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Cosa resta dell'Unità d'Italia

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Le celebrazioni enfatizzano le origini risorgimentali anche in risposta alle tensioni disgregative della destra. Ma l'Italia ha subito almeno tre rifondazioni. In crisi i pilastri dell'unità: mercato locale, borghesia produttiva, scuola, stato unitario

di Alessio Gagliardi*

Cosa resta dell'Unità d'Italia
Nel rapporto con le origini dello Stato unitario centrodestra e centrosinistra sembrano avere invertito le tradizionali posizioni. Il primo ha abbandonato il ruolo di custode del patriottismo. Pur fedele a un aspetto essenziale del nazionalismo quale la contrapposizione verso gli altri e l'esclusione degli stranieri, ha in molte sue componenti assecondato una sorta di "processo al Risorgimento": si va così dagli ammiccamenti di Berlusconi e di alcuni suoi seguaci ai temi della critica reazionaria e papalina al nuovo Stato (si pensi agli elogi che Berlusconi ha tributato al libro di Angela Pellicciari, I panni sporchi dei Mille, in cui si bollano il movimento nazionale come anticristiano e l'Italia unita come frutto del complotto massonico) alle posizioni della Lega, critiche non solo del modo in cui l'unità fu raggiunta ma dell'unità nazionale in quanto tale.

In risposta alle tendenze disgregative e alla messa in discussione dell'unità nazionale, il centrosinistra ha in larga parte sposato la linea, tracciata con forza dall'ex presidente della Repubblica Ciampi, di un recupero convinto e pacificato dei valori che animarono i protagonisti del processo unitario, che inserisce quindi il Risorgimento all'interno del patrimonio morale a fondamento della Repubblica italiana. L'inversione, d'altra parte, accomuna i gruppi dirigenti delle forze politiche con i militanti e l'elettorato. Secondo un recente sondaggio Demos per "La Repubblica", più del centrodestra è il centrosinistra che vuole festeggiare il 17 marzo "senza riserve": lo dice più del 60% degli intervistati, mentre il centrodestra si ferma al 45%.

Questa è dunque la situazione, quale appare almeno a un primo sguardo. Viene però da chiedersi se a questo specifico uso pubblico della storia corrisponda un'elaborazione adeguata del nostro passato e, soprattutto, se la riscoperta del patriottismo risorgimentale, l'invito a esporre il tricolore alle finestre, o l'esaltazione dell'inno nazionale compiuta da Roberto Benigni al Festival di Sanremo siano risposte adeguate e sufficienti per fare da argine alle spinte localistiche della Lega o alle critiche al Risorgimento sposate dal berlusconismo, così intrise di elementi e finalità regressive.

C'è da dubitarne, per ragioni che innanzitutto investono il rapporto con il passato e la comprensione del processo di costruzione della nazione italiana. In primo luogo, sono da distinguere due "oggetti storici" strettamente interconnessi ma diversi: da un lato, l'articolato ed eterogeneo movimento patriottico nazionale che sognò e si batté per l'unità d'Italia e per la libertà (il "Risorgimento" in senso proprio) e, dall'altro, i risultati di quel processo storico, vale a dire la realizzazione dell'unità nazionale e il nuovo Stato che da quel momento prese forma.

Relativamente al primo aspetto, la storiografia recente, smontando vecchi luoghi comuni, ha giustamente dato ampio risalto alla grande partecipazione al movimento risorgimentale, espressione di una "generosità" politica così lontana dal cinismo e dall'individualismo imperanti: a quel movimento presero parte decine di migliaia di persone (spesso disposte a rischiare l'esilio, la prigione o addirittura la morte) mentre altre centinaia di migliaia, spesso vicine ai più attivi, guardarono a esso con simpatia e adesione. Considerando che quella partecipazione si sviluppò in una società largamente analfabeta e in cui era difficile spostarsi, si può a tutti gli effetti parlare di movimento di massa.

A muovere quegli individui, al di là delle profonde divisioni, furono però, come ha dimostrato soprattutto il principale e più autorevole di una nuova generazione di storici del Risorgimento, Alberto Mario Banti, valori, idee e miti condivisi fortemente segnati dal tema della "nazione": della nazione intesa come una comunità di destino, che esiste dalla notte dei tempi, cementata dal sangue, dotata di una terra, di una cultura, di una tradizione religiosa e storica; e con essa dalle idee della stirpe, del vincolo di sangue, della guerra come valore fondamentale della maschilità patriottica e della comunità politica come sistema di differenze, basata sulla contrapposizione tra un "noi" (gli italiani) e "gli altri" (gli stranieri), che sono diversi da noi e per questo possono risultare pericolosi per l'integrità della comunità. L'idea di nazione era poi accompagnata da un'ideologia che invocava la libertà nazionale, anche se la libertà di cui si parla riguardava, nei decenni centrali dell'Ottocento, solo una parte assai ridotta della comunità nazionale. Proprio questi valori, aggregati intorno all'idea guida di nazione, resero unito un movimento invece profondamente diviso per ciò che concerneva gli assetti politico-costituzionali del nuovo Stato.

Le grandi idealità professate dai patrioti (l'anelito alla libertà e alla democrazia, la laicità, la solidarietà con i popoli oppressi) furono dunque imbevute di nazionalismo; di una cultura, cioè, nei confronti della quale a lungo la sinistra ha osservato diffidenza se non ostilità. Di questo non si può certo fare una colpa al Risorgimento. Innanzitutto, perché esso dovette utilizzare i materiali ideologici del tempo. E poi, perché sarebbe sbagliato condannare come scioviniste e regressive le idee, i miti e i valori peculiari del contesto culturale del nazionalismo ottocentesco, alla luce del significato che essi hanno assunto in epoche successive: nazione, stirpe e comunità, per esempio, non avevano per il Risorgimento lo stesso significato che avrebbero avuto per il fascismo. Tuttavia, quel sistema di valori espresso dal movimento patriottico è oggi talmente lontano da risultare inservibile, e ormai largamente sospetto. Come ha notato lo stesso Banti, il "Risorgimento è un paese lontano", da trattare con maggiore freddezza. E semmai è da osservare che a parlare oggi di stirpe e comunità, di "noi" contrapposti a "loro", sono proprio quelle forze, come la Lega nord, in prima linea nella polemica antirisorgimentale e antiunitaria.

La distanza tra le origini della storia unitaria e l'Italia attuale appare significativa anche in relazione agli esiti del movimento patriottico, vale a dire la concreta realizzazione dello Stato unitario. Se è infatti vero che ancora oggi è forte il segno impresso dalle origini, tuttavia non meno influenti sono state le successive trasformazioni cui lo Stato stesso e la nazione sono andati incontro. Questi centocinquant'anni sono stati segnati non solo dalle continuità ma anche da profonde cesure storiche che hanno investito la società, l'economia, la politica e gli apparati istituzionali. Come ha recentemente osservato Massimo L. Salvadori, tre Stati e tre diverse "Italie" in qualche misura si sono avvicendate: lo Stato monarchico e liberale dal 1861, lo Stato fascista a partire dal 1922-25 e lo Stato democratico e repubblicano dal 1944-47. Tre Italie legate e attraversate da continuità e trasformismi, e però profondamente diverse, per i valori e le idealità propugnati, per le forze sociali che le alimentarono e che vi trovarono espressione. Se è doveroso richiamare oggi l'eredità del momento fondativo, non meno necessario è però evidenziare l'influenza delle successive rifondazioni.

Il legame tra le origini e il nostro presente è dunque mediato, tanto sul terreno culturale delle rappresentazioni e dell'elaborazione dell'identità quanto su quello pratico delle strutture materiali e istituzionali, da questo insieme di successive stratificazioni. Come avvertiva già nel 1964 uno dei più grandi storici del Risorgimento, Rosario Romeo, coloro che si erano affacciati alla vita politica e culturale dopo la caduta del fascismo "sentono di appartenere, ed effettivamente appartengono, a un mondo in cui altri e diversi sono i problemi e i valori".

Sembrano osservazioni scontate, se non banali, eppure il calore con cui si discute del Risorgimento, come se fosse un evento accaduto ieri, e il modo in cui nel bene e nel male si legano le attuali condizioni del paese alla costruzione dell'unità nazionale, rendono necessario ribadirle. La nostra società ha ben poco a che vedere con quella ottocentesca, che sia nella fase pre-unitaria che in quella post-unitaria era agraria, commerciale e artigianale, basata su un'organizzazione dell'economia fortemente localistica e su una politica notabilare. Insomma, sarebbe sbagliato enfatizzare la compattezza e l'omogeneità del lungo periodo storico 1861-2011, schiacciandolo tra il remoto inizio e l'immediata attualità. Eppure, delle eredità e delle discontinuità, e in generale degli sviluppi complessi di 150 anni di storia, le celebrazioni e le polemiche non sembrano tenere conto, basate invece come sono sul richiamo diretto a un'enfatizzazione del ruolo delle origini.

L'attualizzazione del patriottismo risorgimentale quale risposta alle tensioni disgregative appare però debole anche per un'altra ragione: essa è di fatto incapace di rispondere realmente ai problemi del presente, da cui le pulsioni antiunitarie traggono alimento. Oggi appare infatti evidente che il processo al Risorgimento e all'unificazione nasce dalla fragilità non soltanto del sentimento nazionale, ma anche delle basi concrete dell'unità. Le spinte disgregative interpretate dalla Lega e i consensi ottenuti al Nord, in questo senso, appaiono più un sintomo che il "motore primo".

A rendere più fragili i legami tra le diverse parti del paese è soprattutto la crisi dei tradizionali pilastri dell'unità nazionale, a partire da quelli che furono al centro dell'iniziativa della classe dirigente liberale già all'indomani della proclamazione del Regno d'Italia. La cultura nazionale è oggi profondamente trasformata dalla rialfabetizzazione tecnologica e dalla soverchiante dimensione globale dell'industria culturale e dell'intrattenimento. Ad esserne travolta è anche la scuola, vale a dire l'istituzione che più di tutte, nei passati 150 anni, ha garantito la mobilità sociale e l'unità del paese.

Il mercato nazionale, la cui creazione fu una delle imprese più ardue e durature della classe politica postrisorgimentale, appare oggi fortemente minato dalla globalizzazione, la quale non annulla le realtà territoriali ma, al contrario, consente loro di agire in uno scenario più generale anche indipendentemente dagli orientamenti dello Stato nazionale. In questo contesto il Nord sembra avere sempre meno bisogno del Sud come bacino di consumo e come fornitore di manodopera. Si può spiegare anche così il progressivo allentamento del rapporto storico tra borghesia produttiva e Stato unitario, come recentemente ha testimoniato la dura presa di posizione della Confindustria contro la festività del 17 marzo.

Sul piano demografico, inoltre, assistiamo da oltre un trentennio a un vistoso calo della crescita della popolazione, in parte compensata dal consistente afflusso di immigrati e dai loro più consistenti tassi di natalità. Il nostro paese cresce demograficamente e riesce a equilibrare un rapporto tra giovani e anziani altrimenti destinato a vedere la netta prevalenza quantitativa di questi ultimi, soltanto grazie a individui cui non sono riconosciute la cittadinanza, l'appartenenza alla comunità nazionale e la partecipazione alla vita politica. È anche questa una contraddizione destinata a svuotare i rigidi confini dell'appartenenza nazionale e a rendere ancora più fragile e meno inclusivo il richiamo al patriottismo risorgimentale.

Su tutti questi fattori, aleggia poi l'apparentemente ineluttabile trasformazione in senso federale dello Stato, con la sostituzione dell'uguaglianza formale di tutti i cittadini con un sistema di preferenze regionali. Insomma, ben al di là della scarsa condivisione del sentimento di appartenenza nazionale e della debolezza di una vagheggiata identità italiana, sono le stesse basi reali dei vincoli unitari ad apparire in crisi. Senza interrogarsi a fondo su queste, gli appelli all'Unità rischiano di essere nella migliore delle ipotesi magari appaganti, ma sterili e retorici.

* Dottore di ricerca in storia contemporanea all'Università di Torino. Attualmente svolge attività didattica e di ricerca presso la Sapienza. Università di Roma e presso l'Università dell'Aquila. E' autore tra l'altro de L'impossibile autarchia (Rubbettino, 2006) e de Il corporativismo fascista (Laterza, 2010).



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TAGS stato unitario risorgimento unità d'italia

14/03/2011 17:24

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