Il dossier della Flai Cgil presentato all'assemblea sul lavoro femminile nell'agroalimentare. Al Sud le donne sono più degli uomini e trainano il settore, ma guadagnano meno dei colleghi. La questione femminile è una battaglia di civiltà
Busta paga differenziata in agricoltura. Il salario delle donne è ancora inferiore a quello degli uomini e il motivo è sempre lo stesso: basse qualifiche e sottoinquadramento. Eppure sono proprio loro a trainare il settore, soprattutto in alcune regioni del Sud. È quanto emerge da una ricerca della Flai Cgil presentata il 12 aprile a Roma durante la seconda assemblea nazionale "Donne, democrazia e rappresentanza" al Teatro 10 di Cinecittà. Dal dossier si apprende che le occupate nel settore sono in totale 650mila, il 36 per cento del totale. Di queste, circa 400mila lavorano direttamente in agricoltura, le altre nelle aziende di trasformazione dell’industria alimentare.
Le organizzazioni sindacali e delle imprese, ricorda la Flai, si sono impegnate nella recente tornata contrattuale a definire
regole per migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle donne. Tra i temi affrontati: pieno riconoscimento della parità tra uomo e donna nei posti di lavoro; superare le differenze nelle mansioni; eliminare gli ostacoli di crescita professionale; tutelare le lavoratrici madri o impegante nella cura di parenti stretti in stato di necessità; sconfiggere le discriminazioni e prevenire molestie sessuali e mobbing. Ma c'è ancora molto da fare. Una mano può darla la
Fondazione Metes, che ha elaborato per conto del sindacato un corso di formazione sul ruolo femminile nella Cgil, con tanto di simulazione di tavoli negoziali in cui le partecipanti sono chiamate a confrontarsi in una trattativa.
"La concezione della donna nel nostro paese deve essere completamente ribaltata e la questione femminile deve essere rimessa con forza al centro dell’agenda politica, è una battaglia di civiltà", afferma la segretaria generale della Flai,
Stefania Crogi. "Non ne possiamo davvero più - osserva - degli atteggiamenti pubblici e privati del presidente del Consiglio che ogni giorno calpesta la dignità di milioni di donne e di quell’immagine ormai consolidata secondo la quale per avere successo nella vita si debba mettere a disposizione il proprio corpo".
Nel settore agricolo la regione più "rosa" è la Puglia, con 113mila occupate, seguita da Calabria (85mila), Campania (73mila) e Sicilia (48mila). Se si tiene conto della piccola dimensione, spicca il dato della Basilicata, dove la stima della Flai parla di 18mila occupate.
In Campania, Puglia, Basilicata e Calabria il numero delle donne che lavora in agricoltura supera quello degli uomini. In tal senso si segnalano le province di Caserta, Salerno, Brindisi, Lecce, Taranto e Catanzaro, dove l’agricoltura è sostanzialmente trainata da loro. Prima tra le regioni del Nord è l’Emilia Romagna, a quota 39mila, seguita da Veneto (14mila), Lombardia e Piemonte (5.600). Anche al Centro cifre ragguardevoli, con il Lazio e la Toscana a quota 12mila. La Sardegna ne conta, invece, 5.500.
Boom nell’industria al Nord. La presenza di donne è molto alta nelle aziende di trasformazione alimentare del Piemonte, dove tocca quota 117mila. Seguono la Lombardia con 23mila e l’Emilia-Romagna con 39mila. Ragguardevole il dato della Campania, con 17mila, unica regione del Mezzogiorno a raggiungere una quota così alta. Il Veneto, invece, è a 12mila, il Lazio a 6.500 e la Toscana a 5.800.
Tra i settori merceologici in cui si segnala maggiormente la presenza di lavoratrici spiccano orto-frutta e ortaggi, produzione di pasta e dolci e prodotti da forno e per pasticceria, trasformazione del latte, macellazione e della conservazione delle carni. In Piemonte le donne superano gli uomini nelle industrie dolciarie, nei pastifici e nelle torrefazioni, in Lombardia nelle aziende di confetture, in Veneto ed Emilia Romagna in quelle di trasformazione di prodotti orto-frutticoli.
(m.m.)