Oltre all'abuso dell'arbitrato e all'apprendistato a 15 anni, tra le pieghe della controversa legge spunta un pericoloso cavillo: i precari avranno solo 60 giorni per avvalersi della possibilità di ricorso. Il sindacalista: "Siamo alla macelleria sociale"
Tanti disastri e una "chicca". La lettura approfondita del collegato lavoro, approvato la scorsa settimana in via definiva dal Parlamento, non finisce di rivelare sorprese: oltre all’abuso del ricorso all’arbitrato, al ridisegno del diritto del lavoro, all’apprendistato a quindici anni – nonché ai più generali probabili profili di incostituzionalità rilevabili – spunta un "garbuglio" particolarmente pericoloso: dall’entrata in vigore della legge i lavoratori con i contratti di lavoro precari scaduti avranno solo 60 giorni di tempo per avvalersi della possibilità di ricorso. Questo termine finora esisteva solo per i licenziamenti dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato, mentre per i contratti a termine scaduti non era previsto.
"È evidente – commenta Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil – che un lavoratore temporaneo attenda, ad esempio, di vedere se il contratto sarà reiterato prima di impegnarsi in una causa. Ma nell’attuale vuoto informativo, molti non saranno in grado di conoscere neppure in tempo l’esistenza di questa nuova norma. Il governo deve chiarire ufficialmente e correggere immediatamente la legge. Altrimenti si produrrà un’evidente macelleria sociale dei diritti di persone già in difficoltà e un enorme aumento del contenzioso".
Con il sindacalista, che è responsabile delle politiche del lavoro per la confederazione di corso d’Italia, cerchiamo di approfondire quali sono i contenuti più gravi di un ddl che è stato così duramente contestato dalla Cgil. "Intanto – argomenta –
bisogna sottolineare come il provvedimento non sia un unicum: è infatti fortemente legato a una più generale azione di deregolazione dei dritti del lavoro che il governo sta portando avanti da tempo. Lo slogan è: deregolare semplificando. La sua traduzione, invece, suona così: abbassare o eliminare del tutto i diritti fondamentali delle persone. E questo durante la crisi più grave che il nostro paese abbia attraversato negli ultimi decenni. Quello che colpisce, infatti, è che in un’occasione come questa anziché produrre norme a tutele dei lavoratori si continuino a licenziare norme di legge peggiorative". In effetti, questo esecutivo è partito destrutturando l’accordo del 23 luglio del 2007, per arrivare al collegato al lavoro di questi giorni e puntando, come ha detto lo stesso ministro Sacconi, a manomettere lo Statuto dei diritti dei lavoratori, sostituendolo con il "nuovo" Statuto dei lavori.
Nell’analisi della Cgil, la legge contiene una serie di elementi assai gravi. In generale si colpiscono insieme diritto del lavoro e processo del lavoro, che nel corso degli anni si sono strutturati per difendere la parte più debole in gioco, vale a dire il lavoratore. "Tutto questo – riprende Fammoni – si cerca di cancellarlo. Innanzitutto con la nuova ‘certificazione’, vale a dire con la possibilità di far firmare al lavoratore una sorta di contratto individuale che deroga in peggio rispetto al ccnl. Non solo: si limita il successivo possibile intervento da parte del giudice del lavoro, chiarendo nella stessa legge che questi deve tener conto della certificazione nelle sue decisioni".
Poi naturalmente c’è tutta la partita dell’arbitrato, di cui tanto si è discusso in questi mesi: con quello che si chiama tecnicamente "giudizio di equità", l’arbitro può decidere su eventuali contenziosi tra datore di lavoro e lavoratori anche derogando rispetto a norme e contratti. D’altro canto, quando un lavoratore accetta la possibilità di demandare una "lite" all’arbitro, non solo è in una posizione debole, ma non sa quali controversie potranno nascere in seguito. "Insomma – chiosa il sindacalista – si tratta di una vera e propria deroga in bianco, senza possibilità alcuna di ripensamento. Queste norme, in prima battuta colpiranno i più deboli: giovani in cerca di primo impiego, disoccupati, donne e migranti. Ma è chiaro che il vulnus riguarda tutto il mondo del lavoro".
Tra gli altri aspetti negativi contenuti nella legge, secondo la Cgil, c’è la norma che fissa a 15 anni la soglia per l’apprendistato (che aggira, contemporaneamente, le norme sull’obbligo scolastico e il divieto di lavoro minorile prima dei 16 anni di vita) e la delega al governo per la riforma degli ammortizzatori sociali, già predisposta dal governo Prodi nell’accordo del 23 luglio del 2007, fatta scadere dall’esecutivo Berlusconi e oggi riesumata, e che contiene un merito totalmente diverso da quello fissato nel Libro bianco di Sacconi, dove si punta con forza alla bilateralità e alla sussidiarietà.
Cosa fare di fronte a questa offensiva? "La nostra azione sarà su due piani – dice il segretario confederale della Cgil – Da un lato proporremo a costituzionalisti, magistrati, avvocati, esperti e docenti di diritto del lavoro il merito degli elementi per noi incostituzionali sul quale la Consulta sarà chiamata a decidere. In secondo luogo attiveremo la più vasta informazione possibile fra i lavoratori, diffondendo in centinaia di migliaia di copie prima un volantino e poi un vademecum. La nostra indicazione sarà quella di evitare il ricorso alle commissioni di certificazione e di non sottoscrivere clausole compromissorie che riguardino l’arbitrato di equità". Ovviamente c’è anche il piano fondamentale dell’attività sindacale. "Attraverso la contrattazione e le attività degli uffici vertenze e migranti – conclude Fammoni – metteremo in atte tutte le iniziative capaci di ostacolare l’applicazione di queste norme per noi profondamente sbagliate".