I paesi più sviluppati del Nord Europa hanno capito molti anni fa che l'ingresso massiccio di donne nei luoghi del lavoro e della politica crea maggior armonia e ricchezza. Sconosciuta in Italia la scienza che studia l'impatto dell'occupazione femminile
I paesi più sviluppati del Nord Europa hanno capito molti anni fa come l'ingresso massiccio di donne nei luoghi del lavoro e della politica creasse maggior armonia e ricchezza. Non solo. Nelle nazioni più ricche, infrastrutture come asili nido e scuole per l'infanzia aumentano di pari passo con l'occupazione femminile, creando un effetto domino anche nell'aumento dei posti di lavoro. I negozi e gli uffici pubblici si sono adattati e hanno modificato gli orari di apertura per favorire le mamme lavoratrici. Nella sola Svezia, questo ha portato all'assunzione di centinaia di persone negli uffici della capitale Stoccolma, aperti per più tempo.
Si chiama
womenomics la scienza che analizza
l'impatto positivo dell'occupazione femminile nelle economie nazionali e in Italia è totalmente sconosciuta o ignorata dalla maggior parte dei politici e dei dirigenti di imprese e uffici pubblici. I sindacati e le associazioni femministe lo dicono da anni: servono politiche di welfare, infrastrutture adeguate e maggior propensione alla flessibilità da parte delle aziende per favorire il reingresso nel mondo del lavoro delle donne. "Questo porterebbe un maggior valore aggiunto alle spesso vetuste organizzazioni aziendali, poco flessibili in fatto di conciliazione di orari e maternità e sempre poco propense nel concedere part time alle lavoratrici madri", spiega
Valeria Fedeli, vicesegretaria nazionale della Filctem Cgil.
L'ultimo studio che si incarica di dirci quanto preoccupante sia la situazione – in Italia, ma anche a livello globale – è quello di una società di servizi che si occupa di "soluzioni per gli spazi di lavoro", la
Regus. Secondo i dati raccolti intervistando oltre 10.000 dirigenti e imprenditori di tutto il mondo, la percentuale di chi si dice intenzionato ad assumere "mamme lavoratrici" è crollata di un quinto dallo scorso anno. Ma perché le aziende non vogliono assumere le mamme, se tutti gli economisti affermano ormai che sono più affidabili, aperte al confronto e disponibili degli uomini?
La colpa, secondo i ricercatori della Regus, è di
vecchi pregiudizi: i datori di lavoro temono ancora che le madri che lavorano mostrino meno impegno e flessibilità rispetto agli altri dipendenti (37 per cento), abbandonino il lavoro poco dopo la formazione per avere un altro figlio (33 per cento) o abbiano capacità professionali inadeguate (24 per cento).
Ne abbiamo già scritto qui.
Sono poche nel nostro paese le aziende lungimiranti, che capiscono che possono venire incontro alle esigenze delle famiglie – e allo stesso tempo rendere più produttivo il lavoro – semplicemente consentendo ai dipendenti di lavorare in orari alternativi a quelli canonici. "Riconoscere che le esigenze delle mamme che lavorano non sono eccezionali – è scritto nella ricerca su donne e maternità – ed estenderle a tutti i lavoratori, produrrà vantaggi in termini di produttività e riduzione delle spese, oltre a rendere il personale più motivato". Secondo
Giovanna Altieri, direttore dell'Ires, di cui è responsabile del settore di ricerca sul mercato del lavoro, se il 61 per cento delle donne italiane abbandona il lavoro dopo la nascita del primo figlio è a causa della carenza di infrastrutture adeguate e di normative che aiutino la conciliazione lavoro-maternità.
"Oggi in Italia – dice la ricercatrice – le donne hanno il primo figlio dopo i 30 anni e il tasso di natalità e tra i più bassi del mondo. Questo perché le norme di welfare e di tutela sono insufficienti e non contemplano le lavoratrici precarie e atipiche, che spesso sono costrette a rinunciare o a posticipare la maternità". Sulla stessa lunghezza d'onda del direttore dell'Ires è
Ilaria Lani, responsabile delle politiche giovanili della Cgil: "L'aumento della disoccupazione, la condizione di precarietà e la mancanza di una rete di protezione sociale si scarica sempre di più sulle giovani donne, ancora più fragili nel mercato del lavoro – osserva –. La condizione di precarietà e umiliazione che abbiamo denunciato anche con la nostra campagna '
Giovani non + disposti a tutto' invade la vita di molte ragazze, prive delle tutele fondamentali, a partire dal pieno esercizio del diritto alla maternità. L'esito è che stiamo rapidamente tornando indietro di molti anni: le giovani donne sono costrette a sacrificare le proprie aspirazioni, con conseguenze disastrose non solo sulla propria pelle, ma anche sul piano sociale, con il rischio di consegnare al nostro paese un futuro di arretratezza".