La fabbrica di Anagni (Frosinone) del gruppo indiano Dooth, con oltre mille lavoratori in cassa integrazione, è in crisi da anni. Tra annunci di riconversione e proclami politici, ogni volta si torna al punto d'inizio. Pesa il debito con le banche
Un passo avanti e uno indietro. Ogni volta torna al punto di partenza la vertenza infinita della Videocon, la fabbrica di Anagni (Frosinone) del gruppo indiano Dooth, con 1.260 lavoratori da anni in cassa integrazione. Qualche speranza si era riaccesa dopo la riunione al ministero dello Sviluppo economico del 30 marzo scorso, alimentata dalle parole del presidente della Provincia Antonello Iannarilli e del leader di Unindustria Lazio Marcello Pigliacelli. I due avevano rassicurato tutti, dando per certo l’impegno del ministro Paolo Romani nel coinvolgere l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo sul problema dei debiti degli indiani con la banca: quei 35 milioni di euro che ancora impediscono ai nuovi acquirenti di subentrare. Ma anche questa volta il banco è saltato. L’istituto di credito continua a negare la rateizzazione del passivo, nonostante assicurazioni e impegni autorevoli, e così il lieto fine è rimandato ancora una volta.
La fabbrica, autentico punto di forza dell’industria ciociara quando sfornava tv a migliaia con il marchio Videocolor (dal 1968 al 2004), vive nell’incertezza da troppo tempo. L’arrivo nel 2005 della multinazionale indiana, con relativo cambio di denominazione, le promesse di riconversione mai pienamente mantenute. Un quadro di incertezze nei confronti del quale i sindacati le hanno provate davvero tutte: scioperi a oltranza, sit-in, blocchi dell’autostrada, appelli alle istituzioni. L’ultimo accordo importante risale al marzo 2010, quando, con il benestare del governo, il gruppo asiatico finalmente s’impegna a cedere lo stabilimento a una società che lavora nel campo delle energie rinnovabili. I nuovi acquirenti sembrano pronti a investire accollandosi la maggior parte del debito, circa 80 milioni di euro. Ma la passività con Banca Intesa (quegli ulteriori 35 milioni) impedisce ancora oggi ogni mossa successiva.
“Lo scorso 14 aprile abbiamo scritto una lettera al prefetto di Frosinone chiedendo il suo intervento – spiega Silvio Campoli, segretario della Filctem provinciale –. Le cose si stanno mettendo male, sembra che sia finita anche la speranza di superare quel blocco tecnico-finanziario che prelude al fallimento”. La sigla di categoria chiede di recuperare il tempo perduto: “La riconversione nel campo delle rinnovabili sembrava l’occasione giusta, sarebbe stata una bella opportunità per tutto il territorio e avrebbe favorito l’occupazione dei cassintegrati”.
Speranze bloccate, come detto, dall’ennesimo stop alle trattative. Eppure la cifra di 35 milioni non dovrebbe essere un problema insormontabile per la banca guidata da Corrado Passera, peraltro alle prese con una ricapitalizzazione ben più onerosa, considerando che alla fine quei soldi sarebbero tornati in cassa a rate di un milione al mese per circa tre anni. Né dovrebbe essere un ostacolo eccessivo per l’azienda, che con le sue imprese sparse per il mondo può vantare un consolidato stratosferico. Sta di fatto che, al momento della decisione, l’istituto di credito è tornato alla rigidità iniziale, l’azienda all’indisponibilità, con il governo italiano (e soprattutto gli operai, sempre più sconcertati) a registrare un nuovo intoppo, senza che nessuno sappia bene se e quando questo potrà essere rimosso.