Parla Stuart Holland, docente di economia a Coimbra, Portogallo. La sua idea prende spunto dal New Deal: l'Europa si può indebitare, per fare investimenti, senza effetti negativi sui singoli Stati. Ma c'è l'ostacolo della Germania
“La crisi è stata durissima e la situazione è ancora assai complicata. Per uscirne l’Europa dovrebbe trarre una lezione dall’esperienza del New Deal negli anni 30: Roosevelt rilanciò l’economia statunitense accelerando l’emissione di titoli del Tesoro degli Stati Uniti; e lo fece senza che i singoli Stati dovessero garantirne l’emissione e quindi senza che il loro debito aumentasse. È qualcosa che potrebbe fare anche l’Europa oggi”. Il professor Stuart Holland, che insegna economia a Coimbra, in Portogallo, sostiene con passione la causa degli eurobond, che anche i sindacati europei hanno fatto propria. “L’Europa – spiega – deve tagliare il nodo di Gordio del debito. E per farlo deve cambiare proprio il modo di guardare la questione. Se i singoli paesi sono profondamente indebitati, infatti l’Unione europea non lo è. E allora la soluzione potrebbe essere quella di trasferire parzialmente il debito dei singoli Stati (una quota fino al 60 per cento del Pil) all’Unione europea, finanziandolo con dei bond emessi dalla Banca centrale europea”.
Rassegna Ma la Germania, di trasferimento del debito e di eurobond, non ne vuole proprio sapere…
Holland Sì, la Merkel non vuole che i tedeschi debbano pagare più tasse per farsi carico economicamente di questa misura. Ma non è necessario che la Germania – anzi, che nessun paese – garantisca gli eurobond. Quando li proposi a Jacques Delors nel 1993 – all’epoca li chiamavamo “union bond” –, mi rifeci proprio all’esempio del New Deal per dimostrare che non era necessario né garantire questi titoli, né comprare l’indebitamento. La cosa importante, in una crisi come questa, è riuscire a pensare “lateralmente”. Un trasferimento del debito dei paesi membri, fino al 60 per cento del Pil, all’Unione, in questo caso alla Banca centrale europea, risolverebbe il problema di far rientrare il debito nazionale dei singoli paesi (a eccezione della Grecia che resterebbe sopra) nei limiti fissati dal nuovo patto di stabilità. E questo avrebbe effetti positivi sull’economia dei singoli Stati e quindi su quella europea. Questa strategia andrebbe poi affiancata da un programma di rilancio dell’economia e, in particolare, di investimenti (non solo infrastrutturali), finanziato anch’esso attraverso obbligazioni emesse dalla Bce e anche dalla Bei, la Banca europea di investimento
Rassegna Ma chi comprerebbe questi eurobond?
Holland Questi titoli attireranno il surplus delle Banche centrali dei paesi emergenti e anche dei fondi era un’ipotesi. Adesso, dopo che l’European Financial Stability Facility ha emesso due tranches di titoli, che sono stati sottoscritti tutti, persino dal Giappone, questa è una realtà. E questo vuol dire che sono disponibili risorse per finanziare il programma di rilancio economico europeo, già adottato dal Consiglio dei ministri e dal Parlamento europeo nel 2008. In questo modo l’euro può diventare una moneta di riserva forte, forse anche troppo forte rispetto al dollaro. Utilizzando quelle risorse e insieme anche quelle proprie della Banca europea di investimento (che sono quadruplicate dal 1997 a oggi, che si potrebbero ancora quadruplicare fino al 2020, e che non contano sull’indebitamento nazionale) l’Europa avrebbe due fonti di finanziamento per il suo programma di rilancio.
Rassegna Lei è ottimista sulla possibilità che gli eurobond decollino davvero?
Holland Le tendenze attuali sono negative, non c’è dubbio, come dimostra anche il Consiglio dei ministri d’Europa di inizio febbraio. La proposta tedesca, che non prevede né la condivisione del debito degli stati europei, né tanto meno l’emissione di obbligazioni europee, presentata in quella riunione implica che i paesi membri debbano ridurre il debito “a proprie spese” per stabilizzare i bilanci, senza scomporre i vantaggi competitivi dei titoli sovrani come delle stesse produzioni nazionali. Questo è un argomento pre-keynesiano. Se posso dire, è un atteggiamento di analfabetismo economico. Non prende in considerazione il fatto che quando un’economia è in difficoltà si deve investire di più, anche se questo potrebbe implicare a livello nazionale un deficit pubblico. E c’è l’Europa che potrebbe finanziare questi investimenti. Peraltro, anche in termini di politica economica quella proposta non risolve il problema: dice che i salari non devono essere indicizzati ai prezzi; ma questo implica una riduzione della domanda aggregata europea, che come conseguenza intensificherebbe la crisi economica. Quando Merkel parla di competitività, la questione non è la competitività dell’Europa verso la Cina, ma di competitività della Germania: certamente c’è un problema di competitività ma non è riducendo i costi che si risolve il problema. Se si portassero i costi al livello cinese ci sarebbe una crisi non solo economica ma anche politica, non solo la disintegrazione della zona euro ma anche una disintegrazione della fiducia dei popoli d’Europa sul fatto che i loro governi siano in grado di uscire dalla crisi piuttosto che rispondere ai criteri delle agenzie di rating.
Rassegna La proposta Merkel è forte perché è forte la Germania. Ma molti sono contrari...
Holland La Germania si pensa forte. Non lo è. Le Landesbanken, le banche regionali tedesche, sono molto esposte dall’indebitamento della Grecia e della Spagna. Eppure, insisto, non c’è un problema di indebitamento dell’intera Europa. I livelli d’indebitamento sono complessivamente sostenibili. Il problema è che l’Europa, tutta, oggi non è in grado di difendersi dalle speculazioni delle agenzie di rating. Un livello del debito pubblico all’85 per cento del Pil, come nel caso del Portogallo, era sostenibile prima che le agenzie di rating decidessero che non lo era più. La soluzione allora può essere proprio quella di trasferire il debito.