Migranti, l'odissea di Etenesh dall'Etiopia a Lampedusa
Il viaggio di una ragazza etiope in fuga dalla schiavitù familiare. Il deserto del Sudan, le prigioni di Gheddafi, gli stupri dei soldati libici, il gommone per la Sicilia. "Un futuro, non chiedo altro". La sua storia in un graphic novel
di Sara Picardo
Etenesh significa “tu sei mia sorella” in etiope. “Solo dopo qualche settimana in Italia ho iniziato a essere più serena. Avevo paura di tutto, mi spaventavo per ogni rumore, per ogni movimento”, racconta la donna che porta questo nome: Etenesh, la sorella di una terra che non la ama.
Questo è anche il titolo di un libro appena edito da Becco Giallo, Etenesh. L'odissea di una migrante (pp. 128, euro 14), un graphic novel disegnato da Paolo Castaldi, che ha raccolto la testimonianza della giovane etiope appena arrivata in Italia... quando “si spaventava di tutto”. Un fumetto che è anche un reportage commovente sul viaggio che ogni anno intraprendono migliaia di persone dal Sud del mondo, quelle stesse persone che oggi respingiamo sulle coste di Lampedusa o perseguitiamo a Manduria, Rosarno, San Nicola Varco. I raccoglitori di pomodori, gli invisibili dei cantieri, gli inascoltati servi del nostro benessere. Quelli che vengono incarcerati perché senza documento, stuprati nei Lager chiamati Cie, che cadono dalle impalcature senza rumore e muoiono in silenzio, come sono vissuti.
“La storia di Etenesh, in queste tavole, si fa affresco dell’infamia del nostro mondo che sacrifica all’egoismo dei nostri privilegi le vite di nostri simili che hanno l’unica colpa di essere nati dove sono nati”, scrive Moni Ovadia nella sua bella prefazione.
Ad accompagnarci nella lettura sono le lacrime e la sabbia del Sahara, che sembrano impastate nei chiaroscuri sapienti delle vignette e nei primi piani muti dei protagonisti. La lettura di questo reportage-fumetto non passa dagli occhi al cervello, ma dal cuore alla gola. Strozza il respiro e ci impone un altro sguardo, diverso e più empatico, verso il nostro vicino di tram, la nostra donna delle pulizie, il nostro imbianchino muto. Questo è un libro che si potrebbe leggere anche senza parole, per quanto sono evocative le sue tavole. Rimangono impressi soprattutto gli occhi dei protagonisti: bianchi, spalancati, luci di lacrime. Eppure le parole sono importanti, anche se non necessarie, perché sono testimonianza viva dei sentimenti di chi le pronuncia, sottolineano la crudezza dei trafficanti di umani, mostrano la morte dell'animo di chi non ha più niente da perdere, perché ha già perso tutto.
Etenesh parte da Addis Abeba, dove viveva schiava di una famiglia, un anno e tre mesi prima del suo arrivo in Italia. Riesce a fuggire grazie all'aiuto di alcune amiche e paga mille dollari l'inizio del suo viaggio della speranza, che si trasforma subito in un incubo. “Un futuro, non chiedo altro”. Non dice niente ai suoi parenti, non vuole farli spaventare. “Non sapevamo niente – racconta – non sapevamo quanto sarebbe durato il viaggio, non sapevamo a cosa saremmo andati incontro. Ci dicevano di salire, noi salivamo. Ci dicevano di scendere, noi scendevamo. Sapevamo solo di avere paura”.
Il suo trafficante libico parlava con i calci, gli sputi e il fucile. Arrivati nel deserto del Sudan fu chiaro che l'inferno stava cominciando. Etenesh ha temuto a ogni passo di non farcela. È rimasta senz'acqua e cibo nel deserto per due settimane. Ha visto morire di botte, fame e sete i suoi compagni di sventura. Si è stretta ad un'amica appena conosciuta come fosse l'unica cosa al mondo. Ha incontrato poliziotto corrotti che a ogni blocco chiedevano soldi e violentavano donne. “Ho visto morire con i miei occhi 44 dei 50 compagni di viaggio con cui eravamo partiti”.
In Libia l'inferno è diventato il carcere di Sabha, dove vengono rinchiuse lei e altre decine di donne. Grazie agli accordi dell'Italia e di altri paesi occidentali con il governo di Gheddafi, le prigioni libiche erano sovraffollate di migranti sub sahariani. In genere le donne venivano stuprate e gli uomini torturati o uccisi. Dopo qualche settimana arrivava un trafficante di uomini che pagava pochi dollari l'acquisto di schiavi, che poi metteva a lavorare per lui per mesi, fino a che non avevano ripagato il debito e non potevano pagare altri soldi per arrivare in Italia clandestinamente.
Etenesh riesce a fuggire durante uno stupro collettivo da parte di soldati inferociti prima dell'arrivo del suo acquirente. Svuotata di ogni forza viene salvata da un uomo sudanese e pian piano, grazie all'auto di alcuni amici, riesce a trovare i soldi per pagare un gommone diretto a Lampedusa. Durante tutta la traversata ha pensato di morire.
Oggi Etenesh vive e lavora a Roma, quando l'autore Paolo Castaldi la intervista per scrivere il libro nota delle cicatrici sul suo volto e gliene chiede il motivo. “Queste cicatrici che vedi sul mio viso sono state provocate dal sale – racconta la donna – così ha detto il medico che mi ha soccorso a Lampedusa appena dopo il mio arrivo. Dal sale delle tante lacrime che ho versato a Sabha”.
Alla fine del libro si trova un'intervista a Dagmawi Yimer, il protagonista etiope del documentario di Andrea Segre, “Come un uomo sulla terra”. “Se potessi tornare indietro – dice – non rifarei questo viaggio. A ogni passo maledicevo il Governo per aver buttato via la vita di tanti giovani, costringendoli alla fuga. Ma questo viaggio non è neppure comparabile alla prigione nel mio Paese”.
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