Un possibile contenzioso tra governo e tv locali complica l'assegnazione degli spazi destinati agli operatori mobili. "Un pasticcio", commenta il sindacato. "Un danno per la banda larga mobile", sottolinea Wired. Ma anche altri tagli pubblici in vista
La notizia è da seguire con attenzione, portandola fuori dalla cerchia ristretta degli specialisti. Fa parte, infatti, di quella famiglia di news che promettono di crescere, toccando questioni all’apparenza distanti le une dalle altre, ma alla fine connesse più di quanto non risalti a prima vista. Ecco di che si tratta.
Nella newsletter quotidiana di Wired, questa mattina (26 aprile) si ricorda che il governo ha stabilito di mandare all’asta i canali 61-69 delle frequenze 800 MHz mettendole a disposizione degli operatori mobili a banda larga che presenteranno le offerte più vantaggiose. È un affare dal quale il ministero del tesoro si aspetta di ricavare 2.400 milioni di euro (supponendo introiti simili a quelli dei paesi europei che già hanno concluso la vendita), ma che – oltre al vantaggio per le casse dello stato – segnerà un deciso passo in avanti nella battaglia per colmare il digital divide nel nostro paese, poiché grazie alla potenza e alla qualità di queste frequenze si potranno raggiungere luoghi attualmente non raggiunti, o raggiunti male, da internet.
L’intenzione era nota da tempo, la gara si dà per certo possa essere effettuata a settembre, il ricavo atteso è ritenuto tanto plausibile da essere stato fissato nella legge di stabilità approvata dal Parlamento non più di qualche mese fa. La notizia non è, dunque, questa. La novità sta nella decisione presa dal governo di “prelevare” le frequenze per l’asta solo dal pacchetto delle tv locali, risparmiando le emittenti nazionali che perciò, in questo passaggio fondamentale per l’innovazione del paese, non ci metterebbero nulla del proprio (per così dire, visto che parliamo di beni “comuni”) se è vero –
come nota Alessandro Longo, blogger di Wired – che il problema non si porrebbe nemmeno se ad esse fossero assegnati due multiplex in meno di quelli già acquisiti.
Le televisioni locali denunciano che, se le cose restassero così, finirebbero con l’avere meno frequenze di quelle cui hanno diritto e sarebbero costrette, per trasmettere, a comprare una costosa ospitalità sui multiplex Rai e Mediaset; annunciano perciò una dura battaglia legale, alla quale – lasciano intendere – sarebbero disposte a rinunciare solo a condizione che l’indennizzo già ipotizzato in 240 milioni di euro venisse raddoppiato: una prospettiva questa che non trova aperture da parte governativa, cosicché non è difficile prevedere un bel po’ di guai da qui a non molto.
Se le tv locali ricorreranno davvero al Tar - come minacciano oggi di fare, forti di solide ragioni giuridiche - lo scenario più probabile sarà quello del rinvio o dell’annullamento della gara. Se, invece, nonostante la minaccia giudiziaria, la gara verrà indetta lo stesso non è difficile azzardare che il prezzo delle frequenze si abbasserà per la cautela a cui gli operatori saranno indotti dall’imprevedibilità dell’esito del contenzioso.
La conclusione – afferma
Wired – è che “
comunque vada, sarà un danno allo sviluppo della banda larga mobile, che ha bisogno di quelle frequenze per aumentare la velocità reale disponibile agli utenti”. È la stessa preoccupazione del sindacato; Alessandro Genovesi – che segue questo settore per la segreteria della Slc-Cgil – auspica, infatti, che dall’asta dello “spettro libero” si venga fuori con una soluzione utile al superamento del ritardo digitale, mentre il pericolo – avverte - è di ficcarsi in un ennesimo pasticcio italiano con tutti perdenti: televisioni locali, operatori mobili, collettività.
Non finisce qui, abbiamo detto che questa è una notizia con molteplici ricadute: di esse l’ulteriore stop a un’innovazione strategica per il paese (la banda larga wireless) è la più importante ma non la sola. Ce n’è almeno un’altra da considerare, il probabile venir meno di un’entrata per il bilancio dello Stato data finora per certa; e anche qui non si tratta di circostanza da poco. Il mancato ricavo, infatti, non si tradurrà solo in un qualche pasticciato artificio contabile messo su in fretta e furia per coprire il vuoto finanziario determinatosi. Il danno sarà reale, perché
(ne avevo parlato in un post, avvertendo il rischio, ma senza ancora vederlo) quella cifra di 2.400 milioni di euro, evocata tra le entrate della legge di stabilità, è stata già (cautelativamente) accantonata dalla ragioneria generale dello Stato con il taglio del 10 per cento (che si aggiunge a quelli decisi già da prima) delle dotazioni ministeriali, con la promessa che le cifre congelate saranno rese di nuovo disponibili una volta effettuata la gara e realizzata l’entrata. Adesso che la gara è in forse e l’entità dell’introito è messa fortemente in dubbio dalle incertezze giudiziarie, si può dire – con buona pace di beni culturali, fondi per il funzionamento dell’università e della scuola, finanziamenti per la giustizia, risorse per la sicurezza del lavoro e tutto il resto – che quei tagli da momentanei e prudenziali diventeranno definitivi.
Anche se, a dire il vero,
nessuno si era illuso del contrario. Un buco da riempire si sarebbe trovato comunque.