Parla lo storico Guido Melis. "C'è una classe dirigente vecchia che non si rinnova, per questo rischiamo una sconfitta epocale. Oggi il cittadino teme la burocrazia e il governo smantella lo Stato tradizionale"
A 150 anni dall'unificazione del nostro paese, molte sono le questioni aperte: come si è arrivati all'Unità d'Italia? Si poteva realizzare diversamente? Quali i punti di forza e quali i difetti? E naturalmente, sulla linea progressiva della storia, lo Stato italiano dalla fine dell'Ottocento arriva ai giorni nostri, con le diverse fasi politiche - dalla dittatura alla repubblica -, i cambiamenti nell'amministrazione e la concezione di fondo sottintesa alla parola "unità". Per fare il punto su questi problemi, riflettere sulla tenuta statale e capire se questa è in pericolo, abbiamo interpellato
Guido Melis. Professore di Storia delle istituzioni politiche e Storia dell'amministrazione pubblica alla Sapienza di Roma, Melis è uno dei maggiori esperti di sistemi amministrativi. Nel 2008 è stato eletto deputato per il Partito democratico.
Tra le altre iniziative di celebrazione,
venerdì 18 marzo a Roma è previsto il convegno "150 anni dello Stato unitario: l'amministrazione pubblica è stata solo una palla al piede?". Appuntamento alle 15.30 a Palazzo Marini nella Sala delle Colonne (via Poli 19), dove interverrà anche Raffaele Romanelli, docente di Storia contemporanea alla Sapienza di Roma. In occasione dell'anniversario dell'Unità, Melis partecipa inoltre alla creazione della mostra
"La macchina dello Stato", prevista all'archivio centrale dello Stato nei prossimi mesi. L'iniziativa proporrà 150 biografie di alti funzionari e servitori dello Stato, dai "travet" dell'Ottocento alle vittime di mafia e terrorismo, per dimostrare che l'amministrazione italiana - malgrado le mancanze - ha avuto personaggi virtuosi, figure da ricordare.
Rassegna Nel nostro paese che tipo di unità si è realizzata? E' vero che a livello amministrativo è stata sostanzialmente un'estensione del modello piemontese?
Melis L'analisi è esatta. Le singole aree e regioni, attraverso una serie di plebisciti, sono state annesse al Regno di Sardegna, che poi ha preso il nome di Regno d'Italia. Abbiamo avuto anche continuità nei regnanti, in particolare con la figura di Vittorio Emanuele II. A livello concreto però bisogna essere più prudenti: in questo caso non c'è solo il Piemonte, ma si registra un processo progressivo di fusione delle classi dirigenti, che hanno contrattato la loro adesione all'unità nazionale. Poi la Grande Guerra compie la prima unione linguistica e culturale, all'interno delle trincee: i contadini del Sud si ritrovano a combattere insieme a quelli del Nord. Così nasce l'elemento unitario, e da quel momento possiamo parlare di una storia compiutamente nazionale.
Rassegna A suo giudizio, sarebbe stato possibile definire un modello di Stato federale fin dall'Ottocento?
Melis Questa era un'ipotesi in campo, formulata da Carlo Cattaneo e dal mondo degli intellettuali cattolici. Naturalmente, però, parliamo sempre di elite ristrette: basti pensare che dopo l'Unità votava circa l'1,5% degli italiani. Anche Gioberti aveva lanciato l'idea di una federazione sotto la guida del Papa, ma si rivelò priva di forza, e prevalse l'ipotesi centralistica. Abbiamo realizzato un modello di centralismo "all'italiana", ovvero molto diverso dagli altri paesi europei, come il modello francese.
Rassegna In che senso?
Melis La nostra storia amministrativa ha evidenziato alcune mancanze: per esempio, i prefetti italiani agiscono con molto meno potere dei colleghi francesi. I loro comportamenti e le prassi sono molto diverse a seconda delle aree geografiche, il prefetto di Palermo non è come il prefetto di Bologna. C'era quindi il problema di portare unità in un mosaico così differenziato. Il vero Stato è nato con l'età giolittiana e il decollo industriale: il boom dei dipendenti pubblici, la nazionalizzazione delle ferrovie, la nascita della posta e dei telegrafi. L'amministrazione che ne deriva è molto diversa da quella piemontese, anzi paradossalmente parla un accento più meridionale.
Rassegna Passando ai rapporti tra Stato e Chiesa, nel 2011 il 150esimo anniversario dell'Unità viene "benedetto" dalla Santa Sede. Cosa è accaduto?
Melis Nel 1911 la Chiesa era parzialmente all'opposizione. Alcuni studiosi sostengono che, con un processo federalista meno gestito dal centro, anche i cattolici avrebbero provato meno disagio. In ogni caso, la frattura con la Chiesa ha segnato lo Stato liberale ma oggi si può considerare definitivamente risolta: i cattolici hanno governato il paese nella Prima Repubblica, la loro cultura ha contribuito a forgiare lo Stato italiano che conosciamo.
Rassegna E il rapporto tra Stato e cittadini? Come si è evoluto, che situazione abbiamo oggi?
Melis E' un punto dolente. Attualmente il cittadino si presenta sempre davanti allo Stato con il cappello in mano, teme di finire schiacciato dalla burocrazia. Questo è avvenuto per una complessa serie di ragioni, radici storiche si uniscono con le responsabilità dei singoli. Come sostiene il giurista Sabino Cassese, il cittadino è il vero protagonista della vita amministrativa: si deve sempre guardare a lui, il personale dovrebbe garantire servizi veloci e con il sorriso sulle labbra. E' un elemento storico di debolezza, le amministrazioni sono sempre state rappresentate da uffici pubblici che non hanno una faccia benigna. Tutto, naturalmente, con le dovute eccezioni: l'Italia ha varato anche ottime leggi, che però non hanno avuto seguito. Per esempio, il sindacalismo del pubblico impiego ha svolto un ruolo fondamentale nel riformare l'amministrazione; talvolta però ha agito come elemento corporativo, bisogna riflettere su questo.
Rassegna L'Italia ha attraversato diverse fasi politiche, dalla monarchia alla dittatura fino alla repubblica. C'è stata continuità nell'apparato amministrativo?
Melis Sì, una forte continuità. Paradossalmente il fascismo ha gestito lo Stato con personale di estrazione liberale, mentre la repubblica ha gestito lo Stato con personale fascista. Non è avvenuta nessuna epurazione, quindi ci sono molti elementi di vicinanza. Consideriamo poi che il fascismo ha siglato un accordo con l'alta burocrazia: ha consentito che questa gestisse l'amministrazione, a patto che restasse fuori dalle politiche sociali e dalla propaganda del regime. In questo senso la svolta autoritaria del fascismo è stata "facile": lo statuto amministrativo - emanato da Giolitti - era già autoritario, si prestava a un'impostazione militaresca. Il personale ministeriale indossava una divisa, secondo un'idea derivata direttamente dalla prima guerra mondiale.
Rassegna L'Unità non è sempre stata al sicuro nel corso della nostra Storia.
Melis Abbiamo avuto due momenti drammatici: il primo è la disfatta di Caporetto del 1917, con il rischio che il giovane Stato unitario fosse travolto dal passaggio degli austriaci. In quel caso, c'è stato un cambio di governo e un modo diverso di gestire la guerra. L'altro è l'8 settembre 1943: il fascismo mostra la sua fragilità, lo Stato crolla, gli alti comandi militari non sentono la responsabilità di tenere unito l'esercito e il paese. E' un autentico crollo morale, che viene riscattato in parte dalla Resistenza.
Rassegna L'Unità d'Italia rischia anche nel 2011?
Melis Oggi c'è una situazione molto preoccupante: è in atto un processo disinvolto che smantella lo Stato tradizionale. L'apparato statale ha molte ragioni per essere riformato, ovviamente, ma mi chiedo se il federalismo scritto dalla Lega sia la carta giusta, oppure se sia solo una misura propagandistica che ha il reale obiettivo di dividere l'Italia.
Rassegna In questo contesto, si inseriscono gli scandali che coinvolgono il governo.
Melis La classe dirigente attraversa una profonda crisi morale: non mi riferisco solo alle escort di Berlusconi, che sono la punta dell'iceberg, ma a tutta la serie di comportamenti di una classe vecchia che non trova la forza di rinnovarsi. Abbiamo distrutto le industrie portanti del nostro paese: dopo il miracolo economico degli anni '50 stiamo perdendo tutto, per ultima rischiamo di smantellare la chimica. Abbiamo venduto Bulgari ai francesi, viene ceduta perfino l'industria del lusso che era una specialità italiana. Siamo senza prospettiva e la politica non sa guardare oltre l'immediato: anche il mio schieramento, il Partito democratico, al momento ha difficoltà a intravedere cosa avverrà domani.
Rassegna A quale fase storica si può paragonare il nostro presente?
Melis Si rischia una Caporetto anche oggi. Lo scenario mondiale sta cambiando radicalmente: il Nord Africa ha iniziato il riscatto, l'Occidente sta attraversando una crisi capitalistica che muterà tutti gli equilibri. A quel punto, noi dove saremo? La sensazione è di cecità totale, non c'è percezione della gravità della crisi e non si trovano le ricette per uscirne. Per questo c'è pericolo di subire un'altra sconfitta epocale. Non ci rendiamo conto dell'attuale momento storico perché lo stiamo vivendo, ma forse tra qualche anno parleremo davvero di un'altra Caporetto.
Rassegna Ultima battuta sull'idea di patriottismo. In Italia questo valore "di destra" oggi sembra slittato a sinistra, con la difesa del tricolore e la mobilitazione a favore della Costituzione. E' un riflesso politico automatico o si tratta di un rovesciamento reale?
Melis E' vero, il cambiamento è stato radicale. Prima erano i fascisti a sventolare il tricolore, mentre nei movimenti del Sessantotto l'Inno di Mameli sembrava una "marcetta" in confronto ai canti della Resistenza. Oggi invece le persone di sinistra quasi si commuovono quando ascoltano Fratelli d'Italia. Io credo che sia un mutamento sostanziale, che sia avvenuto qualcosa dentro di noi: è stata frantumata una certa cultura di destra, che aveva costruito una visione egoistica dello stare insieme basata sulla bandiera. Adesso anche il centrosinistra si unisce sotto ideali unitari, e non c'è niente di male: anzi il cambiamento può essere un punto di forza contro il declino. Sono favorevole al ruolo della Storia, a patto che non sia celebrativa ma critica. Bisogna guardare al passato sottolineando anche i punti deboli del patrimonio che abbiamo alle spalle; solo così potremo leggere il futuro, capire cosa avverrà fra venti o trent'anni. Per questo sono benvenuti i movimenti di sinistra che vanno in piazza con il tricolore e difendono la Carta costituzionale.