Intervista a Giancarlo De Cataldo. C'erano i democratici, i repubblicani, i primi socialisti. Un'Italia che avesse tenuto conto dei princìpi per i quali si battevano sarebbe stata migliore e più democratica
Sono trascorsi quasi centocinquanta anni dal 18 febbraio 1861, giorno in cui per la prima volta, a Torino, si riunì il Parlamento italiano. L’unità era stata da poco raggiunta (mancavano per la verità ancora il Veneto e Roma, la cui annessione avverrà rispettivamente nel 1866 e nel 1870) e tra mille difficoltà il nuovo Stato muoveva i suoi primi passi. Un’unità conquistata a caro prezzo, grazie anche al coraggio di tanti giovani che spinti da forti ideali unitari e di rinnovamento sacrificarono la loro stessa vita. Oggi, centocinquanta anni dopo, cosa rimane degli ideali risorgimentali sui quali abbiamo costruito il senso e l’identità del nostro “stare insieme”? Le spinte separatiste che arrivano da una parte del paese, mettono davvero a rischio la nostra unità nazionale?
Ne abbiamo parlato con Giancarlo De Cataldo, magistrato e scrittore, sceneggiatore del film di Mario Martone,
Noi credevamo, e autore del libro
I traditori (Einaudi) ambientato anch’esso nel periodo risorgimentale.
"Lavorando alla sceneggiatura del film e studiando il materiale risorgimentale – dice lo scrittore – ho scoperto che noi abbiamo un’immagine molto superficiale di quella stagione. Innanzitutto ho scoperto che molti dei protagonisti erano ragazzi. Ma soprattutto ho scoperto che siamo
vittime di una retorica politica che ci fa vivere il Risorgimento come una sorta di grande imbroglio protratto ai danni degli italiani. Al contrario, le spinte unitarie erano fortissime e si sentiva che c’era un ordine vecchio, ammuffito, quello rappresentato dai sovrani dei piccoli e grandi Stati. Ad esempio non era assolutamente vero che i Borboni fossero una dinastia illuminata, che il Sud vivesse un momento di prosperità sotto di loro: basti pensare che l’intera proprietà terriera era in mano a solo quindici famiglie, quindi si viveva in un contesto di oppressione contro la quale si voleva combattere".
Rassegna Secondo molti, così come si è realizzata, l’unità d’Italia si è rivelata una “speranza tradita” perché ha messo da parte i princìpi e i valori repubblicani, riducendosi a una sorta di “annessione” dei vari Stati al regno di Sardegna. Esiste però un altro filone di pensiero convinto che quello fosse l’unico modello unitario che si potesse realizzare...
De Cataldo Il fermento che animava in quegli anni il nostro paese si inseriva nel quadro più ampio che era quello europeo. La spinta nazionalista era forte, ma non era l’unica, dal momento che si accompagnava a istanze sociali altrettanto forti. Certo,
i “risorgimenti” possibili erano vari, e alla fine prevalse quello militaristico e autoritario dei piemontesi. Io credo, però, che questa non fosse l’unica opzione possibile, e che quella è l’unica Italia che si è fatta, e che quindi con quella dobbiamo fare i conti. In quel contesto operavano i democratici, i repubblicani, i primi socialisti e un’Italia unita che avesse tenuto conto dei princìpi da essi professati sarebbe stata un’Italia migliore, più democratica. Ci sono stati vari episodi, ad esempio all’Aspromonte, nel 1866 in Sicilia con la rivolta del “sette e mezzo” o addirittura nella stessa stagione dei Mille, che avrebbero potuto cambiare il corso degli eventi e dare vita a scenari differenti.
Rassegna Da anni assistiamo a un processo di frantumazione del paese. Al Nord con la Lega, ma ora anche al Sud, si moltiplicano le spinte localistiche che tendono a disgregare l’unità nazionale, rivendicando identità culturali costruite su simbologie improbabili e inesistenti. Non credi che questi fenomeni siano anche il frutto di un’unità irrisolta?
De Cataldo Se consideriamo ad esempio, l
’opzione federalista di Correnti e Cattaneo questa non era rivolta a “separare”, ma si basava su princìpi solidali: tener conto delle differenze per poter poi procedere tutti insieme. Il problema quindi, non è il federalismo in sé: sono i “federalisti” che abbiamo in Italia che vanno temuti. Questi, infatti, non professano un federalismo solidale, progressista, aperto verso il futuro, ma ripropongono schemi che già esistevano e rivendicano sostanzialmente degli interessi localistici. Siamo di fronte a una reazione, una spinta conservatrice che si autoalimenta dei suoi racconti intorno a un passato considerato mitico, e che quindi crea una mitologia sull’irreale, sull’inesistente. La nostra colpa è stata semmai quella di non aver contrastato adeguatamente questa mitologia, abbandonando il nostro arsenale simbolico che era un arsenale unitario e progressista.
Rassegna L’unità d’Italia è stata possibile anche grazie a moltissimi giovani che partivano e andavano a farsi massacrare dalle truppe borboniche, austriache o francesi. Oggi cosa resta in piedi di quegli ideali, di quell’esperienza?
De Cataldo Malgrado le spinte separatiste,
credo che in realtà ci sia una grande voglia di unità, e che la mitologia disgregatrice ne stia innescando una di segno opposto. Non si può rivendicare un’appartenenza etnica: in Italia siamo tutti mescolati. Quindi la nostra non è un’identità etnica, semmai è un’identità nazionale. Intendiamoci, non abbiamo bisogno di un nuovo nazionalismo, perché il nazionalismo ha sempre in sé una componente di aggressività, che tende a dividere dagli altri. Abbiamo bisogno invece di un nuovo “Risorgimento”, che ci spinga a recuperare quei valori positivi e parole quali “patria”, “tradizione”, anche per porre un argine alle spinte conservatrici, molto prossime a quelle contro le quali hanno combattuto i giovani entusiasti che hanno fatto l’Italia.
Rassegna La sinistra sembra impegnata nel tentativo di riappropriarsi dei valori del Risorgimento, dei concetti di patria, nazione, probabilmente dettato anche dalla necessità di contrastare questo processo di disgregazione e questa deriva localistica...
De Cataldo Per tanti anni la parola patria è stata considerata tabù, perché legata al nazionalismo fascista. Credo invece che dovremmo prendere lezione dall’Associazione nazionale partigiani d’Italia che ha chiamato il suo giornale “Patria”. E ricominciare da lì. Qualcuno potrà anche sorridere e chiedere: “Ma come adesso avete riscoperto i valori?”. È vero, ma non si tratta di quelli delle caserme sabaude, quanto piuttosto di quelli autenticamente popolari. Questi sono i valori che dobbiamo riscoprire.
Rassegna I giovani del Risorgimento: traditi dagli esiti storici. I giovani di oggi: traditi da un paese che nega loro il futuro e li spinge ad andare via...
De Cataldo Esiste una situazione contraddittoria. Da un lato, bisogna sempre incoraggiare i giovani a restare, non si può dire loro “andatevene via”; dall’altro, ci sono condizioni di difficoltà oggettive.
Comunque questo è un paese che chiaramente non ama i suoi giovani: li maltratta, toglie loro le risorse, non investe nell’istruzione, bistratta la cultura. In questi ultimi anni ne abbiamo viste e sentite di tutti i colori. D’altra parte, comprendo anche le paure e le resistenze di molti ragazzi: spesso si ha l’impressione infatti che li si lasci muovere per impallinarli meglio; così come comprendo la diffidenza che dimostrano nei confronti di un mondo che noi abbiamo consegnato loro in questo modo. Un mondo che non piace a noi, figuriamoci quanto possa piacere a loro.
Rassegna Si ha comunque l’impressione che qualcosa si stia muovendo, che le giovani generazioni siano stanche di questa condizione e stiano cercando anche loro una sorta di “risorgimento”...
De Cataldo Ci sono dei segnali di ripresa sicuramente, vediamo dove portano. C’è
l’agitazione nelle università, nelle scuole, e non basta liquidare il fenomeno con la frase “gli studenti per bene stanno a casa a studiare”. Questo è un periodo maledettamente difficile e francamente non vorrei avere vent’anni – e nemmeno trenta –, però ci sono tanti ragazzi che si impegnano e si rimboccano le maniche. Vedo che c’è un numero crescente di persone – non necessariamente giovani – che hanno voglia di apprendere attraverso strumenti e interlocutori non istituzionalizzati, come se di questi non ci si fidasse. Si cercano canali di comunicazione e di apprendimento diversi da quelli tradizionali, c’è una diffidenza per le verità ufficiali, un gusto per l’approfondimento.
Rassegna Non c’è dubbio che le celebrazioni del 150° risentano del clima politico e delle lacerazioni che il paese sta vivendo. Non c’è il rischio che queste si riducano a puro protocollo e a espressioni di retorica istituzionale, senza coinvolgere le persone comuni e senza riuscire, quindi, a restituire forza al senso di identità nazionale?
De Cataldo Considerato che abbiamo al governo un partito che in passato ha suscitato l’argomento della secessione, figuriamoci con quale entusiasmo questo e il governo stesso possano vivere le celebrazioni per il 150° anniversario dell’unità d’Italia. Qualsiasi iniziativa è la benvenuta se va oltre le celebrazioni ufficiali e la retorica paludata. Di certo abbiamo bisogno di una lunghissima opera di ricostruzione culturale e di consolidamento di un sentimento di identità nazionale solidale e progressivo. Questo credo si possa fare. Di un festival dell’unità nazionale fatto di fanfare di bersaglieri invece ne possiamo fare a meno.
È altro il Risorgimento al quale bisogna puntare. Intanto occorre ricominciare a raccontare gli avvenimenti, che finora sono rimasti patrimonio esclusivo degli storici, così come sono andati e divulgarli per renderli patrimonio comune. Intendiamoci, io non voglio obbligare tutti a credere che il Risorgimento sia stato necessariamente una meravigliosa avventura, ma vorrei che almeno fosse rispettato e che se ne discuta.