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Per le donne solo lavori di serie B

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Nell'ultimo anno la crescita occupazionale femminile in Italia ha riguardato le mansioni non qualificate e impiegatizie. Le professioni scientifiche, tecniche, intellettuali e di elevata specializzazione subiscono un vero tracollo

di Giovanna Altieri*

Per le donne solo lavori di serie B
Se guardiamo agli effetti occupazionali della crisi economica in atto dal punto di vista del genere, possiamo rilevare come la componente femminile partecipi di un processo di crescente difficoltà che riguarda l'intero paese e anche gli uomini, mentre si sta ulteriormente approfondendo il quadro delle disuguaglianze tra le donne stesse in termini sociali e, soprattutto, territoriali.

L'ineguale distribuzione delle opportunità, sia a livello territoriale che sociale, nell'attuale fase di difficoltà occupazionali, produce ulteriore frammentazione sociale. Il lavoro della donna, quando c'è, riduce infatti la vulnerabilità economica della famiglia e ciò mostra tutti i limiti del modello sociale del breadwinner di fronte ai nuovi rischi del mercato del lavoro in epoca di globalizzazione.

Sebbene il suo ruolo come principale percettore sia tuttora indiscusso, il maschio è sempre meno in grado di garantire il benessere della famiglia, quanto meno attraverso il suo lavoro da dipendente, che gli garantisce in media 945 euro mensili netti se ha un contratto a termine e vive nel sud, mentre può aspirare a 1.064 se risiede nel centro- nord. Ma, anche se ha un contratto a tempo indeterminato, guadagna in media 1.318 euro al mese nel Mezzogiorno e 1.426 euro nel centro-nord. D'altra parte tra le famiglie che si collocano nel quinto più povero nel 70 per cento dei casi lavora solo l'uomo, mentre tra le coppie del quinto più ricco nel 92 per cento dei casi lavorano entrambi.

Gli studi sulla povertà riconoscono nel numero di figli e nel fatto che la famiglia abbia un solo percettore di reddito altrettanti fattori di vulnerabilità e fragilità sociale. Il lavoro delle donne nella famiglia ha, di contro, rilevanti implicazioni positive sul benessere economico e sulle spese per i figli. Nelle famiglie dove si lavora in due, infatti, una maggiore quota di reddito viene spesa per l'istruzione e per i consumi dei figli.

La crisi ha ulteriormente accresciuto la quota di coppie con figli che possono contare solo su un reddito: tra il 2008 e il 2009 è passata dal 31,2 al 32,6 per cento. Il lavoro delle donne nell'economia familiare, dunque, acquista sempre più un carattere "obbligato", al fine di mantenere certi standard di consumo per la famiglia e ormai, in molti casi, per il suo stesso sostentamento. A fronte di questo stato di necessità, l'opportunità di un lavoro per le donne italiane è ancora limitato, e decisamente rarefatto per le donne del sud. La distanza in termini di tasso di occupazione rispetto alla media europea si mantiene tuttora intorno ai 12 punti percentuali. E la crisi non ha soltanto eroso l'occupazione ma, soprattutto nel Mezzogiorno, ha alimentato il bacino dell'inattività, già drammaticamente esteso.

Il tasso di attività femminile tra il 2008 e il 2009 in media d'anno, e nel pieno della crisi, si è ridotto dello 0,2 per cento nel nord- ovest, dello 0,5 nel nord-est, soltanto dello 0,1 nel centro e ben dell'1,1 nel sud. Nodi strutturali irrisolti e la crisi hanno portato la popolazione attiva del Mezzogiorno a minimi storici, con una presenza femminile del tutto marginale: un uomo su tre e quasi due donne su tre in età da lavoro non hanno svolto nel 2010 alcuna attività remunerata né sono impegnati nella ricerca di un impiego. Di fatto, già prima che la crisi producesse i suoi effetti, la differenza nei tassi di occupazione femminile tra centro-nord e sud misurava 25 punti percentuali.

Le donne del Mezzogiorno non hanno partecipato di quel processo di crescita dell'occupazione femminile avvenuta a partire dalla metà degli anni 90. Il paese appare ormai fondato su due differenti modelli sociali e occupazionali, prevalentemente bireddito nel centro-nord, monoreddito nel sud. Tra le donne del Mezzogiorno con bassi livelli di scolarità (fino alla licenza media) nella fascia di età centrale tra i 35 e i 44 anni lavorano poco più del 24 per cento, contro il 60 medio del centro-nord. Tra le laureate lo scarto è decisamente minore: nella stessa fascia di età sono occupate il 77 per cento circa delle donne del sud, contro l'86 del centro-nord. Nella crisi, tuttavia, proprio l'occupazione delle donne meridionali laureate si riduce del 3,6 per cento, in misura ancora maggiore di quanto non si sia manifestata per le donne con bassi livelli di scolarità, che perdono il 2,3 per cento.

Questi dati, più che riflettere diversi orientamenti culturali verso il lavoro delle donne italiane, chiamano in causa ambiti e qualità delle occasioni di lavoro offerte alle donne meridionali, in particolare a quelle con basso livello di scolarità: quando a un'occupazione modesta e insicura corrisponde una retribuzione insufficiente a compensare il reddito equivalente al lavoro domestico e di cura a cui si rinuncia, quando il sistema di welfare non garantisce i servizi minimi di sostegno alla famiglia, non deve sorprendere lo scoraggiamento che induce molte donne a ritirarsi dal mercato, soprattutto dopo la nascita di un figlio.

In generale, tra le donne meridionali attive in età da lavoro, il 33 per cento circa o ha un lavoro insicuro o è disoccupata, e tra i giovani entro i 29 anni oltre il 47 per cento è in questa condizione di criticità. Inoltre, se nel primo semestre 2010 il tasso di disoccupazione ha raggiunto a livello nazionale l'8,8 per cento, nel Mezzogiorno ha raggiunto il 14, mentre tra le donne il valore stimato è al 17 per cento: nell'insieme esiguo di donne meridionali attive (soltanto 36 su 100 in età lavorativa), circa una su sei è disoccupata.

La bassa qualità della domanda di lavoro è un problema che riguarda tutto il paese. Il sistema produttivo italiano a bassa innovazione tecnologica, infatti, non è stato in grado di generare una domanda di lavoro qualificato in misura sufficiente a rispondere alle attese di giovani generazioni sempre più istruite; mentre la progressiva diffusione di formule contrattuali atipiche e temporanee, indotte da un orientamento delle imprese verso una flessibilità dei rapporti di lavoro piuttosto che verso nuovi modelli organizzati flessibili e pratiche lavorative innovative, ha portato a una progressiva segmentazione del mercato del lavoro a svantaggio proprio dei nuovi entrati, vale a dire dei giovani e delle donne, penalizzate non solo dalla segmentazione di genere del mercato del lavoro, ma anche dal fatto di essere largamente presenti nella componente giovanile.

Per le nuove generazioni di donne e di uomini sono così cresciuti nel tempo i rischi di intrappolamento nella condizione di precarietà, che condiziona e mortifica progetti e aspirazioni delle persone, oltre che frenare l'innovazione economica e sociale nel nostro paese. Per le giovani donne che si confrontano sempre più con lavori discontinui e a termine la carriera, ma anche il semplice ingresso al lavoro e un progetto di maternità, stanno diventando sempre più scelte alternative.

L'ultimo anno appena trascorso, segnato dall'incertezza della crisi, registra un ulteriore calo delle nascite e della fecondità, arrivata a 1,4 figli per donna. I giovani precari sono stati i primi a perdere il lavoro, senza avere maturato le condizioni contributive e assicurative per poter accedere agli ammortizzatori sociali. L'instabilità lavorativa e la sottoccupazione si sono così trasformate in disoccupazione piena: già nel 2009 il tasso di disoccupazione dei giovani (fino a 24 anni) è stato del 25,4 per cento in media d'anno, con una punta tra le giovani donne del 28,7 per cento (41 nel Mezzogiorno), mentre tra i giovani uomini è stato del 23,3 per cento (33 nel Mezzogiorno). In un contesto generale di scarse opportunità di lavoro, il destino lavorativo dei giovani in Italia appare pertanto sempre più condizionato da fattori sociali e ambientali.

Per le giovani generazioni la famiglia rimane così il fondamentale (unico) ammortizzatore sociale: basti ricordare che i 30-34enni che vivono ancora in famiglia quasi triplicano tra il 1983 e il 2009, passando dall'11,8 al 28,9 per cento, mentre i 25- 29enni passano dal 34,5 per cento del 1983 al 59,2 del 2009. Nel Mezzogiorno i 18-34enni che vivono con i genitori costituiscono i due terzi del totale, contro poco più della metà del nord-est.

Il Rapporto annuale Istat del 2010 ha messo in evidenza come il maggior contributo alla caduta dell'occupazione provenga dai figli celibi e nubili che vivono in famiglia. Un dato che apparentemente mitiga l'impatto sociale della crisi, ma che invece maschera la condizione di difficoltà in cui si trovano le giovani generazioni ormai da vari anni. Di fatto, quell'affrancamento dalla famiglia è reso difficile proprio dalla difficoltà di raggiungere un'autonomia economica.

L'andamento tendenziale dei tassi di disoccupazione per classi di età dimostra il progressivo incremento della quota di disoccupati sulla forza lavoro, che assume un carattere esplosivo per i giovani fino a 25 anni. I divari di genere si sono ridotti: la differenza tra il tasso di disoccupazione delle giovani donne e dei giovani uomini passa dai 4,3 punti percentuali del 2007 all'1,4 del 2010, ma su valori ormai prossimi al 30 per cento per entrambi. Il sistema occupazionale italiano, infatti, appare ormai incapace di offrire ai giovani di ambo i sessi anche solo un possibile inserimento nel lavoro, tanto meno per coloro che hanno fatto un investimento personale di carattere formativo sulle proprie competenze e che si attenderebbero di vederle riconosciute nel lavoro.

Una lettura delle dinamiche occupazionali articolate per settori, gruppi professionali e genere, mette in luce le criticità del sistema Italia nel produrre nuova occupazione di qualità. Nella crisi i più penalizzati sono stati i maschi in genere. L'80 per cento della perdita occupazionale complessiva tra il 2008 e il 2009 (primi semestri) e il 75 per cento tra il 2009 e il 2010 ha interessato gli uomini.

Tra le donne, viceversa, solo per quelle che vivono nelle aree più sviluppate del paese, il settore dei servizi, ad esclusione del commercio, sembrerebbe aver offerto nuove occasioni di lavoro. Approfondendo l'analisi emerge che tale crescita occupazionale femminile riguarda le professioni non qualificate e parzialmente quelle impiegatizie. Al contrario sia quelle "scientifiche, intellettuali e di elevata specializzazione" (-187 mila, di cui 104 mila donne e 83 mila maschi) sia quelle tecniche (-272 mila, di cui 95 mila donne e 177 mila maschi) subiscono un vero tracollo. Le attività che hanno sostenuto l'occupazione delle donne in particolare sono quelle di "datore di lavoro per personale domestico svolto da famiglie o convivenze" (+156 mila occupate).

Cresce in sostanza il mercato del lavoro etnicizzato, visto che il grosso della variazione positiva è andata a vantaggio proprio della componente immigrata: il 70 per cento della crescita occupazionale femminile nelle professioni non qualificate registrata nel periodo di crisi tra il 2008 e il 2010 ha riguardato proprio manodopera immigrata.

Le famiglie italiane in epoca di crisi dimostrano così di essere non solo l'unico ammortizzatore sociale su cui possono contare le nuove generazioni, ma anche il solo datore di lavoro capace ancora di dare vita a domanda di lavoro aggiuntiva. Questi dati, se mostrano in tutta la loro evidenza le carenze del sistema di welfare italiano nel soddisfare i bisogni emergenti delle famiglie in termini di cura, sia per i minori sia per gli anziani non autosufficienti, mettono anche a nudo la profonda crisi del nostro sistema economico e produttivo, sempre meno capace di generare lavoro per le giovani e i giovani scolarizzati: nella fascia di età tra i 25 e i 34 anni l'occupazione delle donne laureate, tra il primo semestre del 2008 e quello del 2010, si riduce di oltre 37 mila unità nel centro-nord e di quasi 19 mila nel Mezzogiorno. E per i maschi è andata ancora peggio.

* direttore Ires Cgil

Speciale 8 marzo

(Per una trattazione più ampia dei temi proposti in questo articolo si rimanda a: G. Altieri, Italia. "L'occupazione femminile in tempo di crisi: nuove segmentazioni e vecchie contraddizioni", in  La Rivista delle Politiche Sociali, n.4/2010, pp. 205-228, ISSN 1724-5389)



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TAGS otto marzo donne italia occupazione femminile

07/03/2011 14:29

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CREDO CHE QUESTO TITOLO SIA VERGOGNOSO E FUORI DALLA REALTÀ. COMPLIMENTI. Di certo chi ci lascia la pelle nelle acciaierie, nelle miniere e sulle impalcature sono uomini, quelli che muoiono per le strade sui camion sono uomini, quelli che salgono sui gratta...cieli a puntare chiodi sono uomini... questo dividere l'emisfero in uomini e donne porta sempre a dire cose senza senso. Ma evidentemente chi ha scritto l'articolo non sa cosa significhi lavoro.... figuriamo farci una classifica

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