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Da Fukushima ai subprime, gli errori li paghiamo noi

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Secondo Joseph Stiglitz crisi finanziaria e disastro nucleare giapponese sono due casi di pessima gestione del rischio. Errori di calcolo e sottovalutazione commessi da manager, mercati, industrie, che ricadono sull'intera collettività

di Anna Avitabile

wall street (immagini di flickr - by wallyg)
Un brillante contributo di Joseph Stiglitz pubblicato sul Guardian e tradotto – piuttosto approssimativamente - su Affari e Finanza di Repubblica sostiene che i due fenomeni della crisi finanziaria iniziata negli Usa nel 2008 e del disastro nucleare in Giappone, apparentemente distanti, in realtà “costituiscono una lampante lezione riguardo ai rischi e riguardo al pessimo modo in cui i mercati e le società sono in grado di gestirli”.

L’elemento comune ai due accadimenti sta nelle rassicurazioni fornite dagli esperti sull’entità del rischio e sulla loro capacità di tenerlo sotto controllo. “Gli eventi hanno dimostrato che avevano torto: non solo i rischi esistono, ma le loro conseguenze sono state di tale portata da azzerare ampiamente i presunti benefici dei sistemi che i responsabili del settore avevano propagandato”. Stiglitz spiega che tutto questo è potuto avvenire perché sia l’industria del nucleare che il mondo della finanza hanno a che fare con rischi ad alta complessità che possono determinare anche effetti negativi che si distribuiscono su larga scala. Eventi rarissimi, i cosiddetti “cigni neri”, che però cominciano a verificarsi ogni dieci anni determinando, in un pianeta iperconnesso, effetti amplificati.

Perché si valutano così male questi rischi? In realtà, sostiene il premio Nobel, disponiamo di una base empirica insufficiente per stimare gli eventi rari ma soprattutto abbiamo scarsi stimoli a tenerne conto in maniera rigorosa, dato che “un sistema che socializza le perdite e privatizza i guadagni è condannato a gestire male il rischio”.

E’ dunque questa la vera ragione che spiega il comportamento dei manager sia del sistema finanziario che dell’industria nucleare. Per chiarire questo punto Stiglitz ricorre ad alcuni dei suoi cavalli di battaglia, quali il concetto di “moral hazard” (regole che premiano comportamenti rischiosi poiché i costi associati agli eventi negativi ricadono sulla collettività) e di “agency problem” (il rapporto che intercorre fra la proprietà e l’agente, vale a dire il manager d’impresa, quando quest’ultimo persegue i propri interessi a danno di quelli proprietari o collettivi). In realtà l’intero settore finanziario abbonda di conflitti d’interesse, problemi di agenzia e di “moral hazard”. Le agenzie di rating avevano incentivi ad assegnare un buon punteggio ai titoli ad alto rischio emessi dalle stesse banche d’investimento che le finanziavano. Chi erogava mutui ipotecari non aveva alcuna conseguenza della propria irresponsabilità.

Analogamente, aggiunge Stiglitz, il settore nucleare deve la sua stessa esistenza a sussidi pubblici più o meno palesi, e non si fa carico delle sue pesanti esternalità quali lo smaltimento delle scorie o il risarcimento dei danni in caso di catastrofe. Né l’uno né l’altro settore hanno posto rimedio a queste rischiose incongruenze per effetto della spinta di potenti lobby e interessi costituiti. Si tratta delle stesse forze, conclude Stiglitz, che impediscono di affrontare seriamente il problema del riscaldamento globale e del cambiamento del clima: non si tratta di un rischio ma di una quasi certezza. “Questo, purtroppo, è l’insegnamento che viene dal disastro del Giappone che continuiamo a ignorare, a nostro stesso pericolo”.



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TAGS stiglitz fukushima crisi economica nucleare

18/04/2011 09:00

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