Rubriche

Blog

Il PuntoRassegnadosFuori classeRoba da mattiSull'asfaltoCinePressaRendiamoci ContoRadio cracNote a margineChe senso che faUomini e CittàA tutta rete

Multimedia

Speciali



Ricostruzione

L'Aquila c'è
Ma l'Italia dov'è?

   Print  

Oltre 20mila persone hanno partecipato alla manifestazione organizzata dal Comitato 3.32. Stufi del "catastrofe show", in attesa di una ricostruzione che non arriva, gli aquilani hanno presentato una legge d’iniziativa popolare

di Sara Picardo

foto di Sara Picardo (immagini di foto di Sara Picardo)
L’Aquila chiama Italia. E l'Italia risponde. Dai No Tav torinesi alle mamme di Terzigno, dai terremotati irpini ai genitori dei piccoli morti dopo il crollo della scuola di San Giuliano Marche. Dalla vicina Capitale alla lontana Sicilia. Oltre 20mila persone sono giunte alla manifestazione organizzata dai cittadini aquilani per ricordare che il capoluogo abruzzese, dal tragico sisma delle ore 3.32 del 6 aprile 2009, è una città morta, abbandonata a se stessa, sotto “macerie di democrazia” appunto, come recita il titolo scelto dai promotori della giornata.

Anche il cielo ha pianto insieme a parenti e amici delle vittime, accompagnando il corteo partito da piazza d'Armi alle 2 del pomeriggio sotto una pioggia battente. Un numeroso spezzone si è allontano dal percorso stabilito, entrando nella zona rossa, nessun ostacolo sul cammino, ai lati un cimitero di palazzi abbandonati, i resti di una città fantasma. Quasi 12mila case totalmente danneggiate nei centri storici per cui non sono ancora cominciati i lavori.

“Il progetto C.A.S.E. accoglie 14.205 persone, non 30mila, come aveva dichiarato ad agosto del 2009 il nostro premier Silvio Berlusconi e da gennaio molto probabilmente dovranno tornare a pagare l'affitto, mentre ci hanno fatto la carità di prorogarci il pagamento delle tasse per altri 6 mesi”, racconta una ragazza del Comitato 3.32, promotore insieme ad altri della manifestazione. Mentre parla indica i negozi chiusi e mezzo crollati lungo la strada. Solo un bar è rimasto aperto.

“Quasi 7mila persone vivono nei Moduli Abitativi Provvisori, 1.410 alloggiano in appartamenti in affitto concordato con la Protezione civile, quasi 3mila vivono ancora in albergo, per lo più anziani. E dei single non si sa più niente. Ormai la gente lascia L'Aquila, non c'è più lavoro né futuro”, le fa eco Angelo, di Epicentro Solidale. “Nessuno vuole più venire qua, ma noi vogliamo restare”.

Sono stufi, non ce la fanno più di passerelle mediatiche, del “catastrofe show” inventato per il pubblico del consenso, di commissari straordinari 'spreconi', di ordinanze di Protezione civile in deroga a ogni legge, (ben 40 dall'inizio del sisma) di affaristi e speculatori ridanciani. Per questo gli aquilani hanno presentato una legge di iniziativa popolare, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale il 17 novembre scorso. “Da oggi parte la raccolta delle 50mila firme necessarie per la presentazione del testo in Parlamento. Per questo, adesso, ci serve l'Italia, quella solidale, che ci è stata vicino fin dal primo momento”, commenta Elena, sfollata del progetto Case, che da quel giorno d'aprile non ha più rimesso piede nella sua vecchia abitazione.

“La nostra legge l'abbiamo scritta noi cittadini dopo centinaia di assemblee utilizzando la piattaforma informatica open source e collaborativa “Wiki””, racconta uno studente universitario, che dopo il terremoto non ha ancora una mensa dove mangiare.

“Con questa legge chiediamo che avvenga subito la ricostruzione socio economica del cratere del sisma e che il compito sia affidato, non alle ordinanze di protezione civile, bensì agli Enti locali competenti”, spiega Marco, del comitato dei parenti delle vittime della casa dello studente.

“L'Aquila non è solo una città piena di macerie e dimenticata da tutti – racconta Umberto Trasatti, segretario provinciale della Cgil de L'Aquila – ma anche una città che sta morendo sotto il punto di vista lavorativo. Prima del terremoto, a causa della crisi del comparto informatico, c'erano 850mila cig, ora ce ne sono 7milioni e 250mila, il 736,1% in più!”.

Dietro di lui le lavoratrici e i lavoratori della Vibac: 280 persone in cassintegrazione. Li seguono i lavoratori dell'Abruzzo Engineering: 193 persone che verranno licenziate a gennaio. “Siamo noi che abbiamo lavorato, prima del terremoto, al famoso rapporto dal titolo 'Censimento per il rischio sismico' che censiva edifici pubblici a rischio, tra cui la casa delle studente. Nessuno ci ha ascoltato, ora ci licenziano”, dice una donna bionda, con le lacrime agli occhi e una foto appesa al collo. Le sta vicino una dei 50 co.oo.co della Giunta regionale che da gennaio non avrà più un lavoro. “Sono precaria da 10 anni, non ho più una casa, vivo in albergo, la scuola di mia figlia è crollata e dove va ora non ha più una palestra e deve farsi ogni mattina un'ora di provinciale in mezzo al traffico, perché nessuno ha pensato, mentre faceva le C.A.S.E., che doveva fare pure le strade. Che Paese le sto lasciando, mi domando? Per questo voglio che la nostra legge passi, così non succederà più quello che è successo qui da noi, in nessun posto”.

“Ti offro un caffè?”, scherza una signora indicando un palazzo transennato e mezzo distrutto, mentre uno spezzone del corteo passa per la zona rossa del centro. La facciata è crollata, si vede il bagno e la camera da letto. I quadri sono ancora tutti appesi lì.

Quando il corteo arriva davanti al Duomo nessun politico sale sul palco, solo cittadini e istituzioni locali. Un minuto di silenzio per le vittime. Poi partono le penne, sotto il tendone accanto al palco: -59 giorni all'ora X per ottenere ben 50mila firme. L'Aquila chiama Italia. L'Italia risponda. 


Vuoi riprodurre questo articolo? Leggi qui le condizioni.


TAGS l'aquila comitato 3.32 terremoto

21/11/2010 01:47

(ricerca avanzata)

Cerca su Rassegna.it con Google

  • bookmarks

  • segnala




Antispam: inserisci il risulato della somma.


  • dalla home page

  • tags

Alcune immagini

foto di Sara Picardo foto di Sara Picardo foto di Sara Picardo foto di Sara Picardo