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Trent'anni dopo

Irpinia, i limiti della ricostruzione dopo il terremoto

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Al fallimento di una strategia complessiva ha risposto una forte iniziativa dal basso. E così al buco nero dell'industrializzazione fa da parziale contraltare l'innovazione e le energie che vengono dal turismo e dall'enogastronomia d'eccellenza

di Antonio Zollo

 (immagini di da internet)
“Ho visto un paese eccezionale, che ha posto già tutte le premesse per rinascere. Ho visto gente niente affatto rassegnata o depressa, ma ovunque una volontà formidabile e un’eccezionale capacità di autogoverno, un rapporto tra amministratori e cittadini esemplare… Il terremoto è stata una grande sciagura, ma sciagura più grave sarebbe quella di non far risorgere queste zone con la loro cultura, le loro tradizioni. Oggi Roma paga un debito contratto con voi: quello di migliaia di meridionali costretti a cercare un lavoro, un tetto. Sono tra le forze migliori su cui Roma può contare… Per la prima volta, probabilmente, Roma è stata davvero capitale d’Italia, ha visto all’opera le sue energie più vive, ha rivelato un’Italia onesta, rigorosa, per la prima volta dopo la Liberazione una nuova generazione ha scoperto il Sud… Staremo tra voi con umiltà ma senza rassegnazione, per aiutarvi ma sapendo che il vostro destino è soprattutto nelle vostre mani…”.

C’erano freddo e neve, trent’anni fa, quella sera di vigilia di Capodanno a Lioni (cratere del terremoto) quando Luigi Petroselli, indimenticato sindaco di Roma, riassumeva speranze e timori tra la folla che si accalcava nel “pallone”, come era stata ribattezzata la grande tensostruttura dove – come in una sorta di agorà d’emergenza – si svolgeva la vita del paese devastato dal sisma.

La ricostruzione: fatta da chi? come? con quale obiettivo? In tanti pensarono (sperarono) che il dramma avrebbe avuto almeno questo risvolto: ricostruire con un progetto, una strategia di inedita efficacia, tali da aggredire finalmente con successo l’irrisolta questione meridionale; e, contestualmente, avviare un processo di riscatto civico e culturale che finalmente trasformasse in cittadini anche i sudditi di queste terre. Come è andata a finire? L’obiettivo strategico è stato sostanzialmente mancato; del resto, non passò molto tempo dal sisma che la ricostruzione fu risucchiata entro i tradizionali meccanismi della gestione del potere in aree fortemente condizionate dal clientelismo e dal voto di scambio. La Dc rivendicò anche con furore l’estromissione di personalità e metodi estranei alla sua gestione del potere locale. La sinistra, dal canto suo, rinunciò – a parte la solidarietà e l’abnegazione di dirigenti e militanti – a giocare la partita. È d’accordo con questa lettura Rosa D’Amelio, consigliere regionale del Pd, segretario della commissione Agricoltura: “Pagammo anche lo strappo che si era da poco consumato tra le forze politiche a livello nazionale, l’incattivimento del confronto tra i partiti”.

E così il terremoto, invece che fattore di coesione, diventò campo di battaglia. Di qui un bilancio con poche luci e molte ombre, una ricostruzione edilizia infinita, controversa, e la girandola di sprechi, scandali, fino alle commissioni d’inchiesta con le loro durissime ma inefficaci conclusioni. Rosa D’Amelio ha vissuto questa vicenda dall’inizio, dalla sera in cui – giovanissima studentessa – scampò “per miracolo” alle scosse e cominciò a scavare con i giovani e i sopravvissuti di Lioni. Della città sarà poi sindaco, prima di approdare in Regione e lavorare da assessore alle Politiche sociali. “La ricostruzione edilizia – dice Rosa D’Amelio – è sostanzialmente conclusa, sia pure con risultati contraddittori: dignitosa in buona parte quella gestita dai singoli proprietari di abitazione, caotico e spesso aberrante il resto. Se nelle campagne oggi si vive in case più che decenti, ci sono paesi rinati sotto forma di squallidi agglomerati simili ad anonime periferie metropolitane. Con una pesante discriminazione: la legge 219 finanziava la ricostruzione delle case abitate dal proprietario ma non di quelle date in affitto”.

Il vero buco nero è l’industrializzazione, che fu sbandierata come il toccasana di tutti i mali, le arretratezze, le ingiustizie accumulate in decenni di storia post-unitaria. “L’idea era giusta e accettabile in sé. Ma doveva essere una sfida programmata e coordinata, non una somma caotica di iniziative parcellizzate, incardinate agli egoismi dei notabilati locali, paracadute dall’alto e viste dall’imprenditoria del Nord soprattutto come una opportunità per speculare, incassare soldi pubblici e, in alcuni casi, sparire. Visti i risultati, dobbiamo rivendicare la battaglia condotta contro la parcellizzazione degli insediamenti industriali, la loro sostanziale estraneità alla vocazione di quelle aree. Oggi dalle aree industriali desertificate arrivano bollettini di guerra, il 90 per cento delle aziende sono chiuse. Qualche errore fu commesso anche dalla nostra parte. Ci attardammo molto, troppo, nella difesa dell’esistente, di uno status quo che non poteva reggere. Oggi possiamo chiederci: che senso aveva la battaglia durissima condotta contro l’Ofantina, la strada veloce che consente di raggiungere l’Alta Irpinia in tempi allora inimmaginabili? In conclusione, ci ritraemmo di fronte alla sfida dell’innovazione”.

Ma le terre del cratere
hanno saputo fare anche da sé, puntando sulle risorse e sulle vocazioni del territorio, su intraprendenza e fantasia. D’altra parte, né le dissennatezze di una certa ricostruzione, né una industrializzazione a casaccio, per quanti disastri abbiano procurato, hanno potuto sfregiare del tutto il patrimonio di bellezze ambientali. Il turismo, quindi, e l’enogastronomia: vini, formaggi, salumi, castagne, nocciole di alta qualità. È di qualche mese fa il riconoscimento Dop all’olio delle colline dell’Ufita. “Con un dato sorprendente – sottolinea D’Amelio – che è poco conosciuto: la vivacità dell’imprenditoria femminile. Attualmente, le aziende guidate da donne costituiscono il 35 per cento delle imprese in attività iscritte alla Camera di commercio. Si tratta, talvolta, di attività di nicchia, ma si deve a molte di queste donne capaci di mettersi in gioco se le zone del terremoto hanno conosciuto negli ultimi anni una forte valorizzazione delle loro potenzialità”. A far da volano la produzione di vini pregiati, a ruota la crescita di altri prodotti di eccellenza, in grado anche di sostituire il peso di altre produzioni tradizionali – castagne, nocciole – messe in crisi dalla concorrenza di paesi emergenti del Mediterraneo.

Trent’anni fa la produzione vinicola era affidata a poche aziende a carattere familiare, sia pure di lunga tradizione e prestigio: i Mastroberardino, i Di Marzo. L’esplosione, invece, è avvenuta nel quindicennio 2000-2009, quando a mutare è stata la stessa morfologia del territorio: boscaglia e macchie ad arbusto vengono sostituite da vigneti che trasformano colline e declivi; fioriscono nuove aziende, si affinano le tecniche di vinificazione, cominciano a piovere i riconoscimenti Doc e Docg. I dati della Camera di commercio dicono che nel quindicennio la sola superficie dedicata ai vini Docg passa da 3.948.129 a 10.574.016 metri quadri e che il valore della produzione vinicola di qualità della sola Irpinia ammonta a 90 milioni di euro. Si tratta certo di un prodotto ancora poco esportato – soltanto il 12 per cento viene venduto all’estero – anche se il valore dell’export è passato da 1.961.837 euro del 1999 ai 10.330.125 del 2009. Si esporta soprattutto negli Stati Uniti e in Germania, e non è un caso. In questi due paesi a far da traino è stata certamente la presenza di una forte e storica immigrazione che ciclicamente ha spopolato queste zone.

E il turismo è seguito a ruota, anche se non si percepisce ancora una strategia complessiva, a cominciare dalla logistica. Il mancato sviluppo di una rete ferroviaria moderna ed efficiente è la palla al piede delle aree del terremonto e dell’intera macroregione Campania-Basilicata-Puglia-Calabria. Aumentano comunque le strutture ricettive, scala le classifiche la ristorazione, si afferma l’attività legata all’agriturismo. La crescita del turismo è segnalata anche dall’aumento delle agenzie di viaggio, ormai oltre ottocento in tutta la Campania, mentre rinascono, anche in chiave moderna, antichi mestieri, come la lavorazione della ceramica, che da queste parti ha un’antica anche se sconosciuta tradizione. In parte, l’auspicio, l’esortazione di Petroselli ai sopravvissuti di Lioni – “il vostro destino è nelle vostre mani” – si sono avverati. Anche se “i venti di crisi – come ammonisce Ciriaco Coscia, imprenditore e presidente della Cna di Avellino – soffiano anche in queste terre, con le cantine stracolme, le banche avare e il governo distratto e inerte. Ma qui non hanno paura più di niente.



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TAGS irpinia ricostruzione terremoto

17/11/2010 12:22

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