Secondo il presidente dell'Istat Giovannini, "se l'Italia facesse un vero investimento di medio periodo sui ragazzi, allora potremmo fare un salto maggiore rispetto agli altri paesi. Ma abbiamo difficoltà a ragionare in questo modo"
Chi è il giovane secondo l’Istat e secondo le convenzioni statistiche mondiali? E chi è il giovane lavoratore? Cominciamo con una domanda metodologica la nostra intervista con il
professor Enrico Giovannini, presidente dell’Istat. Per anni a capo dell’Ufficio statistiche dell’Ocse, il professore, che insegna Statistica economica all’Università di Roma Tor Vergata, è la persona giusta per cercare di inquadrare, sia pure negli spazi angusti di un’intervista, un fenomeno complesso come quello giovanile nella società d’oggi, soprattutto per quello che riguarda le sfere dello studio e del lavoro.
Giovannini La domanda è più complessa di quanto si potrebbe pensare perché, a livello internazionale, esistono varie definizioni statistiche di giovani, a seconda del fenomeno che si vuole misurare. Ad esempio, in Europa il tasso di disoccupazione giovanile è calcolato sui 15-24 anni, però è evidente che in un paese come il nostro, in cui la transizione allo stato adulto è ritardata, è bene anche analizzare la fascia 25-29 anni e a volte anche quella dei 30- 34 enni. Di solito, poi, analizziamo i 15-17enni a parte, perché ancora minorenni. Come vede, se il punto di partenza sono i 15 anni, il punto di arrivo è tutto da discutere, in quanto è, come si dice, country specific. Non so se ricorda il film “Tanguy”del regista Etienne Chatilies. Nella versione originale francese, il protagonista aveva 26 anni, in quella italiana ne aveva più o meno 32. Questo perché nessuno da noi avrebbe capito l’esasperazione e il desiderio dei genitori nel voler far uscire di casa un ragazzo a 26 anni. Per quanto riguarda l’istruzione, sui quindicenni c’è lo studio Pisa dell’Ocse, una sorta di primo check sul capitale umano. Le fasi successive - 25, 29, 34 anni - corrispondono tutte in qualche modo a momenti nei quali divengono più rilevanti certi fenomeni e meno rilevanti altri. È chiaro che da 19 a 25 anni la domanda vera è “fai l’università, che tipo di università e che sbocco hai, eventualmente, sul mercato del lavoro”. Per chi ha più di 25 anni, il tema rilevante è l’entrata nel mondo degli adulti, la formazione della famiglia. Insomma, è un continuum e come statistici prendiamo in esame classi di età diverse a seconda del fenomeno che stiamo cercando di studiare.
Rassegna Comunque, quando si parla di lavoro e di occupazione, qual è il limite in alto per essere considerati giovani?
Giovannini A livello internazionale è 24 anni, noi forniamo, però, i dati anche per le classi di età successive 25-29 e 30-34. Se pensiamo ad esempio ai Neet, quei due milioni di giovani che non studiano e non lavorano, arriviamo fino a 29 anni, ma potremmo calcolarli includendo anche la classe 30-34.
Rassegna Dai vostri dati, il nostro è un paese vecchio, il secondo paese più anziano d’Europa. Ma secondo lei è un paese più vecchio o più fermo?
Giovannini È un paese che invecchia. E questa non è necessariamente una cattiva notizia, soprattutto per chi è destinato a entrare nelle classi di età più anziane. Purtroppo è anche un paese che investe poco nei giovani e per questo è, almeno in una certa misura, fermo. Noi non investiamo abbastanza nel capitale umano che è uno dei maggiori fattori di crescita economica. In un’economia della conoscenza, in cui la capacità di sviluppare nuove idee e di metterle in pratica fa da motore dell’economia, è chiaro che avere una generazione di giovani che non studia e non lavora è uno spreco enorme di capitale umano. Sappiamo poi che coloro i quali hanno un lavoro spesso sono sotto inquadrati: nel nostro Rapporto annuale dell’anno scorso ci sono quote significative di giovani che fanno un lavoro per il quale il titolo di studio conseguito non è rilevante. Abbiamo dunque una diffusa sottoutilizzazione delle forze lavoro disponibili e questo non genera innovazione, capacità di nuove idee, di nuove imprese. In questo senso siamo fermi.
Rassegna Una domanda forse ingenua: perché avviene tutto questo?
Giovannini Ci sono almeno tre spiegazioni possibili. La prima è che la generazione che ci ha preceduto ha accumulato una ricchezza molto consistente, che ha consentito un'elevata diffusione del benessere e forse reso meno necessario continuare la corsa. Il paese si è “seduto”, grazie al fatto che era possibile avere livelli di reddito elevati anche senza una crescita forte. Non a caso, il tasso di risparmio in Italia è sceso molto nel corso degli anni. Pur essendo un fenomeno fisiologico in tutti i paesi sviluppati, da noi è stato particolarmente accentuato. Di fatto ci stiamo “mangiando”, almeno in parte, il capitale disponibile. Proprio perché cresciamo poco, questo si traduce in poca occupazione, o in occupazione sotto inquadrata, con poco reddito da ridistribuire. Una delle caratteristiche dell’economia italiana è quella di avere la “produttività multifattoriale” stagnante. La produttività multifattoriale, cioè la capacità di mettere insieme in modo efficiente i vari fattori della produzione, permette di avere quel quid in più che uno può reinvestire sul futuro, in capitale fisico, in capitale umano ecc. L’Italia è l’unico paese Ocse nel quale la produttività multifattoriale è ferma da molti anni. Seconda possibile motivazione. Le imprese – e qui riferisco una posizione sostenuta da alcuni – hanno avuto una scarsa pressione a innovare a causa del contenimento delle spinte salariali, dovuta alla prosecuzione della politica dei redditi anche una volta sconfitta l’inflazione. Ciò ha creato un vero e proprio circolo vizioso: scarsa innovazione, salari relativamente bassi, scarso incentivo a studiare e a formarsi, scarsa utilizzazione del capitale umano, scarsa innovazione e così via. La terza ragione è che grazie all’apertura dei mercati molte persone possono andare fuori a cercare opportunità. E vista la poca attrattività di investimenti esteri in Italia, una parte del sistema economico orientato al mercato interno non subisce la pressione che deriva dall’arrivo di nuovi soggetti e questo vale soprattutto per il terziario.
Rassegna Lei parlava della fuga dei cervelli. Che dimensione ha il fenomeno tra i giovani? È quantitativamente rilevante?
Giovannini È un fenomeno che riguarda soprattutto l’eccellenza: il 5 per cento più in alto. Parliamo qui di migliaia di persone, di laureati, che lasciano il paese. Non sono numeri piccoli.
Rassegna L’Italia è un paese che investe poco sul futuro dei giovani. E in effetti i dati dell’Istat sull’istruzione lo provano. In Italia si spende il 3,7 per cento del Pil su una media europea del 5,1. Però nel Sud si spende il 6 per cento. Si spende poco e male?
Giovannini L’efficienza va perseguita comunque. Quello che è più preoccupante non è tanto che al Sud si spenda di più – in questa ripartizione c’è una popolazione più giovane e questo spiega in parte perché ciò accada – ma piuttosto che parte di questo investimento vada perso perché i giovani poi si spostano al Nord o all’estero. In questo modo il Sud sostiene il costo dell’investimento, ma non ne trae il beneficio. Sulla qualità dell’insegnamento, il test Pisa dell’Ocse mostra chiaramente i divari forti tra Nord e Sud, ma la cosa più sconcertante è il divario all’interno delle stesse scuole. E l’Italia è uno dei paesi con le differenze più alte. Questo rende casuale un po’ tutto il processo. E se la scuola non riesce a compensare i diversi punti di partenza degli studenti, sono i fattori extrascolastici a condizionare fortemente il risultato scolastico. Non a caso l’Italia è uno dei paesi con la minore mobilità sociale, dove troppo spesso i figli seguono il lavoro dei padri. E questo ovviamente non aiuta a far funzionare il cosiddetto “ascensore sociale”.
Rassegna Un numero che colpisce molto è quello dell’abbandono scolastico. Un abbandono al 20 per cento è un dato tragico…
Giovannini Un dato di abbandono di questo tipo è inaccettabile. Il 19 per cento in Italia a fronte di una media europea del 14,4 per cento, con paesi come la Repubblica Ceca, la Polonia, la Slovenia e la Slovacchia – che forse nel nostro immaginario collettivo non sono tra i paesi da prendere a modello – che hanno quote intorno al 5 per cento. L’Italia, in termini di abbandono scolastico, occupa le posizioni di coda con Malta, Spagna e Portogallo. È un dato poco conosciuto che ci parla di un percorso accidentato in cui la probabilità di perdere pezzi per strada è molto elevata. Questo spiega poi il fenomeno dei Neet, perché raramente viene abbandonato lo studio a causa delle possibilità di lavorare subito, ad esempio per un’azienda artigiana. L’abbandono il più delle volte è dovuto alla incapacità di proseguire gli studi e ciò porta dritti verso l’emarginazione.
Rassegna Come sempre con differenze tra Nord e Sud...
Giovannini Certo, in Campania, Puglia, Sicilia e Sardegna siamo al 25 per cento.
Rassegna Ci sono differenze anche tra i sessi?
Giovannini Tra le femmine l’abbandono è inferiore.
Rassegna Nei giorni scorsi il governatore della Banca d’Italia ha espresso ad Ancona parole assai preoccupate sul fenomeno della precarietà del lavoro, dei giovani soprattutto, definendola un rischio grossissimo per il paese. Un allarme che voi, che siete la fonte dei dati per tutto il paese, ovviamente condividete…
Giovannini Si è parlato di giovani negli ultimi 12 mesi come mai si era successo in passato. Ci piace pensare che sia dovuto anche al fatto che nel nostro ultimo Rapporto annuale abbiamo dedicato l’ultimo capitolo a questo tema, introducendo per la prima volta in Italia la definizione di Neet, già adottata dall’Ocse. L’attenzione dei media ai nostri dati ha contribuito ad accendere una luce sul fenomeno poi oggetto degli interventi, in successione, del governatore della Banca d’Italia e del presidente della Repubblica. Quindi non solo condivido quello che ha detto Draghi, ma aggiungo che concettualmente uno si aspetterebbe uno scambio tra precarietà e salari più alti: un grado più alto d’incertezza in cambio di un “premio al rischio” come dicono gli economisti. Nel momento in cui abbiamo invece precarietà e salari bassi, le domande che i giovani si fanno sono: “Ma io quando vinco? Dov’è la mia opportunità?” Questo a mio parere dovrebbe spingere le imprese ad avere un atteggiamento diverso rispetto al capitale umano. Qualche volta, in modo abbastanza provocatorio, ho detto che mi aspetterei dalle imprese un aumento unilaterale dei salari per certe figure professionali, soprattutto coperte dai giovani, in cambio di una flessibilità più alta. Questo sarebbe uno scambio equo, da un certo punto di vista. Anche perché questi giovani ben qualificati – parlo della fascia alta, naturalmente – hanno un’ottica almeno europea, se non internazionale, e sono pronti a stare in un mercato del lavoro in cui la flessibilità è un elemento normale. Quindi mostrare interesse in questa direzione, fare investimenti, anche a costo di pagare un prezzo nel breve termine sui profitti, sarebbe un segnale forte nel credere nei giovani. In occasione di un incontro su un tema così rilevante mi è capitato di ascoltare un aneddoto (naturalmente inventato) molto efficace su un presidente di Regione che, volendo far crescere l’economia e stimolare nuove imprese, manda un gruppo di consulenti nella Silicon Valley per capire che cosa c’è dietro il miracolo di quel territorio. Al ritorno i consulenti consegnano un rapporto in cui suggeriscono di costruire più garage perché “nella Silicon Valley tutte le nuove imprese che hanno fatto la storia nascono nei garage”. Questo per dire la nostra difficoltà a capire che l’innovazione si fa con un’istruzione eccellente, con la creazione di nuove opportunità, con il venture capital, con i finanziamenti a rischio. L’Italia dovrebbe fare dei passi avanti su tutti questi aspetti. Alcune banche hanno cominciato a investire in questa direzione. Ma c’è un problema più profondo. Secondo lei va più di moda essere un manager o un imprenditore?
Rassegna Direi un manager…
Giovannini Infatti, nonostante il fatto che l’Italia nel dopoguerra sia stata ricostruita dagli imprenditori. Gli stereotipi spesso guidano le scelte delle persone. Oggi si preferisce, anziché fare impresa magari trovando finanziamenti e lavorando in un garage, farsi assumere da un’impresa più strutturata, dove però ci vorranno anni per essere nelle condizioni di proporre nuove idee. All’origine di tali scelte vi sono anche elementi di natura simbolica. Basti pensare al concetto di fallimento che informa la nostra legislatura d’impresa. Ancora, nella Silicon Valley fallire è solo un modo per imparare, per evitare, aprendo una nuova impresa, di fare gli stessi errori. Da noi il fallimento è quasi uno stigma che uno si porta addosso. Se mettiamo insieme: la scarsità di fondi, il cliché culturale “è più bello essere manager che imprenditore”, un sistema valoriale secondo cui se sbagli sei fallito; non dobbiamo stupirci se in Italia i giovani non pensano di intraprendere un’attività, magari in un garage, contando sulla propria creatività.
Rassegna A proposito di imprenditorialità giovanile, ci sono dati significativi nelle vostre ricerche?
Giovannini Non è facile misurare l’imprenditorialità perché essere un lavoratore indipendente non vuol necessariamente dire essere un imprenditore. Si racconta di imprese che licenziano le persone e le riassumono con la partita Iva: così quello che sembra un lavoratore indipendente, in realtà è solo un lavoratore dipendente mascherato. Misurare l’imprenditorialità è molto complicato. Quando lavoravo all’Ocse, abbiamo sviluppato tutta una serie di indicatori sull’imprenditorialità e sulla figura dell’imprenditore. L’Italia ha fatto una serie di passi avanti per misurare il contenuto di imprenditorialità dell’impresa, molto di meno sull’imprenditore. Non abbiamo quindi dati sulla propensione all’imprenditorialità dei giovani.
Rassegna Disoccupazione giovanile. L’altra faccia, forse ancora più scoraggiante, della precarietà. I dati italiani sono tremendi, il 29 e rotti per cento fa davvero paura...
Giovannini È il portato di quello che dicevamo prima, oltre che di una crisi economica che ha colpito in particolare i giovani. In due anni e mezzo il tasso di disoccupazione giovanile è cresciuto di 10 punti percentuali. Ma se andiamo indietro nel tempo, vediamo che questo è un fattore strutturale, soprattutto nel Mezzogiorno Nel 2007, rispetto a una media nazionale di disoccupazione generale dell’8-9 per cento, la disoccupazione giovanile era intorno al 20 per cento. Ma se nel Nord-Ovest il tasso di disoccupazione giovanile oscillava intorno al 10-12 per cento (e nel Nord-Est era ancora più basso, attorno al 10 per cento), al Centro si attestava al 20 per cento e nel Sud al 38 per cento. Una situazione purtroppo endemica, soprattutto nel Centro-Sud.
Rassegna Perché avviene questo?
Giovannini Per le motivazioni che abbiamo già ricordato a cui va aggiunto un altro aspetto da non sottovalutare: in un paese che cresce poco in termini di reddito e occupazione, l’aumento dell’età pensionabile (pure necessario) lascia per forza qualcun altro fuori dal mercato del lavoro. È per questo che la crescita economica coniugata alla crescita dell’occupazione è così importante. Se la torta resta quella, è chiaro che non andiamo molto lontano. Noi potremmo invece fare un salto maggiore rispetto agli altri paesi, se investissimo sul capitale umano attualmente largamente sottoutilizzato. Purtroppo un investimento del genere non è che abbia effetti in un anno o due, il lasso di tempo necessario è di medio termine. E che questo paese abbia difficoltà a investire a medio-lungo termine è cosa evidente da tempo. Certo è un’operazione non facile perché ci vuole lungimiranza, non solo presso il Parlamento, ma anche presso le imprese, presso gli individui che devono investire in professionalità utili da qui a cinque anni. L’Istat – anche grazie alla stipula di convenzioni con il ministero della Gioventù e con il ministero del Lavoro – produrrà più dati, più informazioni statistiche che, auspichiamo, possano aiutare i giovani nell’orientamento professionale.
Rassegna Lei ha parlato di uno sforzo di lungo periodo. Ma se pure questo sforzo si facesse, cosa della quale è lecito dubitare, visto l’andazzo generale, il rischio è che a beneficiarne sarebbe un’altra generazione di giovani. Che questa di oggi rischia di essere tagliata fuori da tutto...
Giovannini È purtroppo un rischio reale. E il paese dovrebbe porsi il problema di come assicurare che questa fascia di popolazione non venga permanentemente esclusa dalla vita sociale. E per fare questo occorrerebbe affrontare temi alti, ancorché costosi sul piano economico. Cito solo un esempio: il servizio sociale obbligatorio. Noi abbiamo, da una parte, delle carenze forti sui servizi sociali. Dall’altra abbiamo dei giovani che non sanno che fare. Si potrebbe dire: non abbiamo più il servizio militare obbligatorio, facciamo il servizio sociale obbligatorio, pagando ovviamente chi lo fa. La socializzazione tra le varie classi e le generazioni potrebbe oltretutto essere estremamente utile per fare crescere il senso civico di un’intera generazione. Lo so, istituire un servizio sociale obbligatorio costa. Però potrebbe essere meno costoso di curare in futuro, con il Sistema sanitario nazionale, un’intera generazione depressa. Negli Stati Uniti e anche nel Regno Unito si sta facendo questo ragionamento, perché ci si rende conto che le emarginazioni dal contesto sociale provocano danni sociali e costi molto più alti. Da noi invece si discute poco di questi aspetti. È chiaro che, come diceva lei, un simile investimento avrà effetti tra qualche anno e dunque dobbiamo porci il problema di cosa fare per chi eventualmente è stato escluso e resta escluso.