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Call center, la lunga strada verso un lavoro decente

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Il settore è in via di normalizzazione, ma la strada è ancora lunga da percorrere, sul piano del rispetto delle regole e della qualificazione del lavoro. Avviata la mobilitazione unitaria di fronte all'inerzia del governo

di Roberto Greco

Call center (autore foto: Alan Clark, rkdesign) (immagini di autore foto: Alan Clark, rkdesign)
Il settore si va lentamente normalizzando, non è più quell’anomalia devastante degli anni ’90, ma la strada da percorrere sul piano del rispetto delle regole e della qualificazione del lavoro resta ancora lunga. Queste, le parole del segretario confederale Cgil, Fabrizio Solari, a conclusione della terza conferenza nazionale dei call center (Roma, 18–19 febbraio).

La ‘due giorni’, organizzata dall’Slc, ha evidenziato le contraddittorietà di un mondo popolato da migliaia di giovani (ma ormai anche da tanti quarantenni), per un terzo laureati o comunque in possesso di un’alta scolarizzazione, in prevalenza donne, diventati lo stereotipo della precarizzazione spinta, del lavoro atipico, resi celebri dal film di Paolo Virzì “Tutta la vita davanti”.

Un universo in trasformazione, che nel corso degli anni ha preso consapevolezza dei propri diritti, grazie anche all’azione del sindacato, con una massiccia opera di proselitismo avviata in tutte le più importanti realtà lavorative. “È la nuova generazione della Cgil – conferma Solari –, e lo potrà essere anche come futura dirigenza. Non sono più un gruppo di ragazzi di passaggio, in attesa di un’occupazione migliore, ma una realtà industriale a tutti gli effetti, anche se non ancora riconosciuta, che svolge un lavoro importante e di qualità”. Un dato di fatto, confermato dagli stessi esponenti delle associazioni datoriali (“I call center sono il nostro biglietto da visita nel mondo”, secondo Stefano Parisi, presidente di Asstel–Confindustria). Perciò, è necessario fare un salto ulteriore.

“Il popolo dei part time – osserva Emilio Miceli, segretario generale Slc – deve diventare un settore normale, che significa stabilizzazione della prestazione e una retribuzione più decorosa, con orari adeguati. Altrimenti rischia di essere una nicchia di povertà dentro le tlc, altamente innovate e innovative”. Anche per Susanna Camusso la qualità del lavoro va rilanciata nei call center e lo si deve fare parimenti in busta paga: “Basta con la logica al ribasso di salari e diritti, che rende il settore assai simile a quello delle imprese di pulizia”. Negli ultimi tempi, oltre alla crisi e all’inerzia del governo, c’è un nuovo nemico da combattere, le delocalizzazioni. Sono sempre di più, infatti, i grandi gruppi di tlc e non solo (Telecom, Wind, Vodafone, H3G, Alitalia, Enel, Fastweb, Sky), che esternalizzano il servizio all’estero – mete preferite Albania e Romania – per risparmiare sui costi, abbandonando il mercato nazionale e lasciando per strada migliaia di operatori italiani (13.000 i posti di lavoro persi o in bilico, secondo le stime sindacali).

Il perché è semplice: a Tirana o a Bucarest il costo orario è di 3-4 euro, contro i 17 del nostro paese. Per arginare il fenomeno, che ha ripercussioni sul piano della qualità del servizio offerto, perché in molti casi si pone un problema di uso della lingua e di tutela della privacy, avendo a che fare con dati sensibili, il sindacato ha chiesto al governo una moratoria, accompagnata dalla modifica all’art. 53 del contratto, “riconoscendo la responsabilità in capo al committente per garantire la continuità occupazionale in caso di grave crisi o fallimento degli outsourcer, assegnando la commessa, con l’obbligo di assunzione dei lavoratori impegnati, a un altro outsourcer operante nel medesimo territorio”, ha spiegato nella sua relazione introduttiva il segretario nazionale Slc, Alessandro Genovesi.

Oltre alle commesse spostate altrove, c’è stata poi la perdita di incentivi fiscali e previdenziali per chi, solo cinque anni fa, aveva assunto personale a tempo indeterminato, sulla scia della circolare Damiano (n° 17 del giugno 2006). “Sembra passato un secolo – ha sottolineato Genovesi –; con il governo Prodi stavamo completando l’azione di regolarizzazione del settore, ottenendo una circolare che faceva chiarezza tra lavoro autonomo e falsa subordinazione. Il primo atto del ministro Sacconi fu di cancellare tutto ciò, azzerando anche l’osservatorio nazionale sui call center e modificando le linee d’indirizzo dei servizi ispettivi”. E le conseguenze sono state pesantissime. Un dato emblematico: nel 2007 le visite ispettive nei call center erano state circa 2.000, nel 2010 non hanno superato quota 35! Un invito a nozze per chi vuole contravvenire alle leggi, tanto che si assiste alla ripresa della gare al massimo ribasso, all’incremento del lavoro nero e precario, alla crescita dell’evasione contributiva e assicurativa, all’elusione delle norme e del ccnl, con ribassi fino al 30% sui minimi contrattuali.

C’è il rischio di un arretramento, e non solo sul piano salariale e occupazionale, ma anche per quanto riguarda le condizioni di lavoro, come ha rilevato lo studio sullo stress da lavoro correlato, presentato alla conferenza: “Sono molteplici i fattori di rischio nei call center, tanto da essere una delle realtà lavorative più disagiate: molte le postazioni del tutto inadeguate e carenti e lacunosi i controlli di Asl e ispettorati. È necessaria una sensibilizzazione del problema attraverso i delegati e le Rsu, avviando un monitoraggio sul territorio, con l’ausilio di una piattaforma ad hoc, utilizzando le normative di sicurezza in materia”. Insomma, indietro non si torna, questo l’imperativo sindacale. “Per questo, con Fistel e Uilcom abbiamo deciso di riprendere la mobilitazione – avverte Miceli –. Passeremo unitariamente dalle parole ai fatti”.  


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TAGS call center slc

21/02/2011 17:52

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