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La testimonianza

"Vorrei che mia figlia facesse una vita diversa"

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La storia di Vittoria, operaia agricola della provincia di Taranto, dalla mattina alla sera nei campi di pomodoro o nei vigneti per 30 euro al giorno

di Vittoria, operaia agricola

Mi chiamo Vittoria, ho 37 anni e fin da quando ne ho sedici lavoro in agricoltura in provincia di Taranto. Sono cresciuta senza un padre, così mia madre un giorno mi ha detto che dovevo trovare un lavoro per aiutare la famiglia. Oggi sono sposata e ho tre figli, la più grande ha diciannove anni mentre la più piccola solo due. Faccio molta fatica a dedicare del tempo alla mia famiglia perché sto molte ore fuori di casa per via del lavoro. Fare l’operaia agricola non è semplice perché non lavori mai per la stessa azienda ma cambia in continuazione.

Adesso, ad esempio, sto lavorando alla raccolta dei mandarini e delle arance, che è molto dura e non ha orari di lavoro fissi. A febbraio, però, dovrò cambiare di nuovo e andare in un’altra azienda per la legatura dei ceppi delle viti. Nel vigneto lavorerò al massimo per venti giorni e poi dovrò stare per qualche tempo a casa perché non c’è lavoro da fare. Ad aprile, invece, sarò in un’altra azienda ancora per l’intestazione della foglia, cioè per togliere tutto quello che c’è in più e che non serve a un germoglio.

A maggio si prepara la campagna del pomodoro e dovrò zappare e controllare come va il lavoro, se le piante stanno bene, se c’è bisogno di ripiantare di nuovo. Tra luglio e agosto i pomodori saranno maturi e dovrò raccoglierli lavorando dalla mattina alla sera senza sosta. A settembre, infine, dovrò tornare in vigna e a ottobre sarò di nuovo a casa. Preferisco non fare i nomi delle aziende e nemmeno che si sappia troppo chi sono perché ho paura che poi non mi facciano più lavorare. Da tanti anni la mia vita è fatta così, un lungo pellegrinaggio da un’azienda all’altra pur di lavorare, tra un campo di pomodori e un vigneto. Non mi piace questo lavoro ma in provincia di Taranto non c’è molto altro da fare. Il mio paese è rurale e quasi tutti fanno questo mestiere, anche nella mia famiglia. Per questi lavori mi fanno sempre un contratto a tempo determinato ma mi pagano solo 30 euro al giorno, per giornate che arrivano anche a dieci, dodici ore di lavoro.

Ogni mattina sto in giro dalle 4 di mattina; ci vediamo nella piazza del paese con le mie colleghe e andiamo in macchina perché così siamo più sicure. Quando mi va bene torno alle 15.30, ma alle volte mi capita di tornare anche alle 18, specie in occasione della raccolta delle arance, dei mandarini e dei pomodori. Ho conosciuto il caporalato sulla mia pelle. Il caporale passava a prenderci con il pullman, decideva tutto, se lavoravi o no, se potevi andare in bagno, quanto ti pagava, quante ore dovevi lavorare. Dovevo fare come dicevano loro perché altrimenti non avrei più lavorato, ma io avevo bisogno di soldi per aiutare la mia famiglia e per questo ho dovuto accettare tutto. Oggi anche i caporali si sono modernizzati, si fanno chiamare fattori e sono tutti italiani. Ci sono anche molte “fattoresse”, donne come noi che però decidono del destino delle operaie.

So di alcune mie colleghe giovani che hanno avuto dei problemi anche più gravi e che sono state molestate dal fattore o da qualcuno dell’azienda. Anche in questi casi è chiaro che se una deve lavorare arriva ad accettare anche le avance. La mia situazione negli ultimi anni è un po’ migliorata e non sto più sotto caporale ma devo comunque sempre chiedere se posso andare in bagno, che altro non è che un cespuglio dove nascondersi per fare i propri bisogni. Non conosco mai i miei orari di lavoro, me lo dicono giorno per giorno ed è per questo che per me è molto difficile conciliare il tempo con quello della mia famiglia.

Nelle aziende dove lavoro non c’è molta sicurezza. Se ci tieni a non farti male, è meglio che ti porti tutto da casa e, infatti, io ogni mattina parto con un borsone che è più grande di me e dove metto dentro tutto, dal giaccone ai guanti, agli stivali, alla maschera. Al padrone, invece, non gliene importa niente della nostra sicurezza ed è per questo che molte volte ci capita di farci male, di tagliarci con le forbici, di cascare da una scala o di scivolare per terra. Vorrei che le mie condizioni di lavoro migliorassero ancora e mi piacerebbe poter andare in bagno liberamente, essere pagata regolarmente – cosa che difficilmente avviene – avere degli orari di lavoro normali, essere inquadrata come operaia specializzata quale sono e non come operaia semplice e che mi venissero riconosciuti i tanti straordinari che faccio.

Delle volte penso che vorrei fare un altro lavoro e avere un’altra vita. Mi piacerebbe stare in un ufficio dietro a una scrivania e non andare più nei campi, ma devo fare così altrimenti non so dove prendere i soldi. Lavorando tutti i giorni riesco a prendere al massimo 800 euro al mese, ma in media ne prendo solo 500-600. Sono costretta a mandare mia figlia piccola all’asilo nido privato perché altrimenti non saprei come fare. Pago 145 euro al mese e me la tengono sei ore. Però dobbiamo portare tutto noi da casa perché li non c’è niente, mancano anche i pannolini, le pappe e la carta igienica.

Anche mio marito non se la passa bene. Fa l’autista di pullman turistici ma ora quel settore sta subendo una grande crisi e quindi non c’è lavoro e lui spesso sta a casa. A dirla tutta nelle ultime settimane sta venendo in campagna con me, a fare le arance. È senza contratto ma abbiamo bisogno di qualche euro in più. Anche mia figlia grande ha lavorato un anno con me, ma poi mi ha detto che non ce la faceva e che preferiva studiare. Io voglio che lei studi e che non venga in campagna con me. Voglio che coltivi i suoi sogni, che abbia una vita diversa e migliore della mia.



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TAGS agricoltura flai caporalato

24/01/2011 12:12

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