Sono passati trent’anni ma chi ha visto non può dimenticare. Il dramma dell’Aquila e dell’Abruzzo ha replicato angosce, tormenti, dolori, rabbie
di Antonio Zollo
Domenica 23 novembre 1980. “Il 23 novembre 1980 cadde di domenica, una fredda domenica di tardo autunno, che gli italiani riempirono col cinema, la televisione e il campionato di calcio. Alle 20 di quella sera milioni di persone erano rincasate e si accingevano a passare la serata nel tepore domestico. Fu il telegiornale a dare l’annuncio del terremoto che aveva sconvolto la Campania e la Basilicata. Dalle prime notizie pareva che si trattasse di una cosa da poco… quelli che avevano parenti nelle zone colpite corsero al telefono, ma pochi riuscirono a parlare… questo rese più angosciosa l’attesa… a mano a mano che le notizie arrivavano, durante la serata e poi nel corso della notte, si cominciò ad avere un’idea più precisa delle dimensioni della tragedia… ma soltanto all’alba di lunedì si ebbe il primo quadro completo: interi paesi erano sepolti sotto cumuli di macerie, i morti erano forse migliaia, i senzatetto addirittura centinaia di migliaia…”.
Così Gianni Bisiach, decano della Rai, in un suo libro (Radio anch’io, l’Italia al microfono) ricorda l’inizio del dramma, al quale egli darà voce con nove straordinarie puntate del suo programma radiofonico mattutino. Negli anni, l’emigrazione aveva portato migliaia e migliaia di irpini e lucani nell’Italia del Nord e in giro per il mondo. Per tanti di essi con la sera del 23 novembre cominciò un estenuante, angoscioso viaggio di ritorno verso i luoghi d’origine, questa volta senza bagagli e senza sapere che cosa avrebbero trovato al loro arrivo. Per una caso della vita, condivisi lo strazio di uno di quei viaggi. Il terremoto mi colse a San Martino in Rio, a pochi chilometri da Reggio Emilia, lontano dal mio lavoro – la redazione dell’Unità, a Roma – e dalla famiglia: tutti i miei parenti si trovavano ad Atripalda, a tre chilometri da Avellino, sulla strada che va verso la Basilicata e la Puglia. Il bar della piazza era affollato: per la nebbia, il freddo e perché si volevano vedere le notizie del tg e i risultati del campionato di calcio. Conduceva il tg Massimo Valentini, volto amato dai telespettatori, gentiluomo e gran professionista. Per qualche attimo cadde un silenzio surreale quando Valentini annunciò il terremoto e alle sue spalle apparve una cartina approntata alla buona, con due città indicate: Avellino e Potenza, e tra di esse un po’ di cerchi concentrici a indicare l’epicentro del sisma. I telefoni – quando c’era la linea – squillavano a vuoto in case che non si poteva sapere se erano crollate o abbandonate. Come raggiungere l’Irpinia per capire che cosa fosse stato di parenti, amici, compagni e per sapere che cosa, eventualmente, fare per il giornale?
Un compagno mi carica in macchina e mi porta a Reggio Emilia, per saltare sul primo treno. Soltanto poche ore dopo, dall’Emilia, dalle regioni vicine, partiranno le colonne di soccorso organizzate dai sindacati, dalle amministrazioni locali, dalle Regioni, dalle cooperative, dalle società di mutuo soccorso. Il primo treno da Milano arriva già stracolmo. Non si parla che del terremoto e si cerca chi ha le notizie più aggiornate. Da Reggio in giù le fermate diventano le stazioni di un lento calvario: più ci si avvicina a Roma, più le dimensioni del dramma si dilatano a dismisura, per le informazioni portate dai nuovi viaggiatori, che si rincorrono di vagone in vagone. Ed è un incrocio di domande e risposte: che cosa sapete di Lioni? La radio ha detto niente di Calabritto? E Melfi, hanno detto qualcosa di Melfi?
Lunedì 24. I treni si fermano a Roma, non proseguono oltre; ci sono da fare le verifiche sullo stato della linea e, soprattutto, dei ponti. La redazione dell’Unità è quasi deserta. Si aggirano il direttore, Alfredo Reichlin, un caporedattore, Carlo Ricchini, la segretaria di redazione, Franca Pacelli. Le macchine disponibili sono partite verso il Sud nella notte, con i colleghi inviati buttati giù dal letto. Reichlin mi chiede comparazioni tra questo terremoto e quelli che in passato hanno flagellato l’Irpinia: quello del 1962, 17 morti nell’area di Ariano Irpino; quello catastrofico del 1930, oltre mille morti, di cui ogni tanto mi racconta mia madre. Ma io ho altro per la testa, che esercitarmi in comparazioni sismiche. Come raggiungere Avellino? Squilla un telefono e pesco il mio jolly. Che è un collega: Francesco Cuozzo, lavora alla Cgil, ha parenti ad Avellino che non vede da anni e di cui non sa più niente; è pronto a partire in macchina, ma da solo non se la sente: lo accompagnerei? Comincia così la seconda parte della lunga marcia di avvicinamento verso un pezzo d’Italia che sembra inghiottito nel nulla. È un lento pellegrinaggio, lungo l’autostrada intasata di macchine – in migliaia si sono messi in moto per raggiungere i loro paesi – e di autocolonne di soccorso, scandito da Gianni Bisiach, che ha cominciato la prima delle sue dirette sul terremoto. Gli inviati del Gr1 non sono ancora sul posto, gli unici brandelli di informazione arrivano dal Viminale: i morti sarebbero già quattrocento, mancano mille tende a Balvano… Un vulcanologo dà consigli che nessuno potrà mai mettere in pratica… Ogni dieci, quindici minuti Radio anch’io ripete l’elenco, che qualcuno ha fornito, dei Comuni più colpiti: Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi, Balvano, Avellino, Atripalda… Questi ultimi sono i comuni dove Francesco e io abbiamo parenti, ma non osiamo dirci una parola. Ad Avellino arriviamo nel tardo pomeriggio, con ancora un po’ di luce e il terremoto lo incontriamo soltanto quando arriviamo nel centro della città, in piazza Libertà, a ridosso del centro storico. Alla radio abbiamo sentito che lì è crollato un palazzo. Mi aspetto di vedere in macerie il vecchio palazzo Caracciolo, sede del tribunale, da sempre dato per pericolante. Invece, il palazzo è in piedi, salvato da un cordolo di cemento. È crollato, invece, un fabbricato recente. La città è deserta, tranne la piccola folla accanto alle macerie su cui si sta scavando. La casa dei parenti di Francesco appare vuota ma intatta, come tutte le abitazioni circostanti. Facciamo i due chilometri e mezzo che ci separano da Atripalda, bisogna attraversarla tutta per arrivare a casa mia. Immagino che vedrò soltanto macerie, invece il paese è tutto in piedi, per terra neanche un calcinaccio. Gli abitanti sono però accampati fuori dalle abitazioni, attorno a un falò scorgo i miei e quelli del vicinato. Tutti salvi. Posso telefonare al giornale, rassicurare e cominciare il lavoro di cronista.
Martedì 25. Esplode la polemica sul ritardo e la disorganizzazione dei soccorsi. A Radio anch’io il direttore del Corriere della sera, Franco Di Bella è drastico: “Qui assistiamo a una Caporetto dell’organizzazione statale… Va bene che la catastrofe è immane… Però sorge il tragico interrogativo se non ne ha ammazzati di più il terremoto o la disfunzione dello Stato… I primi radiogiornali di stamattina erano agghiaccianti: c’è gente che non ha avuto ancora coperte, che non ha avuto niente, le ruspe non sono arrivate…”. In questo caos Radio anch’io diventa un punto di riferimento e di coordinamento. Un’équipe autosufficiente di medici di Orvieto chiede dove debba recarsi per soccorrere la popolazione. Qualche giorno dopo torneranno indietro perché le autorità del posto non li hanno messi in condizione di lavorare. Le notizie più attendibili arrivano dalle strutture territoriali: le Camere del lavoro, i partiti, il vecchio Pci in primo luogo. Bisogna andare a Lioni e a Sant’Angelo per rendersi davvero conto dell’entità della tragedia. Le strade sono praticabili e presto si vedrà che non ci sono ostacoli naturali per raggiungere anche le località più impervie: mancano la lucidità, la capacità organizzativa, la regia unica delle operazioni, la consapevolezza che bisogna buttare all’aria le prassi burocratiche.
Lioni è una distesa di macerie, resa ancora più agghiacciante dalla solitudine dei pochi edifici rimasti in piedi. Salendo per i tornantini che portano alla vicina Sant’Angelo, all’ingresso del paese ci accoglie una palazzina di costruzione palesemente recente, collassata: il tetto è al livello del piano stradale. A San Michele di Serino, a pochi chilometri dal capoluogo, ma molto distante dal cratere, ci coglie il buio. Per quei capricci che neanche gli scienziati sanno spiegare una lama marginale del terremoto ha tranciato alla base il paese.
Mercoledì 26. Si sa che il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, non si dà pace per la tragedia e, soprattutto, per i ritardi e il caos dei soccorsi, per la sciacallesca speculazione di avidi imprenditori (primo: radere tutto al suolo, anche quello che non si dovrebbe; secondo: ricostruire ex novo, arraffando a man bassa sugli stanziamenti pubblici) già all’opera. Il presidente visita le zone terremotate, la gente lo invoca: è lo Stato che finalmente si materializza, nel più amato dei suoi rappresentanti. L’invettiva che Pertini pronuncerà appena tornato a Roma, fa tremare – simile a un sisma – gli inetti apparati statali. Il suo grido, sdegnato e imperioso: “Fate presto!”, restituisce forza e coraggio a chi li stava smarrendo, motiva ancor più le migliaia di volontarie e volontari – tantissimi giovani – accorsi da tutta Italia.
In quel fine settimana ci si mise anche l’inclemenza del tempo: cominciò a nevicare sull’alta Irpinia e la contigua Basilicata. L’intemerata di Pertini era servita, qualche testa cadde e qualcosa cominciò a funzionare meglio. Soprattutto, andò rapidamente a regime la macchina della solidarietà. Fu un’esperienza inedita e straordinaria. Terre e popolazioni che avevano alle spalle anni di miseria e sottomissioni, ma anche epiche lotte per la terra, dure ancorché avare di risultati, scoprirono forme e strutture di solidarietà sconosciute, come le Misericordie e le Società di mutuo soccorso, un Nord del paese generoso, che veniva a restituire parte di quel che aveva avuto con il lavoro e i sacrifici degli immigrati. Chi venne a dare una mano poté liberarsi di pregiudizi e luoghi comuni, affiancarsi a una popolazione degna di rispetto e ammirazione, che ancora oggi cerca faticosamente e testardamente di riannodare i fili della propria storia e della propria cultura, per riappropriarsi di un futuro migliore.