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Intervista ad Aris Accornero

Lavoro, un contratto nazionale per un'Italia unita

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"Il nostro contratto nazionale ha funzionato bene, senza grandi scossoni e con una filosofia inclusiva per tutti i lavoratori, cosa che in un tessuto polverizzato come quello italiano è preziosa". Dall'America nessuna lezione

di Stefano Iucci ed Enrico Galantini

I 150 anni dell’Unità d’Italia arrivano in uno dei momenti peggiori del nostro secondo dopoguerra. Tra sproloqui padani e vacue rivendicazioni di “orgoglio romano”, i pochi che ne parlano restano sopraffatti da un fastidiosissimo rumore di fondo. Anche per questo è importante ricordare che tra gli elementi che hanno contribuito a costruire l’unità di questo paese – una sua vera e propria architrave immateriale – c’è il contratto collettivo nazionale di lavoro, lo stesso oggi pesantemente sotto attacco. Proprio la recente intesa separata sulle deroghe al contratto dei meccanici, siglata a fine settembre da Fim, Uilm e Federmeccanica – ha detto Guglielmo Epifani – segna la fine del contratto nazionale. Di questi temi abbiamo ragionato con Aris Accornero, professore emerito di Sociologia industriale alla Sapienza Università di Roma. “La sua immagine del contratto è del tutto fondata – osserva lo studioso –, in particolare per l’agricoltura. Senza contratti nazionali per i mezzadri e i braccianti, nel secondo dopoguerra ci sarebbero state due Italie diverse; soltanto il vincolo del contratto ha impedito che ciò avvenisse. Naturalmente quegli accordi avevano poi delle modulazioni che tenevano conto del territorio: la mezzadria toscana era diversa da quella veneta, e queste due erano lontane da quella meridionale”.

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E l’industria?

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Per l’industria il contratto nazionale contò un po’ meno, perché le fabbriche erano soprattutto al Nord, con l’eccezione di poche industrie e cantieri, come a Napoli e Palermo. Sono stati invece importanti gli accordi siglati quando lo Stato ha fatto grossi investimenti industriali nel Mezzogiorno, coinvolgendo i territori e non soltanto le aziende. La contrattazione partiva infatti dalla formazione di nuovi nuclei operai. Se poi la politica economica dei “poli” non ha funzionato, non è certo per colpa della contrattazione.

Il Mese Chi oggi attacca il contratto nazionale, sostanzialmente ne mette in discussione proprio questo carattere solidaristico e inclusivo. Cosa pensa lei di questi giudizi?

Accornero Non si può essere d’accordo: il nostro sistema contrattuale, pur con i suoi limiti, è buono e ha funzionato bene, senza grandi scossoni e con una filosofia inclusiva per tutti i lavoratori, cosa che in un tessuto produttivo diffuso e polverizzato come il nostro è preziosa. C’è poi da aggiungere che nella pratica ha tutelato i lavoratori pur non essendo consolidato da leggi erga omnes.

Il Mese Tuttavia la necessità di una contrattazione più vicina alle singole aziende e ai singoli contesti territoriali è un problema che si è posto ormai da tempo.

Accornero
In realtà questa discussione durava dagli anni 50, sempre intorno all’interrogativo: “Visto che i trattamenti previsti dal contratto nazionale sono necessariamente commisurati alle possibilità delle aziende minori, si può nelle altre contrattare caso per caso andando oltre, cioè integrando quelle condizioni di base, innanzitutto dal punto di vista salariale?” La risposta originaria della Cgil fu un no alla contrattazione aziendale, che rimase tale fino alla sconfitta del 1955 alla Fiat.

Il Mese Perché?

Accornero In materia Giuseppe Di Vittorio era egualitario e trovava ingiusto che qualcuno, nella grande fabbrica, guadagnasse di più. Tuttavia c’era anche una certa (e felice) ambiguità: infatti le commissioni interne di fabbrica – c’ero anch’io – contrattavano varie “voci” con le aziende, e nessuno della Cgil le richiamava all’ordine, anzi. Quindi si facevano accordi, taluni anche notevoli e messi per iscritto. Questa ambiguità non poteva durare e infatti nel 1953 la Confindustria volle tassativamente modificare l’accordo sui compiti delle commissioni interne. Dopo la sconfitta Fiat, una serie di riflessioni portò il sindacato ad accettare l’idea della Cisl di promuovere la contrattazione “articolata”.

Il Mese Anche i “padroni”, specie quelli che oggi vorrebbero ridimensionare drasticamente il contratto nazionale, sono stati per lungo tempo ostili alla contrattazione decentrata...

Accornero Senza dubbio, sebbene talvolta avessero interesse a negoziare sottobanco elementi aziendali di convenienza propria o comune, soprattutto in materia di orari e incentivi. Però quando Sergio Garavini e i “torinesi” cominciarono a dire che in fabbrica bisognava “contrattare tutti gli aspetti del rapporto di lavoro”, compresa la sua organizzazione, la chiusura fu totale. Fu soltanto con il Protocollo (del 1993, ndr) che si ottenne dal padronato il riconoscimento formale della contrattazione aziendale, o “di secondo livello”. Va anche detto che la Cgil ha spesso esitato a sottoscrivere accordi quadro come quello: questa renitenza normativa faceva sì che quando ci si sentiva forti si attendeva di diventarlo ancora di più, mentre quando ci si sentiva deboli si rinviavano le scelte perché anche in quel caso non convenivano. In ogni caso direi che il sistema contrattuale italiano è uno dei migliori in Occidente, anche se ci si è arrivati tardi, un po’ per colpa di ambedue le parti.

Il Mese Torniamo al presente. L’attacco al contratto nazionale, il successo anche mediatico di Marchionne, l’enfasi sui contratti aziendali e, soprattutto, l’insistenza sul modello americano di relazioni industriali: che idea si è fatto di questo dibattito?

Accornero Molti evocano il modello americano ma ben pochi lo conoscono davvero. Il fatto è che negli Stati Uniti non esistono contratti nazionali come i nostri. Le trattative si fanno a livello aziendale, nel caso dell’auto con le cosiddette Big Three: General Motors, Ford e Chrysler; l’accordo raggiunto serve poi da guida per accordi analoghi in altre aziende del settore. Ma tutto dipende dalla scelta dei dipendenti di “sindacalizzarsi”, operazione sempre più contrastata. Di sindacato ce ne può essere soltanto uno e deve ottenere più di metà dei suffragi. Una volta che l’organizzazione è stata prescelta è ben difficile che in quell’azienda non si facciano accordi. Viceversa, nelle moltissime in cui il sindacato non è presente i trattamenti sono ben diversi: i divari tra presenza o meno del sindacato (azienda unionized oppure not unionized) sono enormi in ogni senso. Oltretutto il contratto aziendale offre anche quel che da noi viene assicurato dal welfare: sanità e pensione sono i pezzi forti dei trattamenti (oggi in pericolo) delle grandi compagnie statunitensi. Questo sistema contrattuale, lodato perché garantisce più efficienza e più produttività, si basa su un modello sociale radicalmente diverso dal nostro e da quello europeo. Chi sostiene che “il contratto nazionale è un malloppo, quindi facciamolo azienda per azienda” ne dà quindi una lettura ideologica, disinformata e di comodo.

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Quello che ci differenzia dall’America è anche un tessuto produttivo polverizzato...

Accornero Proprio così. È evidente che i contratti aziendali possono coprire soltanto aziende medie e grandi: tutte le altre rimarrebbero scoperte. In Italia quasi metà degli occupati lavora in aziende fino a 9 addetti, mentre in quelle oltre i 500 ce n’è appena il 16 per cento, contro il 42 di trent’anni fa, per cui la contrattazione di secondo livello interessa appena un terzo degli occupati. Quindi non possiamo marginalizzare il contratto nazionale, pena un peggioramento di condizioni per il grosso dei dipendenti. Non è un caso che in Confindustria gli imprenditori stessi non vollero seguire D’Amato nella sua crociata per il contratto aziendale. Ripeto: con tutti i suoi limiti, il nostro sistema contrattuale, nella sua natura solidaristica e “confederale”, è il più adatto al nostro tessuto produttivo, in cui più il rischio d’impresa è grande e meno i lavoratori sono tutelati.

Il Mese Un altro tema molto americano e molto di moda, anche a sinistra, è quello del salario minimo per legge, il minimum wage...

Accornero Sì, ne parlano anche studiosi come Pietro Ichino, Nicola Rossi e Tito Boeri. Certo negli Stati Uniti, dove c’è ben poco per chi lavora presso imprese non “sindacalizzate”, il salario minimo garantito può essere una necessità. Però il suo livello è basso e i repubblicani bocciano ogni proposta di aumentarlo, come in questi mesi (e non perdono neppure voti: in certi casi quello è un paese davvero incivile...). Ma non si può immaginare un sistema dove si contratta nelle aziende che possono e vogliono, e per gli altri c’è soltanto il salario minimo: e le norme su cui è costruito il contratto nazionale? E poi il salario minimo non lo contratterebbero più le organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori, perché lo stabilirebbe il Parlamento per legge. Bella deroga! Ciò abbatterebbe il peso sia del contratto che del sindacato.

Il Mese Si parla anche molto della necessità di ridurre il numero dei contratti nazionali. Cosa ne pensa?

Accornero Sarebbe senz’altro una buona idea, ma finora non è stata seriamente perseguita né dai sindacati dei lavoratori né dalle associazioni datoriali. Per la parte sindacale noto oltretutto una contraddizione, poiché in questi anni ci sono invece stati significativi accorpamenti di categorie (ultimo quello dei chimici-tessili-elettrici Cgil). Meno male che ci sono comunque le confederazioni, che in un sistema organico come il nostro svolgono una funzione assai importante. Il problema, semmai, è che sono tre o quattro, e questo rende tutto più difficile.

Il Mese Dunque: l’architettura contrattuale italiana è solida e negli anni ha funzionato bene. Tuttavia è indubbio che negli ultimi tempi siano emerse esigenze e necessità diverse. Qual è secondo lei un sistema in grado di tenere insieme le esigenze egualitarie con quelle di una maggiore articolazione degli accordi?

Accornero Una strada poteva essere quella di sperimentare una contrattazione territoriale di secondo livello nei distretti industriali (era prevista anche nel protocollo del ’93). Ciò avrebbe dato luogo a negoziati superaziendali anziché aziendali, che avrebbero potuto gestire anche aspetti esterni allo stretto rapporto di lavoro. L’occasione si era presentata all’epoca dei patti territoriali e dei contratti d’area, che ne sarebbero stati innervati e meglio finalizzati. Quella della “programmazione negoziata” era stata un’idea feconda di Giuseppe De Rita, allora presidente del Cnel. Questa strategia offriva uno spazio importante ai sindacati per intervenire in modo pro-attivo e non campanilistico nel sociale dei territori. Molti dei patti e dei contratti, del resto, derogavano circa i trattamenti dei lavoratori (non per quanto atteneva ai diritti) per promuovere, contrattandolo, un vero sviluppo locale. Ma questo modello è stato fortemente osteggiato dalla Confindustria di D’Amato, che temeva un terzo livello di contrattazione, e soprattutto non è stato adeguatamente sostenuto dai governi, che l’hanno delegittimato sottraendola al Cnel. Mi permetterei, su questa materia, di rinviare al saggio “Sviluppo locale e sistema contrattuale”, nel volume del Mulino Per lo sviluppo. Processi innovativi e contesti territoriali.

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La deroga contrattuale è diventata la nuova parola d’ordine: non si parla d’altro e l’espressione sembra aver oscurato anche il feticcio di questi anni, la “flessibilità”. Qual è la sua opinione in proposito?

Accornero Non credo che la deroga in sé sia un male. Anche la nascita della Fiat di Melfi ha comportato vistose deroghe, e così pure i piani territoriali e i contratti d’area. Ma le deroghe vanno però contrattate e condivise. Se però si ha l’intenzione di costruire un modello di contrattazione fondato più sulle deroghe che sulle norme, allora è chiaro che un sindacato serio è costretto a fare le barricate. Specie se – come fa il ministro Sacconi – si usa il concetto di deroga in maniera esclusivamente ideologica. Su questo terreno è arduo potersi incontrare.



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TAGS accornero unità d'italia contrattazione

14/10/2010 12:44

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