Dopo l'avvertimento di Fini, occhi puntati sul Lodo Alfano in Senato. I finiani potrebbero togliere il sostegno all'esecutivo, ma non si esclude che il Pdl ritiri il provvedimento: Berlusconi non vuole dare pretesti per la crisi e il governo tecnico
"Mi auguro che sulla giustizia non ci siano questioni insormontabili e non ne scaturisca una crisi di governo, anche se su alcune questioni che la riguardano questa possibilità c’e", così ieri Gianfranco Fini da Milano. Questa frase del presidente della Camera, oltre a rappresentare un avvertimento per l’attività di governo, ha avuto l’effetto di riproporre l’interrogativo su cosa potrebbe accadere in caso di crisi di governo.
Anche per questo oggi i riflettori sono puntati sul Senato, dove il Pdl dovrebbe depositare nuovi emendamenti presso la commissione Affari costituzionali che discute il Lodo. Il guardasigilli Angelino Alfano cerca di gettare acqua sul fuoco delle polemiche: "Il tema della reiterabilità lo affronteremo con serenità trovando tutti insieme l’assetto più equilibrato per assicurare al paese una legge che serva al buon funzionamento delle istituzioni".
Era stato Fini a sollevare il problema della reiterabilità ribadendo la necessità di "tutelare la funzione e non la persona" e prendendo posizione contro l’ipotesi che del Lodo si possa usufruire due volte "ricoprendo la stessa carica o funzioni diverse".
Se oggi si dovesse verificare al Senato il venire meno del sostegno dei finiani al Lodo, il Pdl potrebbe scegliere la via della la riforma dell’istituto della prescrizione in modo da far decadere i procedimenti che vedono imputato Silvio Berlusconi. Ma il mancato sostegno di Fli potrebbe aprire anche la crisi di governo sui temi della riforma della giustizia.
Ecco perché non si esclude che il Pdl faccia una mossa a sorpresa chiedendo lo stop dell’iter sul Lodo. Berlusconi, confermano i suoi collaboratori più stretti, non vuole dare pretesti per l’apertura di una crisi che potrebbe concludersi con la formazione di un esecutivo di larghe intese che lui considera "un ribaltone che allontanerebbe le elezioni anticipate".
Il Pd torna a parlare dell’eventualità di un "governo delle regole". Dice Dario Franceschini: "Casini e Fini non potranno mai essere autosufficienti. Devono scegliere se cambiare il Paese con noi o riconsegnarsi a Berlusconi". Il capogruppo alla Camera torna a porre la questione di una "alleanza costituzionale" sia in caso di elezioni anticipate sia nell’eventualità ci siano le condizioni per formare un governo in grado di riformare la legge elettorale.
"Dobbiamo avere il coraggio di guardare ad alleanze più ampie. La coalizione più facile, ossia Pd-Idv-Sel, è poco sopra il 35%, cifra ben lontana dal traguardo della vittoria", conclude Franceschini che invita "a chiudere la stagione del berlusconismo preparando il paese a un’alternanza di governo che avviene tra avversari rispettosi di un sistema di regole condiviso".
Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, esclude possibili alleanze elettorali: "Se domani si vota, noi andiamo da soli. Non abbiamo intenzione di allearci con il Pdl o con il Pd. Li avevamo avvertiti che il bipartitismo e il bipolarismo avrebbero consegnato il paese nelle mani di Bossi da un lato e di Di Pietro dall’altro". Più flessibile la posizione di Casini sulla possibilità di formare un governo tecnico.
Su quest’ultima questione il pronunciamento di Italo Bocchino, capogruppo di Fli alla Camera, è un semaforo verde: "Restiamo convinti che governare spetti a chi ha vinto le elezioni ma nel caso in cui chi ha vinto decide di gettare la spugna è evidente che prevale il principio base di una Repubblica parlamentare. Noi siamo certi che esista una maggioranza, tanto alla Camera quanto al Senato, in grado di far proseguire la legislatura per modificare la legge elettorale e intervenire sulle grandi questioni economiche".
Rispetto alle alleanze in caso di voto anticipato, Bocchino aggiunge: "Ci assumeremmo le nostre responsabilità nell’interesse della Costituzione, della Repubblica e dei cittadini. E lo faremmo presentandoci al voto con uno schieramento formato da chi vuole migliorare il paese, a prescindere dalla provenienza politica". Quindi non esclude l’idea di una "alleanza costituzionale", qualora non venga riformata la legge elettorale.
Nichi Vendola, confermato domenica scorsa presidente di Sel nel primo congresso del nuovo partito, precisa la sua posizione: "Ho l’orticaria per le alleanze, non perché non le voglia fare ma perché quella delle alleanze sembra una scienza separata dalla società. Bisogna piuttosto sapere qual è l’idea di paese che si vuole costruire, poi si può pensare alle alleanze. Gli uomini e le donne di buona volontà, da Casini a Di Pietro, hanno il dovere di trovare un codice comune e un’idea di futuro".
Tratto da: gliitaliani.it