca a me. Al call center della “Suck My Sock – Aspiriamo i calzini per il tuo uomo e i suoi piedini” avevo il turno di mattina. Finisco alle tre e piazza della Repubblica è troppo lontana. Mi conviene direttamente il Colosseo. Così ho il tempo per meditare. Comunque ormai è ufficiale, sono affetta da una grave forma di patologia cronica. Diagnosi: instabilità emotiva e psicologica. Causa: la disoccupazione. Prognosi: riservata.

Avevo provato con il dottor Pagliacci, psicologo psicoterapeuta del sé, convinta che mi avrebbe aiutata a tirare fuori uno spirito vincente. Ma la psicanalisi non è bastata. Così ho provato con lo spirito e basta, ho tentato di riconciliarmi con Dio: Padre, perdonatemi perché ho peccato. Io Assunta B., pervertita e perversa precaria, cento colpi di telefono prima di trovare un’occupazione! Ma niente, niente, niente, continuo a vagare tra un centro per l’impiego e un’agenzia interinale. Le cinque. Sento le voci, stanno arrivando. “Il nostro tempo è adesso”. La vita non aspetta. 

Tra poco tocca a me. E mentre mi sposto sul pendio verde dietro il palco, la vedo. Ed è lì che mi balena l’idea. Ma come ho fatto a non pensarci prima? Io, Assunta come la mia nonna materna, donna pia e devotissima a San Rocco, e Buonavolontà come mio padre, socialista e mangiapreti da generazioni. Cresciuta tra le lettere di San Paolo ai Corinzi e quelle di Carlo Marx a Friedrich Engels, tra Natuzza Evolo e gli Intillimani. Da piccola disegnavo Luciano Lama e Peppino Di Vittorio con l’aureola con San Pietro a sorseggiare caffè! Ma come ho fatto a non pensarci prima? Altro che psicologia spicciola e preghiere dei fedeli. 

Ecco cosa devo fare! È lì, a pochi metri da me. Adesso scavalco le transenne del retropalco e ci vado a parlare. È lei che può darmi le risposte che sto cercando! Ma quale Mamma Rai, casa mia è sempre stata Mamma Cgil. Sì, Mamma Susanna! Il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta! Ecco, mi sto avvicinando, due metri, uno (e ora cosa le chiedo?), sessanta centimetri, cinquanta, quaranta (e ora cosa le chiedo?), trenta, e… “Scusi, sa mica dov’è il bagno?”. (Ma che domanda è? Le ho dato del lei, e ai giornalisti e ai sindacalisti si dà sempre del tu. Calma, ricominciamo).

Assunta
Susanna... Posso chiamarti solo così o devo dire Segretario Generale?

Camusso Puoi chiamarmi così.

Assunta Qualche giorno fa ero al parco. Mi si avvicina un giovane metalmeccanico sulla settantina iscritto all’Anpi. Mi guarda dritto negli occhi e mi fa: Quanti anni hai? Anita Garibaldi ne aveva 28 quando è morta. Aveva già combattuto una guerra, sposato Giuseppe e fatto quattro figli. Ciao”. Vorresti per cortesia infierire raccontandomi cosa avevi già fatto tu, alla mia età?

Camusso Il mio era un tempo in cui si era giovani prima: non ci avevano ancora prolungato la giovinezza fino a 35 anni. A 19 ho cominciato ad avere i miei primi lavori, precari anche allora. Certo, nulla di paragonabile ad oggi, perché eravamo abbastanza convinti che si sarebbe trattato solo di un breve periodo della nostra vita.

Assunta Che sbadata, non mi sono presentata! Sono Assunta Buonavolontà, attrice aspirante in cerca di occupazione. Ventisei anni, brillante plurilaureata in Scienze della comunicazione, doppia lode, esperienza di studio all’estero, tre lingue e una decina di stage. Cerco annunci sul giornale, invio candidature su internet, sono iscritta a un Cpi, Centro per l’impiego, altrimenti noto come centro di permanenza infinita. Dove ho sbagliato? Oddio, non è che finirò per specializzarmi in colloqui di lavoro?

Camusso Non hai sbagliato. Una delle motivazioni della manifestazione del 9 aprile sta nel fatto che ogni giovane precario sente di vivere una condizione di solitudine e prova anche un forte senso di colpa per la sua situazione, come se fosse lui stesso incapace di arrivare dove dovrebbe. In realtà la responsabilità non è personale. Si tratta di una condizione collettiva in un paese che non è per i giovani, oltre a non essere per le donne. Il nostro è un paese che pensa di poter sottrarre a una generazione la possibilità di diventare adulti e di fare. Ed esclude soprattutto quelle come te, che hanno lauree, lodi e tanto studio alle spalle.

Assunta Io, comunque, mi sono molto formata! Ho fatto tanti stage! Più che altro ormai sono stagionata… Che poi mi viene anche un dubbio: tutti ‘sti stage non saranno mica una forma di lavoro nero alla luce del sole? Ma soprattutto, come si risolve il problema?

Camusso Io direi, piuttosto, che si tratta di lavoro gratuito alla luce del sole. Spesso non vi corrispondono né una retribuzione, né una qualche idea formativa collegata ai propri studi. Per questo la prima campagna dei “Giovani non + disposti a tutto” della Cgil ha avuto come obiettivo proprio quello di cancellare gli stage così come vengono fatti oggi. Contenuto formativo e retribuzione devono essere chiari. Però non bisogna disperare. La Regione Toscana, per esempio, sta facendo una legge che ha come oggetto di rendere trasparenti gli stage, anche nei loro aspetti economici.

Assunta Prima esisteva soltanto il lavoro, e tutt’al più potevi essere occupato o disoccupato. Le categorie erano precise. Ora invece è tutto così confuso. Puoi essere co.co.co., co.co.pro., stagista, apprendista stregone, precario. Ma non è che alla fine, sotto sotto, resti sempre un disoccupato?

Camusso Beh, l’apprendista stregone è interessante però! Le categorie che citi, tuttavia, sono diverse tra loro. Quella dell’apprendistato, se il ministro del Lavoro smettesse di peggiorarla, sarebbe una delle poche attraverso le quali poter accedere al lavoro. La moltiplicazione delle diverse tipologie è stata voluta sistematicamente da alcuni governi attraverso varie leggi per rendere impossibile la comprensione di cosa sia un rapporto di lavoro, per confondere le persone, con l’idea che ci siano i dipendenti da un lato e dall’altro queste figure più o meno autonome che nascondono in realtà lavoro subordinato. Allora bisogna fare due cose: la prima è ridurre il numero di tutte queste tipologie, che non hanno senso; la seconda è fare in modo che gli ammortizzatori sociali coprano i periodi di vuoto tra un periodo di occupazione e l’altro. Lo abbiamo detto preparando la manifestazione del 9 aprile: il lavoro può essere discontinuo, ma la vita non lo è. Poi bisogna fare un’altra cosa ancora: i giovani, e più in generale i precari (non è sempre vero che le due cose coincidono), devono sapere che i contratti nazionali parlano anche a loro. È necessario ricostruire una solidarietà e un senso di appartenenza tra i lavoratori che questa moltiplicazione di tipologie contrattuali ha rotto.

Assunta Gli unici ammortizzatori che conosco sono quelli della macchina. E a dire il vero anche vagamente. Forse bisognerebbe cominciare a pensare a forme di tutela e garanzie specifiche per chi, come me, è precario…

Camusso Il nostro sistema di ammortizzatori è ancora modellato su quello che era il giusto diritto del lavoro del passato, quando di norma si applicavano i contratti a tempo indeterminato, mentre a quelli a tempo determinato si ricorreva in casi specifici, con poche forme e generalmente per ragioni ben precise. Quindi, se c’era, la cassa integrazione riguardava tutti, e alla disoccupazione si accedeva da un periodo di occupazione. Oggi che il lavoro è sempre più breve e frammentato spesso non si arriva neanche al numero di settimane necessarie per accedere all’indennità di disoccupazione. Nonostante noi abbiamo ripetuto a questo governo in tutte le salse che la cassa integrazione in deroga doveva essere aperta anche alle collaborazioni, non c’è stato nulla da fare: si sono inventati una soluzione che ha risposto alle esigenze di pochissime persone. Allora occorre fare una vera riforma, che preveda innanzitutto un accesso più semplice ai requisiti per il sussidio, e periodi di collegamento per chi ha rapporti ripetuti e più brevi (capisco che detta così possa sembrare altro…).

Assunta D’altronde, noi pervertiti e perversi precari abbiamo solo rapporti occasionali…

Camusso Questa comunque è solo una soluzione per l’emergenza. La prospettiva non può essere il mantenimento di tutte queste forme di lavoro.

Assunta Ora che siamo entrate in confidenza, devo chiederti una cortesia personale. Per favore se ti passo al telefono zia Isolina, potresti spiegarle che non mi faranno mai l’indeterminato? Ma, soprattutto, puoi spiegare a me se c’è davvero un’alternativa al precariato o un modo per gestirlo?

Camusso Se vuoi, io ci provo a rassicurare la zia, però bisogna anche dirle che questo non basta, che anche lei dovrebbe lottare con noi perché questa situazione muti. Mettersi tutti insieme e provare a cambiare le cose, questa è l’unica risposta che possiamo dare oggi. Noto una sordità da parte del governo e delle imprese rispetto al fatto che col precariato non si va da nessuna parte. Io credo che per sopravvivere in questa stagione la prima cosa da fare sia proprio quella di uscire da una condizione di solitudine. Ma non bisogna cercare, ripeto, sensi di colpa tra i giovani: è il mondo degli adulti che non vuole che voi occupiate la scena e prendiate il loro posto. E allora bisogna progressivamente spostarli.

Assunta Certo, nel sindacato ci sono tanti lavoratori atipici, ma anche molti pensionati, che sono quasi la metà degli iscritti. Come può la Cgil parlare ai giovani senza per forza usare la K al posto del CH?

Camusso Intanto deve provarci. Molti ci chiedono come facciamo a parlare ai giovani se abbiamo tanti pensionati. Ma pensa a tua zia Isolina. Pensa a quanti giovani restano in famiglia perché non riescono a costruirsi un progetto di vita. Lo sforzo che stiamo facendo è spiegare ai pensionati – e c’è da dire che molti di loro sono assai attivi sui temi del rapporto tra le generazioni – che se offriamo la prospettiva di un avvenire stabile a voi, “liberiamo” anche loro. Ecco, in questa stagione assistiamo a una sorta di prigionia reciproca fra le generazioni. Quando si dice: “I ragazzi non se ne vanno mai”, si allude a una situazione di costrizione sia per i giovani che per le famiglie. Un pensionato non è colui che, come ci hanno fatto credere, ha sottratto diritti ad altri determinando questa situazione, ma un possibile grande alleato. Il tempo è adesso per tutti, anche per loro: il tempo di decidere che non sono tenuti a immaginarsi di essere perennemente impegnati nella ricerca di un reddito per chi vorrebbe una vita autonoma.

Assunta Finalmente, dopo un papa attore e un presidente americano nero, un segretario generale della Cgil donna! Continua a girarmi in testa una frase di Isabel Allende: “Ho sempre avuto ben chiaro che dovevo lavorare perché non esiste femminismo che si rispetti che non sia basato sull'indipendenza economica”. Cosa dobbiamo ancora fare noi femmine per non essere più una specie che il Wwf deve proteggere?

Camusso Intanto non considerarci deboli. Il discorso fatto sui giovani vale anche per noi femmine, che abbiamo introiettato un senso di colpa: eravamo il mercato del lavoro debole, dovevamo integrare il reddito familiare, non esisteva per noi la possibilità di una scelta soggettiva. La tua generazione di donne è la prima che non ha questa idea. Le giovani hanno studiato, progettato la loro vita. Non pensano di essere l’integrazione di qualcos’altro. E allora, a partire da questa soggettività propria che è fondamentale, potremmo dire anche noi: “Se non ora quando”? Ancora una volta è decisivo prendersi la scena. Non c’è femminismo, né movimento delle donne, né soggettività se non si parte dal fatto che il lavoro è una scelta e una rappresentazione di sé, e non la dipendenza da qualcuno. Anche in questo caso bisogna “spostare” un po’ di ometti però. Loro pensano di rappresentare tutto: bisogna spiegargli che rappresentano una parte.

Assunta Una volta l’operaio aveva il figlio dottore. Ora il dottore ha il figlio operaio. Anzi, precario. Io a volte ci provo, ma per quanto mi sforzi il mio futuro non lo riesco proprio a vedere. Perché con un contratto a progetto, a Susa’, ma che progetti ci vuoi fare?

Camusso Questo è il grande problema. Io credo che sia fondamentale avere uno spiraglio sul futuro. A nessuno si può mai dire che non ha speranza, perché questo deprime e non permette neanche di lottare per provare a cambiare le cose. Però occorre dire con altrettanta nettezza che il futuro si costruisce oggi. Quel 10 per cento della popolazione che possiede il 45 per cento della ricchezza dovrebbe decidersi a fare qualcosa per il paese: pagare le tasse, in proporzione al proprio reddito, e utilizzare quelle risorse per creare lavoro stabile.




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TAGS camusso cgil precariato primo maggio

29/04/2011 15:02

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