Penultima udienza del dibattimento per il rogo che nel 2007 causò la morte di sette operai.
I legali dell'ad tedesco Espenhahn: "L'ipotesi dolosa non esiste, significherebbe dire che è un assassino". Venerdì la sentenza della Corte d'Assise
Si avvicina il giorno della sentenza di primo grado al processo Thyssen per il
rogo che il 6 dicembre 2007 causò la morte di sette operai. Mercoledì 13 aprile a Torino si è tenuta la penultima udienza: è stata la volta delle repliche della difesa degli imputati, che termineranno nella prima mattinata di venerdì. Subito dopo, la Corte d'Assise si ritirerà in Camera di consiglio per elaborare la sentenza che dovrebbe essere emessa già nella stessa serata. L'accusa al principale imputato, l'amministratore delegato della società tedesca, Harald Espenhahn, è di omicidio volontario con dolo eventuale: per lui i pm hanno chiesto 16 anni e mezzo di reclusione.
Secondo l'avvocato della difesa, Maurizio Anglesio, "la prospettazione dei pm non trova riscontro nella realtà dei fatti". Lo riferisce Massimiliano Quirico, direttore della rivista "Sicurezza e Lavoro". Per il legale, infatti, gli operai dell'acciaieria torinese non sarebbero stati esposti a rischio di incendio: "Non lavoravano in prossimità di un punto possibile di innesco di incendio e non maneggiavano sostanze pericolose. Non vi era esposizione diretta, né pericolo per le persone". Diversa, secondo la sua tesi, la situazione dei lavoratori della squadra d'emergenza, che tuttavia avrebbe dovuto operare in un altro contesto: ovvero, con dispositivi di protezione individuale, e solo dopo che la corrente elettrica fosse stata staccata (premendo il pulsante d'emergenza) e i bocchettoni del metano chiusi.
"La propagazione dell'incendio nella fase iniziale - secondo Anglesio - non era né probabile né ipotizzabile. C'è stata una propagazione dopo 11 minuti (7 minuti secondo il pm,
ndr) dovuta al danneggiamento di un tubo flessibile, con l'esplosione dell'olio in pressione". "E corridoio e vie di fuga - prosegue l'avvocato - erano ampie e libere e consentivano un allontanamento tempestivo dei lavoratori. La specifica dinamica dell'incendio era difficilmente prevedibile. Si è verificata una sequenza estremamente complessa, esulante dalla conoscenza, dall'esperienza e dalla logica, dovuta alla concomitanza di fatti naturalistici, di struttura e comportamentali".
L'avvocato Franco Coppi, che difende l'amministratore delegato della multinazionale, ha quindi ribadito la propria convinzione che non si possa attribuire l'elemento psicologico del dolo eventuale al suo assistito. "L'agente - ha sostenuto Coppi - avrebbe dovuto accettare l'evento (in questo caso, la morte dei lavoratori) e non solo il rischio che si verificasse, pur di non rinunciare all'azione". Espenhahn, ha detto l'avvocato, "non ha agito costi quel che costi. Sostenere che ha agito con dolo, significherebbe ammettere che Espenhahn è un assassino". Sono quindi intervenuti gli avvocati Cesare Zaccone e Andrea Garaventa, anch'essi legali della ThyssenKrupp, che hanno dichiarato "l'insussistenza delle accuse prospettate dalla Procura della Repubblica" e che "non c'erano visite addomesticate" nell'impianto da parte di Asl, Vigili del Fuoco, Arpa Piemonte e Comitato tecnico regionale, ma soltanto "ottimizzazioni" in vista di controlli e ispezioni.
L'udienza del 13 aprile si è conclusa con l'intervento dell'avvocato Ezio Audisio, che ha affermato che "non sussisteva un obbligo specifico di installare un impianto di rilevazione e spegnimento automatico di incendi tra l'aspo svolgitore e la zona di attesa saldatura (dove si è verificato il rogo,
ndr). E che non sussisteva da parte di Espenhahn la consapevolezza di violare un tale eventuale, e discutibile, specifico obbligo". Audisio concluderà il proprio intervento nella mattinata di venerdì 15 aprile. Poi arriverà la decisione della Corte d'Assise.