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Dalla storia d'Italia

Il lavoro unito, Reggio 1972

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Il 22 ottobre 1972 cinquantamila lavoratori arrivarono a Reggio Calabria per la rinascita della città e del Sud e contro i "boia chi molla" di Ciccio Franco. Proviamo a ricordare quella giornata attraverso le voci di chi vi partecipò

di Giovanni Rispoli

Il lavoro e l'Unità d'Italia (immagine di Mario Ritarossi) (immagini di Mario Ritarossi)
"Nord e Sud uniti nella lotta". Uno slogan che può apparire lontano e retorico, nell'Italia di oggi. Un secolo e mezzo dopo la nascita della Stato unitario è la divisione, inutile girarci intorno, il segno dominante della vita del paese. C'è stato un momento, tuttavia, nella storia nazionale, in cui quello slogan ha raccontato un sentimento assai diverso: il sentimento, ad esempio, che animava i 50mila lavoratori arrivati a Reggio Calabria il 22 ottobre del '72 – a chiamarli il sindacato unitario dei metalmeccanici, la Flm, quello degli edili (la Flc) e la Federbraccianti Cgil –, per dire a una città incattivita da una rivolta senza sbocchi – nata dalla rivendicazione del capoluogo regionale, assegnato nel '70 a Catanzaro –, presto egemonizzata dai fascisti, i "boia chi molla" del missino Ciccio Franco, che la strada del riscatto doveva essere un'altra; e che, un secolo e passa dopo la "conquista regia", secondo la definizione gramsciana del Risorgimento, era innanzitutto grazie all'unità del lavoro che il Sud poteva superare il suo storico divario dalle regioni più avanzate del paese.

Proviamo a ricordarla, la giornata del 22 ottobre, attraverso le voci di chi, stando a Reggio, aveva deciso – a proprio rischio e pericolo – di opporsi alla deriva e di chi dalle fabbriche del Nord giunse in città per testimoniare il proprio impegno per "la rinascita" del meridione.

La manifestazione, fortemente voluta fra gli altri da Bruno Trentin, con Pierre Carniti e Giorgio Benvenuto all'epoca leader della Flm (alla guida degli edili Cgil era Claudio Truffi, della Federbraccianti Feliciano Rossitto), preceduta da una Conferenza sul Mezzogiorno e da assemblee nei quartieri più caldi – Sbarre e Santa Caterina –, si svolse in un clima assai difficile. Sono rimaste nella memoria le bombe esplose durante la notte lungo la ferrovia, e Antonio Zollo ci racconta in queste pagine il lavoro svolto dai ferrovieri per fare in modo che i treni arrivassero a Reggio ugualmente.

Un lavoro prezioso, realizzato su tutte le vie di comunicazione, ricorda Demetrio Marra, ex ferroviere, all'epoca iscritto allo Sfi Cgil, nonché segretario della sezione comunista di Villa San Giovanni. "I nostri sforzi erano diretti ad assicurare la normale circolazione dei treni – racconta –. Lo facevamo da tempo, eravamo a maggior ragione preoccupati la notte del 22. La polizia ferroviaria era insufficiente, e per questo facemmo in modo che quella notte tutto il personale in servizio fosse composto da militanti della Cgil e della sinistra". "Ma non c'era solo il problema dei treni – prosegue –. Eravamo allo stesso modo mobilitati per garantire che i pullman potessero muoversi senza intoppi. Per un'intera settimana il servizio di vigilanza, sulle colline prospicienti la statale 18 che da Rosarno porta in città, fu strettissimo: bisognava evitare che i fascisti la bloccassero".

E i pullman cominciarono ad arrivare, senza problemi, al mattino presto. Ma già nella notte erano atterrati due aerei, uno da Trieste e uno dalla Sardegna. Da Genova e da Napoli, intanto, erano in viaggio due navi. Mauro Passalacqua, poco più che ventenne, delegato della Elettronica San Giorgio di Sestri Ponente – sarebbe stato poi per molti anni tra i massimi dirigenti della Cgil ligure, guidando fra l'altro la Camera del lavoro del capoluogo – era su quella partita da Genova: l'Eleonora d'Arborea, che aveva imbarcato circa mille lavoratori. "Un viaggio faticoso – ricorda –: incontrammo a un certo punto il mare forza 7. Comunque entusiasmante: giovani, passione, e molti ancora a rimuginare sulle discussioni che avevano preceduto la partenza; noi che volevamo portarci solo le bandiere rosse, i nostri dirigenti, in gran parte ex partigiani, a dirci di no, che ci doveva essere anche il tricolore: 'Perché lo volete regalare ai fascisti? L'avevano buttato nel fango, siamo stati noi a risollevarlo'. Non eravamo del tutto convinti, capimmo presto che avevano ragione loro".

Il tricolore, dunque, a significare che si era un solo paese. E la presenza forte, massiccia dei lavoratori del Sud, a partire dai ragazzi che nel Nord erano emigrati negli anni cinquanta e sessanta, per mostrare fisicamente un meridione diverso, non rassegnato né disperato.

"Sono un figlio del Sud come voi, si sente, si vede che non sono scandinavo. Intervenendo al Teatro comunale, volli ricordare subito da dove venivo, dov'ero nato. I boia chi molla avevano terrorizzato la città, nei giorni precedenti: la calata degli unni. Bisognava dare un segnale forte, dire che avevano di fronte i loro fratelli, che Reggio non era sola". Bonaventura Alfano, partito da Melfi per Torino a metà del decennio 60, operaio alle Meccaniche di Mirafiori, delegato Fiom, era in quegli anni uno dei protagonisti delle lotte alla Fiat. "Certo – prosegue – una cosa era parlare in teatro un'altra scendere in piazza. Non furono rose e fiori: Reggio era una Vandea, e lo verificammo subito. Ma eravamo lì non per rispondere alle provocazioni, eravamo scesi per testimoniare una volontà comune di lotta". Quindi la voglia di confrontarsi, di ascoltare: "Ricordo Bruno Trentin – di nuovo Marra –: 'Non siamo venuti per darvi lezioni, ma anche per capire e correggere i nostri errori'".

Intorno alle 11 il corteo è pronto per partire. La notizia delle bombe si è diffusa, i treni non arrivano ma i lavoratori sono ormai migliaia, bisogna muoversi. "Eravamo impazienti – riprende Passalacqua – e però ancora tutti lì, fermi. Più avanti, in una piazza che interrompeva il corso, si erano radunati, ci dicevano, i fascisti. Si cominciò a discutere, c'era qualche perplessità. A rompere gli indugi furono gli operai dell'Omeca, la fabbrica di Reggio, colpita nella notte da una bomba: 'Voi ve ne andate, noi restiamo qui. Se non la facciamo oggi, la manifestazione, non la facciamo più'. E così, loro in testa, le lettere che componevano la parola Omeca stampate su veri e propri scudi, cominciammo ad avanzare. La piazza di cui ti dicevo si aprì: un clima stranissimo, chi ci salutava a pugno chiuso, chi faceva il saluto romano".

"Reggio era ostile. La città, al contrario della cintura colonica della provincia, i paesi in cui i rapporti agrari era nel segno appunto della colonìa, non era mai stata di sinistra. La rivolta aveva esasperato questa sua vocazione". Sandro Taverniti, attualmente segretario generale dello Spi molisano, nel '72 aveva ventott'anni, era vicesindaco del suo paese, Pazzano, lavorava nella federazione reggina del Pci, di lì a poco sarebbe passato alla Federbraccianti. Il suo ricordo non lascia molti dubbi: "Non c'era un negozio aperto. L'avevamo previsto, e per rifocillare i manifestanti avevamo convinto un panificatore, che era un compagno, a lavorare per noi. Passammo tutta la notte nella federazione del partito (ricordo l'arrivo di Pietro Ingrao, Alfredo Reichlin, e con loro Livio Labor, l'ex presidente delle Acli), passammo tutta la notte, dicevo, a preparare panini".

I saluti romani, gli insulti, i cori di scherno erano il minimo. Ancora Passalacqua: "Da su, da una via che scorreva lateralmente ci tiravano i sassi. Un compagno, si chiamava Giacomo Alessandria, era un ex partigiano, fermava il nostro spezzone di corteo ogni volta che vedeva arrivare le pietre; aspettava, faceva passare, poi ci bloccava di nuovo. Fin quando non lo presero, un brutto colpo alla testa". "Più di tutti mi impressionò Fernex, Bruno Fernex: segretario Fiom e stretto collaboratore di Trentin – interviene Alfano –. Andava verso i fascisti con coraggio, senza mai perdere il controllo".

"E poi i bambini – aggiunge Passalacqua –. Mentre tornavamo ci venivano incontro. Provavo a scherzare: 'La vuoi la bandiera?'. E mostravo la bandiera rossa. 'No', rispondevano, 'quell'altra', indicando il tricolore. Ci avevano messo contro tutti, anche i bambini. Dura davvero. Ma dopo cambiò".

Già, perché la sensazione netta, in quello stesso giorno, e poi nei giorni successivi, era che fosse accaduto davvero qualcosa d'importante, che per Reggio il tempo dei boia chi molla fosse giunto al termine, che più in generale nel paese stesse rifluendo l'ondata di destra seguita all'autunno caldo e alle sue conquiste – dopo le elezioni politiche anticipate del maggio '72, ricordiamo, era nato il governo Andreotti-Malagodi, il primo di centrodestra dopo dieci anni –.

Mentre si tiene il comizio conclusivo – un segno del destino, in piazza Garibaldi – e sul palco si avvicendano il segretario generale della Camera del lavoro di Reggio, Peppe Diano, e poi Luciano Rufino (segretario generale degli edili Uil), Carniti e Rossitto, entrano in stazione i primi treni dal Nord. "La questione meridionale, anzi la quistione meridionale, come scriveva Gramsci, era un problema degli operai della Fiat allo stesso modo dei giovani disoccupati di Reggio. Era questo che volevamo dire alla città – ancora Alfano –. E la nostra battaglia fu coerente, non si esaurì in quella giornata". "Proseguì con il Congresso Cgil di Bari, nel '73, che il Mezzogiorno pose al centro dei suoi lavori – continua Passalacqua – e la vertenza dei grandi gruppi industriali, conclusa nella primavera del '74 con una serie di accordi che prevedevano investimenti al Sud". "Ricordo fra l'altro i 10mila posti di lavoro complessivi che strappammo per l'Omeca, la Ferrosud di Matera e la Valle del Sele – conclude Alfano –. Molte ore di sciopero, un sacrificio vero: ma tenemmo fede al nostro impegno. Per il Mezzogiorno, e direi per tutto il paese, è stato davvero importante". 


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TAGS storia d'italia reggio calabria 1972

16/03/2011 14:51

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1
Una grande pagina della nostra storia che rassegna ha fatto bene a ricordare con il bel racconto di Rispoli.

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