Manca solo qualche mese alla celebrazione del centocinquantesimo anniversario dell'Unità d’Italia. Il grande storico marxista inglese Eric Hobsbawm scrisse nel ‘97 che "il patriottismo è di sinistra", perché la parola "patria" ha un'origine rivoluzionaria
Difficile dare però per scontato questo assunto in Italia, dove per lungo tempo e per tante ragioni il tema della patria si è rivelato assai spinoso per i leader e gli intellettuali di sinistra – in specie comunisti – che si sono affacciati alla ribalta.
A chi scrive pare che però qualcosa stia cambiando, e cioè che, complici l’esasperante esaltazione del particolarismo localistico della Lega e del nichilismo valoriale berlusconiano, l’importanza dell’unità d’Italia – naturalmente con tutte le questioni irrisolte nel corso della sua storia o mal poste sin dall’inizio – stia acquisendo il posto che merita. Dell’argomento abbiamo ragionato con Giuliano Amato che attualmente, oltre alla Treccani, guida il Comitato dei garanti per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia. “Sì, credo che lei abbia ragione – risponde l’ex presidente del Consiglio –. La sinistra si sta effettivamente riappropriando del valore del concetto di patria. E la spinta viene dalle forze disgregatrici che prendono piede non solo in Italia ma in tutta Europa. La cosa interessante, secondo me, è che il concetto di patria si connette sempre più a quello dell’identità non solo nazionale, ma anche sovranazionale. Si tratta della consapevolezza del fatto che ciascuno di noi è parte di una comunità più ampia di quella in cui vive; che coloro che vengono da comunità locali diverse dalla nostra non sono nemici, ma partecipi degli stessi diritti e aspettative. Oggi il concetto di patria non implica più una chiusura ma, al contrario, un’apertura. Un’idea, questa, che quasi paradossalmente la si ritrova a nutrire proprio il senso dell’identità nazionale, in opposizione a chi invece fa valere identità parcellizzate e ostili tra di loro".
Il Mese Però non è che sia stato sempre così. Una certa diffidenza verso lo spirito nazionale, tradizionalmente tipica del nostro paese, credo sia responsabilità anche della sinistra, C’è un certo internazionalismo, soprattutto del Pci, che ha sempre guardato con una qualche ostilità alla nazione…
Amato La vicenda è complessa. Il concetto di patria nella vicenda italiana ha due momenti di significativa frattura con la sinistra. Il primo riguarda la valutazione dello stesso processo di unità nazionale che, a partire da Gramsci e poi da Sereni, venne per tanto tempo visto criticamente. Però, attenzione: Gramsci non valutava negativamente l’unificazione nazionale in sé, ma il modo in cui questa fu realizzata. Egli attribuiva alle masse contadine un potenziale rivoluzionario che probabilmente invece esse non avevano. Questo bastò comunque a creare una distanza tra sinistra, nazione e patria. Una distanza che si aggiungeva a quella prodotta dall’idea dell’internazionalismo comunista.
Il Mese La seconda frattura immagino vada fatta risalire al periodo fascista.
Amato Certamente. Il fascismo ha utilizzato in senso aggressivo il concetto di nazione e patria. Contrapponendosi in questo al valore di un’identità comune con gli “altri”, esso anticipava su scala nazionale – e in modo ancora più aggressivo – l’ostilità verso gli altri oggi presente in tanti movimenti xenofobi.
Il Mese Lei crede dunque che oggi queste fratture si stiano ricomponendo?
Amato Penso di sì. In estrema sintesi, per due motivi: il localismo fa percepire il valore progressivo dell’unità nazionale e ormai è stata sottoposta a revisione critica la lettura gramsciana del Risorgimento.
Il Mese Torniamo brevemente al freno prodotto dall’internazionalismo comunista…
Amato Sicuramente il comunismo aveva una sua forte ambivalenza. Esso ha infatti radicato nei singoli paesi in cui aveva preso piede – con l’ovvia eccezione dell’Urss – l’idea di una lealtà a una patria diversa da quella propria. Un’ambivalenza profonda in tutta la storia del movimento comunista internazionale e che ha pesato anche da noi. Ricordo ancora molto bene come quando i russi andarono a cacciarsi nel guaio afghano, né gli unici né gli ultimi peraltro, e a prenderle di santa ragione dai talebani, molti compagni comunisti soffrivano in prima persona. Quasi che fosse la propria armata quella che stava perdendo! Insomma, si era creata una fedeltà diversa, che finiva per allontanare molti comunisti dalla propria patria, anche perché essa era governata da un sistema capitalistico non condivisibile e troppo distante dal sistema a cui si aspirava e questo creava difficoltà di identificazione. Onestà di vecchio socialista, vuole però che io sottolinei un altro aspetto importante del Partito comunista italiano.
Il Mese Quale?
Amato Che lo stesso partito aveva al suo interno una forte componente nazionale che in qualche modo “infettava” positivamente il nazionalismo sovietico proprio del comunismo. Molti di coloro che diventarono nel dopoguerra dirigenti del Pci erano entrati nel partito più in nome dell’antifascismo che della lealtà al comunismo: perché quel partito era l’organizzazione più efficiente nella lotta partigiana e, prima, nel combattere il fascismo. E questa forte motivazione nazionale finirà per caratterizzare il partito nuovo di Togliatti. Del resto se non fosse stato così il Pci non sarebbe riuscito a sopravvivere alla fine del comunismo. In tutto l’Occidente è l’unico a essersela cavata.
D’altro canto va aggiunto che la sinistra rappresentava ceti, soprattutto masse contadine, che dovevano affacciarsi alla storia. Gramsci scrive poco dopo che Lenin si è trovato costretto a fare una rivoluzione senza operai, e trasporta in Italia le tesi costruite in Russia per giustificare una rivoluzione realizzata con i contadini. Ma da noi i contadini non avevano un potenziale rivoluzionario; erano piuttosto partecipi del conservatorismo chiuso insegnato nelle parrocchie del tempo. Basti pensare alla vicenda di Pisacane, che contava sulla sollevazione dei contadini mentre questi, guidati dal prete, massacrarono lui e i suoi uomini. Gramsci questa contraddizione la conosceva, e auspicava un partito guidato da filosofi perché riteneva che le masse indistinte di analfabeti, guidate da istinti anarcoidi, non potevano essere lasciate a se stesse. Ma ciò voleva dire che la sinistra, e questo era il lavoro che i riformisti come Costa e Prampolini avevano pazientemente iniziato a fare, doveva farle crescere, queste masse. E dare loro un senso di identità nazionale significava appunto farle maturare, portarle a una dimensione che le rendesse soggetti anziché oggetti di una storia governata da altri.
Il Mese Sono tre le figure storiche della sinistra che hanno negli anni cercato di dare senso forte all’idea di unità del paese, con una connotazione anche patriottica: Ciampi, Pertini e Craxi. Tutti ricordano il bacio della bandiera di Pertini, il 2 giugno di Ciampi e, prima, i cimeli garibaldini di Craxi…
Amato Sì, e per il presente aggiungerei il presidente Napolitano, che si sta dedicando alla celebrazione dell’anniversario con il piglio di chi vuol dare anche un senso etico all’unità degli italiani. In ogni caso, quello che lei dice dimostra che, nonostante tutte le sue sfasature culturali, la sinistra abbia nel tempo contribuito a far lievitare un comune sentimento di storia nazionale. Caso mai credo che oggi dovrebbe spingere ancora di più in questa direzione.
Il Mese Quale dovrebbe essere allora il compito che lei auspica per questa sinistra?
Amato Uno dei suoi compiti più importanti secondo me è quello di solidificare un tessuto nazionale che è fragile e la cui fragilità può essere causa delle avventure più diverse. Non possiamo dimenticare che l’Italia è nata debole. Sono d’accordo pienamente con Napolitano. In questi mesi nel mio ruolo di presidente del Comitato dei garanti per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia mi affanno ad argomentare che sbagliamo se pensiamo che Cavour e le élite che fecero il Risorgimento abbiano tradito la possibilità di un’altra Italia. Fecero l’unica Italia che era allora possibile fare. E fu un mezzo miracolo, come riconosciuto ormai da tanti storici: con la Francia che stava sulle sue e qualche volta dava una mano – ma guai a chi toccava lo Stato Pontificio – e l’Inghilterra nostra “amica” ma pur sempre più amica dell’Austria.
Il Mese E tuttavia l’Italia che si costruì era molto fragile…
Amato Sì, ma, ripeto, era l’unica possibile. Ricordo che solo il 10 per cento della popolazione parlava italiano e poi mancavano i soldi. Già allora – e nostro Signore non aveva ancora creato Giulio Tremonti! – i Comuni non avevano soldi per costruire le scuole e pagare gli insegnanti. Era uno Stato tanto debole che dovette adottare una struttura fortemente centralistica. Com’è noto, Cavour valutò a lungo l’ipotesi decentrata di Minghetti, ma il regionalismo non fu adottato perché era forte il timore che in quel modo l’unità non avrebbe retto. Era debole anche il sentimento nazionale, che pur se condiviso da persone appartenenti agli strati sociali più diversi (non solo l’élite degli Ottimati e dei proprietari terrieri, ma anche artigiani, agricoltori, braccianti) era sempre minoritario. In realtà il legame più forte tra gli italiani era rappresentato dalla religione ma, come si sa, la Chiesa era contro l’Unità d’Italia.
Quindi: il nostro tessuto nazionale è sempre stato fragile. E allora rafforzarlo è stato e deve ancora essere un compito permanente. Perché questa debolezza spiega le contrapposizioni ideologiche che continuano ad alimentarsi in Italia e l’attuale e pericolosa discesa verso i localismi di cui dicevo prima. Pertanto la dirigenza di una sinistra illuminata deve puntare al rafforzamento del tessuto nazionale come premessa di qualunque politica.
Il Mese La Cgil è una parte fondamentale, direi costituente, della sinistra italiana. Quale ruolo ha svolto secondo lei rispetto all’unità del paese?
Amato È mia convinzione che l’unificazione nazionale, avviata nel 1861, arrivi a completarsi – salvo poi questi rischi di sfrangiamento degli ultimi decenni – con l’arrivo al Nord di “Rocco e i suoi fratelli”. Fu quello il momento in cui finirono per trovarsi insieme e unificarsi le diverse culture e le diverse lingue, al di là della scuola. E se questo fu possibile, se queste subculture diverse di chi veniva dal Sud e di chi stava nel Nord riuscirono a fondersi il merito storico è del sindacato, e in primo luogo della Cgil che negli anni 60 era l’organizzazione più forte in fabbrica e che “educò” questi lavoratori così diversi a stare insieme.
Il Mese Facciamo una rapida incursione nell’altro campo. Nella cultura attuale della destra (con l’eccezione non si sa quanto strumentale della svolta finiana) lo spirito nazionale sembrava aver abbandonato i tradizionali motivi “marziali”. Pare ridursi, in “negativo”, alla contrapposizione verso gli altri, gli stranieri, i Rom. Interessante come molte delle proposte selettive rispetto agli immigrati (purtroppo anche malamente imitate da qualche importante dirigente del Pd) indugino su requisiti come la conoscenza della nostra lingua, della nostra cultura (come se noi la conoscessimo sempre!) e l’adesione ai nostri valori (quali?)…
Amato Questa idea di patria e di nazione si fonda su un equivoco che ormai, dopo le sciagure che ci ha fatto soffrire il Ventesimo secolo, dovrebbe essere chiaro. Appartiene al mondo degli inferi l’identificazione dell’identità nazionale con l’identità etnica. Non c’è nessuna ragione, tanto meno in un paese come il nostro, perché ci si sia questa coincidenza. E se ciò accade, vuol dire che nella storia è intervenuto qualcosa di storto. Lo so bene io, che diedi il mio avallo al riconoscimeno dello Stato del Kossovo, uno Stato che vìola i princìpi in cui credo perché fa coincidere la nazione con l’etnia. Il fatto è che in questo caso era stata talmente violenta e ottusa la persecuzione della minoranza albanese da parte dello pseudo-socialismo di Milosevic da lasciare come unica via di uscita plausibile per gli albanesi kossovari l’idea di uno Stato etnico.
Ma il concetto di nazione su cui si è costruita l’Europa postrivoluzione francese si fonda sull’unità culturale non sull’unità etnica. E va notato che questa idea era talmente forte che anche teorici fascisti della nazione, come Costamagna e Candeloro, negli anni 30 reagirono alle persecuzioni antiebraiche che si stavano scatenando in Germania, dicendo che in Italia l’idea di nazione era diversa e non implicava identità etniche. Poi però arrivarono le leggi razziali anche da noi.
Su questo terreno si annida una contraddizione che ci rifiutiamo ottusamente di cancellare: nessuno avrebbe il coraggio di negare che la nostra nazione si basa su un concetto di identità nazionale e non etnica, ma la cittadinanza continua ad essere fondata sullo ius sanguinis, cioè sul sangue dei propri genitori. E questo non va bene.