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Colloquio con Bartezzaghi

Patria, a sinistra la parola fa paura

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Ma il paradosso sta nel fatto che la sinistra ha fornito grandi personalità al complesso itinerario di unificazione del paese: Einaudi, Nenni, Pertini, ad esempio

di Stefano Iucci

 (immagini di da internet)
“La parola patria, a sinistra, fa molta impressione. E il tema penso abbia una rilevanza psicoanalitica. Perché in realtà è solo – o soprattutto – a sinistra che si venerano figure come quella di Luigi Einaudi, Pietro Nenni, Sandro Pertini e Aldo Moro. Tutti davvero vissuti come ‘Padri della Patria’. Etimologicamente, ‘padri della patria’ è una definizione quasi tautologica. Ma appena diciamo ‘Padri della Patria’ a sinistra ci si mette sull’attenti”.

Stefano Bartezzaghi,
saggista, semiologo e opinionista di Repubblica la mette così, e nota una contraddizione in effetti stridente. E cioè il fatto che nonostante la sinistra abbia fornito grandi personalità al complesso itinerario di unificazione del paese, poi sembra quasi, per una paura difficile da definire, fare un passo indietro, quasi allontanandosi dalla rivendicazione di un proprio merito o, comunque, contributo. Difficile però capire perché questo sia accaduto. “Chissà, non è tanto facile ragionare su temi del genere: sicuramente, nell’unificazione e quindi nell’identità italiana ha giocato un ruolo rilevante una spinta praticata dall’alto: la lingua italiana non era quella popolare. Però ci sono state anche spinte opposte, come nel caso di Garibaldi, o in occasione della Prima Guerra mondiale e della Resistenza”. Naturalmente le eccezioni ci sono, eccome. Pertini, Ciampi e Napolitano, in primo luogo. “Aggiungerei anche Spadolini – sottolinea Bartezzaghi –, non proprio a sinistra ma orientato in quella direzione, e che si compiaceva di studi sul Risorgimento perlomeno di garantita laicità. Sono tutte persone, nella loro diversità anche vistosa, che sono riuscite a far ‘parlare’ il Risorgimento e l’Unità d’Italia in un modo nuovo. Temo che la loro lezione abbia acquisito importanza solo dopo che alcuni valori, che era naturale dare per scontati sino a tutti gli anni Ottanta, sono stati messi robustamente in discussione”.

La domanda dunque resta sospesa e riguarda non solo la sinistra ma l’intero paese. “Perché un marsigliese si sente tanto più connazionale di un bretone rispetto a un trentino nei confronti di un valdostano? – si chiede il semiologo –. Potrei rispondere davvero sinceramente a questa domanda solo abbandonandomi a dietrologie che, in quanto tali, mi sembrano però insostenibili. Secondo me, non è mai convenuto a nessuno – o nessuno ha mai ritenuto che gli convenisse – insistere sui caratteri unitari. La divisione Sud-Nord è profondissima e ha come unica possibile motivazione proprio il suo effetto: la mancata coesione del paese. Secondo me bisognerebbe incominciare a pensare l’Italia come divisa – caso mai – fra Est e Ovest, fra Adriatico e Tirreno, lungo gli Appennini”.

Eppure almeno sul piano dei simboli qualcosa sembra muoversi. Nella prima puntata del suo programma televisivo con Fabio Fazio un autore icona della sinistra come Saviano è entrato in studio con una bandiera, va detto con una certa dose di coraggio. C’è da capire se queste timide riappropriazioni dei valori unitari siano solo in una chiave antiberlusconiana o se qualcosa sia cambiato più nel profondo nell’elaborazione e nella riflessione della sinistra di questo paese. “Sicuramente c’è uno strato meramente antiberlusconiano – conclude il semiologo –, e si fa presto a grattarlo via perché è posticcio, sottile, insincero. Ma è anche vero che, una volta che è caduta l’immagine della lotta di classe e si è popolarmente insediata una narrazione (stupidamente, ma potentemente) identitaria in rapporto ai territori, occorre anche ripensare all’Unità d’Italia, e alle articolazioni di tale Unità. Se la sinistra vuole caratterizzarsi come ambito progettuale, di pensiero non radicato nel semplice hic et nunc, deve partire anche da lì”.



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TAGS bartezzaghi patria unità d'italia sinistra

17/11/2010 11:37

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