Il Giappone investe da tempo uomini e risorse nel campo delle energie rinnovabili. In Europa, con la lodevole eccezione della Germania, si marcia in maniera più lenta. In Italia sono improrogabili e necessari massicci investimenti
Tre milioni x 10 (20) joule. Scritta così appare certamente una formula per molti versi incomprensibile e per addetti ai lavori. In realtà si tratta di una formula che esprime la quantità di energia pulita che ogni anno si riversa sulla terra in modo completamente gratuito. Se la confrontiamo con quella che indica l’attuale consumo energetico in un anno solare (4,5 x 10 (20) joule), si percepisce chiaramente come, in questo momento, la rivoluzione dell’energia solare sia una delle poche ragioni per cui valga la pena di essere ottimisti sul futuro del nostro pianeta.
Insomma, il sole fornisce più energia alla terra in un’ora di quanta l’umanità ne consumi in un anno. Alcune nazioni, come il Giappone, stanno già da tempo investendo uomini e risorse nel campo delle energie rinnovabili; in Europa, con la lodevole eccezione della Germania, si marcia in maniera più lenta. L’Unione Europea ha attivato una serie di politiche con il dichiarato obiettivo di favorire l’uso delle energie rinnovabili puntando sull’abbattimento del 20 per cento delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2020. In questo ambito si colloca la direttiva 2001/77/Ce del Parlamento europeo sulla promozione dell’energia prodotta da fonti energetiche nel mercato interno dell’elettricità.
Nel nostro paese tale direttiva è stata recepita solamente a fine 2003 con l’approvazione del decreto legislativo n. 387 del 29 dicembre 2003 ("Attuazione della direttiva 2001/77/Ce relativa alla promozione dell’energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell’elettricità").
Da quel momento la produzione normativa di riferimento è rimasta sostanzialmente inalterata e gli investimenti sono largamente insufficienti rispetto al potenziale in termini economici, occupazionali e ambientali. L’Italia è un paese che importa la maggior parte del fabbisogno energetico e la scelta del ritorno al nucleare, sottraendo inevitabilmente risorse allo sviluppo di energie alternative, non sembra essere un’opzione che va nel senso di quella "rivoluzione verde" sempre più necessaria alla sopravvivenza del pianeta e sulla quale stanno puntando tutte le democrazie sviluppate a partire dagli Stati Uniti d’America con l’avvento della presidenza Obama.
Inoltre con la direttiva 2009/28/Ce, l’Unione Europea ha stabilito che tutti i paesi membri debbano presentare un Piano di azione per le energie rinnovabili indicando le modalità con cui raggiungere gli obiettivi fissati. Per quanto riguarda l’Italia si tratta di raggiungere, entro il 2020, il 17 per cento del consumo lordo di energia da soddisfare con fonti di energia rinnovabile. Il raggiungimento di questo obiettivo, quindi, significa in pratica triplicare le energie rinnovabili consumate passando da 7,1 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio a 22,5 milioni nel 2020 (fonte: Fondazione per lo sviluppo sostenibile).
Sono improrogabili e necessari, quindi, massicci investimenti sia nel campo degli incentivi sia, soprattutto, in quello della ricerca puntando su meccanismi di produzione decentralizzata dell’energia solare.
Naturalmente tutto ciò non è sufficiente. Anche le imprese devono fare la propria parte e gli esempi positivi non mancano. Nella Bay Area in California, area ad altissima concentrazione di università di eccellenza e laboratori di ricerca, si stanno insediando molti di quelli che in gergo vengono denominati venture capitalist e cioè imprenditori che, oltre al legittimo utile di impresa, perseguono un forte desiderio di cambiare il mondo.
L’atteggiamento di questi imprenditori, fonte di innegabili successi, risiede anche nella capacità di utilizzare il concetto di network (adatto allo sviluppo di internet e in pratica da esso mutuato) che sembra essere perfettamente compatibile con l’esigenza della produzione decentralizzata di energia solare, in un futuro dove la tendenza sarà sempre più quella dell’autosufficienza energetica di ogni essere umano. Quindi non solo investimenti, non solo ricerca, ma anche una vera e propria rivoluzione organizzativa del lavoro con interessanti implicazioni anche dal punto di vista dello sviluppo e dell’assetto urbanistico dei territori.
Per fortuna non occorre necessariamente sognare la California. Anche nel nostro paese esistono aziende e iniziative all’avanguardia nel campo: il progetto "Zona Clima" a Brunico, dove attraverso la pianificazione urbanistica miglioreranno il bilancio energetico, la densità e la qualità dell’abitare in aree già edificate; il progetto Digespo, acronimo inglese di
Distributed Chp generation from small size concentrated solar power, che finanzia ricerche sullo sviluppo dei sistemi di produzione energetica elettrica dal solare, in piccola scala, all’interno di case e uffici.
Forse fa notizia il fatto che alcune di queste "buone pratiche" siano collocate nel Mezzogiorno e forse fa ancora più notizia che una delle migliore aziende nel campo delle energie rinnovabili, la Plc System, sia insediata ad Acerra, in provincia di Napoli, in uno dei territori a più alto inquinamento ambientale e sede del famoso termovalorizzatore che, da quando è stato inaugurato in pompa magna nel marzo del 2009, ha spesso sforato (dati dell’Agenzia regionale per la protezione ambientale) il limite di emissione di polveri sottili. In questi luoghi l’inquinamento dei terreni e delle falde acquifere (oltre 80 pozzi di emungimento sotto sequestro) ha provocato un consistente fenomeno di dismissione del patrimonio agricolo con un progressivo impoverimento di un ceto sociale legato storicamente alla coltivazione, trasformazione e vendita dei prodotti agricoli.
Oggi in questi territori, anche grazie all’effetto positivo determinato dalla presenza di aziende come la Plc, stanno prendendo corpo numerose iniziative legate alla costruzione di campi fotovoltaici in quei terreni ormai inadatti alla coltivazione e di serre fotovoltaiche in grado di produrre contemporaneamente energia da fonte rinnovabile e prodotti ortofrutticoli o florovivaistici sotto un tetto di moduli solari. Si tratta di incoraggiare queste iniziative con scelte di politica economica e territoriale in grado di favorire lo sviluppo di vere e proprie filiere produttive e di ricerca applicata, anche perché una cosa è certa: la "rivoluzione solare" sarà uno dei banchi di prova principali e globali per le classi dirigenti del XXI secolo.
(
Il Mese, settembre 2010)