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L'analisi

La Cgil e l'unità d'Italia

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Nella storia della confederazione risiede uno dei profili forti della storia nazionale

di Giuseppe Casadio

 (immagini di mario ritarossi)
Si sta verificando un interessante fenomeno in queste settimane: scrittori di successo, registi affermati, presentando loro recenti opere sull’unità d’Italia prodotte in occasione del 150° anniversario dell’unità nazionale, affermano di essere stati inaspettatamente affascinati dalle storie e, soprattutto, dai personaggi che hanno potuto meglio conoscere nel produrre quelle opere. E propongono con calore ed entusiasmo, ma non con enfasi retorica, ai giovani di oggi i protagonisti del nostro Risorgimento come esempi non scaduti, e l’idea di Patria come ideale forte, non datato. Ascoltare o leggere dichiarazioni e interviste di questo tenore induce alla riflessione.

Il primo pensiero che viene alla mente ci coinvolge in quanto soggetto collettivo: la Cgil ha di recente celebrato, con un vasto programma di incontri e iniziative, i cento anni dalla propria fondazione; e con ciò ha ripensato anche le esperienze di organizzazione dei lavoratori sviluppatesi nei decenni precedenti la nascita della Confederazione, che ne sono state le premesse. Una concomitanza temporale pressoché perfetta con i 150 anni dall’unità d’Italia. Ebbene: quali relazioni forti – se relazioni forti ci sono state – si sono manifestate, nel corso dei decenni, fra questi due processi storici? Vale a dire: in che misura e in che modo il mondo del lavoro organizzato ha concorso alla costruzione della Patria e della sua unità, a determinarne profilo e caratteristiche?
Mi limito, in questa sede, a rammentare poche vicende della nostra storia, particolarmente significative dal punto di vista che qui interessa.

Da Milano lo sciopero generale

Nell’autunno del 1904, in risposta a una lunga serie di violente repressioni poliziesche contro manifestazioni di lavoratori, in particolare all’indomani degli eccidi di minatori (a Buggerru, in Sardegna) e di contadini (a Castelluzzo in Sicilia) fu la Camera del lavoro di Milano a lanciare la parola d’ordine dello sciopero generale nazionale, che si diffuse in pochi giorni in tutto il paese. Soltanto due anni dopo si costituì la Confederazione nazionale, che associava le Camere del lavoro provinciali e le federazioni di settore; quello sciopero generale fu dunque il sintomo più evidente del bisogno di effettiva unità nazionale che proveniva dal mondo del lavoro organizzato. Né può essere considerato casuale che soltanto quattro anni dopo, nel 1910, venisse costituita la Federazione nazionale dell’industria, antesignana dell’attuale Confindustria.

Argentina Altobelli, una donna alla guida di Federterra
Agli inizi del XX secolo, e ancor prima negli ultimi decenni del 1800, il sindacato di settore di gran lunga più grande e diffuso nel paese era la Federterra, l’organizzazione dei braccianti e dei contadini poveri. Alla guida di quella organizzazione fu, dai primi anni del secolo fino all’insorgere del fascismo, una donna: Argentina Altobelli. Il fatto è, in sé, di grande rilievo; basti ricordare che il fondamentale diritto di voto fu riconosciuto alle donne italiane per la prima volta solo in occasione del referendum del 1946. Se l’unità della patria non è soltanto un concetto inerente alla dimensione fisica, ma è anche, come noi crediamo, un processo che riguarda la qualità della convivenza entro gli stessi confini, cioè la pari dignità, valori condivisi, l’uguaglianza, allora anche la vicenda storica a cui ho fatto riferimento attiene a pieno titolo al processo di costruzione di una patria in cui tutti, uomini e donne, possano parimenti riconoscersi.

Di Vittorio all’Assemblea Costituente
La riconquista della democrazia dopo la caduta del fascismo e la fine della guerra fu indubbiamente un “nuovo inizio” per la nostra storia patria. Si affermò la repubblica e fu eletta a suffragio universale l’Assemblea Costituente. In quel contesto fu affidato a Giuseppe Di Vittorio, leader del sindacato confederale, il compito di coordinare la III sottocommissione, quella che definì e scrisse i diritti sociali e del lavoro. Si riconobbe con ciò al sindacato, nella figura del suo segretario generale, il ruolo di costruttore fra i principali della architettura democratica della patria rinata, in coerenza con il principio sancito nell’art. 1. Riconoscimento giusto e dovuto in virtù del ruolo svolto dal sindacato già nella fase dello stato liberale pre-fascista e, soprattutto, del contributo dato dai militanti sindacali alla lotta di liberazione di cui gli scioperi del ’43 e del ’44 erano stati prodromi molto significativi.

Le piattaforme degli anni cinquanta
Chi, come la maggior parte di noi, non ha partecipato per ragioni anagrafiche alle lotte sindacali degli anni cinquanta o dei primi anni sessanta non ne ha nozione diretta, ma basta sfogliare le cronache sindacali di quegli anni per verificare come tutte le piattaforme, in quella fase storica, contenessero la rivendicazione della piena applicazione della Costituzione. Vale a dire che anche nella cultura diffusa fra i militanti del sindacato, in particolare della Cgil, era saldamente radicata la consapevolezza di trovare nei fondamenti della Repubblica princìpi fortemente condivisi. Quella propensione ebbe il momento di massima esplicitazione nel travagliato percorso che condusse, alla fine degli anni sessanta, alla conquista dello Statuto dei diritti dei lavoratori; andò poi progressivamente attenuandosi, ma ne rimangono valide le ragioni, e varrebbe la pena vivificarla oggi, a fronte delle molte insidie che vengono portate alla Carta Costituzionale.

Il Nord per il Sud
Si dispiegò, nel corso degli anni settanta, una possente azione rivendicativa nelle principali fabbriche del Nord finalizzata ad orientare nuovi investimenti produttivi nei territori meno sviluppati del Sud del nostro paese.
Gli storici dell’economia, nel corso dei decenni successivi, hanno scritto una grande quantità di saggi che svolgono una rilettura critica di quella stagione di lotte sindacali; tuttavia non vi è dubbio che essa fu animata da un grande e positivo fervore, da un’adesione lodevolissima all’idea di sviluppo equilibrato, di pari opportunità di occupazione, e quindi di crescita civile e culturale, per i giovani del Mezzogiorno. In ultima istanza da una visione autenticamente patriottica del futuro possibile per la nostra economia e la nostra società.
Ancora uno stimolo alla riflessione.

I luoghi di lavoro baluardi contro il terrorismo
Gli anni settanta e la prima metà degli anni ottanta furono travagliati dal terribile fenomeno del terrorismo politico. I luoghi di lavoro, per tutto quel lungo e travagliato periodo, furono teatro di un intenso dibattito quotidiano su cause e conseguenze della pratica terroristica, sulla sua natura intrinsecamente anti-democratica. E non è eccessivo affermare che se il nostro popolo ha saputo sconfiggere quel fenomeno e allontanare da sé i terribili rischi connessi, ciò è da ascrivere, in misura non secondaria, alla forte azione di contrasto che il movimento dei lavoratori ha saputo esprimere, nelle coscienze dei suoi militanti e nelle piazze del paese.
Altri appropriati riferimenti si potrebbero rintracciare rileggendo la storia del movimento sindacale italiano; questo non poteva né voleva essere un trattato di storia. Con i pochi spunti di riflessione sommariamente esposti si è inteso segnalare quanto il movimento organizzato dei lavoratori abbia contribuito, in diverse fasi della storia del paese, a determinare o a difendere l’identità nazionale. Cioè a svolgere un ruolo indubbiamente “patriottico”.
Il paese per cui milioni di uomini e di donne hanno combattuto, spesso patito, a volte gioito per i successi conseguiti, è la patria in cui ci riconosciamo.



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TAGS patria cgil unità d'italia

17/11/2010 11:54

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