La crisi ha colpito prima i precari, ma poi si è fatta sentire anche nel lavoro a tempo indeterminato. Giovani, giovani adulti e donne sempre più ai margini. Deboli le storie contributive: troppo frammentati i contratti
di Giovanna Altieri*
La crisi finanziaria nella seconda metà del 2008 ha investito l'economia reale e le condizioni del mercato del lavoro si sono progressivamente deteriorate. Si è riproposto con gravità il problema della disoccupazione, che sembrava risolto dalla stagione della flessibilità, seppure sostituito dall'insicurezza nel lavoro, in seguito alla diffusione del lavoro a termine: il tasso di disoccupazione era passato dall'11% del 1997 al minimo storico degli ultimi 20 anni nel 2007, pari al 6,1%.
Altrettanto, si era registrata una riduzione della durata della disoccupazione: negli anni 80 superava l'anno nel 75% dei casi, nel 2007 nel 35%. Nel nuovo contesto di crisi occupazionale la perdita e la mancanza del lavoro riguarda un bacino di persone più ampio rispetto al più recente passato, con tempi di permanenza dilatati e fenomeni di scoraggiamento ed espulsione dal mercato. Le dinamiche in corso interessano un mercato del lavoro profondamente trasformato se paragonato a quello di analoghe crisi degli anni passati.
Rispetto ai primi anni 90, in particolare, si sono accentuate le differenze all'interno del mondo del lavoro ed è cresciuta la segmentazione dei mercati del lavoro. L'instabilità lavorativa ha prepotentemente investito i giovani e le donne, penalizzate non solo dalla segmentazione di genere del mercato del lavoro, ma anche dal fatto di essere largamente presenti nella componente giovanile. Il peggioramento sul versante occupazionale sta ulteriormente marginalizzando giovani e giovani adulti senza protezione, donne in diverse fasce di età, che proprio a causa delle loro carriere instabili, sono stati i primi a perdere il lavoro senza avere maturato le condizioni contributive ed assicurative per poter accedere agli ammortizzatori sociali. Basti ricordare che soltanto il 20% dei collaboratori che hanno fatto domanda per usufruire dell'indennità una tantum prevista per chi aveva perso il lavoro è riuscito a maturare i requisiti previsti e a ottenere un modestissimo sostegno al reddito.
Le durate brevi dei contratti generano una frammentazione dei percorsi di lavoro e deboli storie contributive che limitano la possibilità di accedere pienamente al sistema della protezione sociale anche quando teoricamente se ne avrebbe diritto in ragione del contratto sottoscritto. Così per le giovani generazioni la famiglia rimane il fondamentale (unico) ammortizzatore sociale: i 25-29enni che vivono in famiglia sono arrivati al 59,2% nel 2009 (erano il 34,5% nel 1983) e i 30-34enni che si trovano in coabitazioni "forzate" con la famiglia di origine sono il 29% circa (erano il 12% circa nel 1983). Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) ha raggiunto in media nel 2009 il 25,4% (era il 21,3% nel 2008 ), rispetto al 7,8% medio nazionale. La quota di giovani occupati è sotto la media Ocse di circa 20 punti percentuali. Nel 2009, poco più di 2 milioni di giovani (il 21,2% della popolazione trai i 15 e i 29 anni) non lavora e non frequenta nessun corso di studi. Il lavoro autonomo crolla, nel lavoro dipendente l'occupazione temporanea è la prima a cadere, al Nord come al Sud.
La crisi non ha soltanto eroso l'occupazione ma, soprattutto nel Mezzogiorno, ha alimentato il bacino dell'inattività, già drammaticamente esteso. In particolare, il tasso di inattività femminile sale ancora: quasi due donne meridionali su tre in età 15-64 anni non lavorano né – apparentemente – cercano un'occupazione. Un fenomeno tutto italiano e un dato da sottolineare nei confronti internazionali : se il tasso di disoccupazione medio italiano è passato tra il 2008 ed il 2009 dal 6,7% al 7,8%, contro l'8,9% dell'Ue a 25, il tasso di inattività in Italia ha raggiunto ormai il 37,6% contro il 28,9% nella media Ue. La disoccupazione italiana è stata anche "calmierata" dall'impetuosa crescita del numero di ore di cassa integrazione (nelle sue diverse articolazioni: ordinaria, straordinaria, in deroga). Ciò ha permesso di contenere le uscite dalle imprese dei lavoratori dipendenti stabili nel Centro-Nord, che cominciano a ridursi solo nella seconda metà del 2009. Secondo la Banca d'Italia nel solo Nord-Ovest il numero di ore autorizzate ha superato le 300mila unità di lavoro equivalenti.
Nascosto alle statistiche ufficiali del tasso di disoccupazione è anche l'aggregato degli scoraggiati, che supera ormai per consistenza i disoccupati formalmente "riconosciuti" e che alimenta il bacino dell'irregolarità lavorativa non solo nel Sud. Sempre la Banca d'Italia, includendo i lavoratori in cig, stima che il "lavoro disponibile inutilizzato" passerebbe all'8,9% e aggiungendo gli scoraggiati arriverebbe al 10,6%, con una punta del 18,6% nel Sud. Se l'esercito dei nuovi disoccupati è composto soprattutto da ex lavoratori temporanei, tra cui molti giovani sotto i 35 anni che la stagione della flessibilità aveva trasformato da "disoccupati degli anni 90" in "precari degli anni 2000", le tendenze in corso mostrano ancora perdite occupazionali e un debole flusso di nuove assunzioni, specialmente a tempo indeterminato. Il peso del lavoro a termine è destinato ad approfondirsi e a interessare progressivamente anche quei lavoratori standard, oggi ancora protetti dagli ammortizzatori sociali, che dovessero nei prossimi mesi perdere il lavoro.
Già a partire dal secondo semestre del 2009 il contributo maggiore alla riduzione occupazionale è venuto proprio dal lavoro permanente e la perdita occupazionale registrata dall'Istat nel primo trimestre di quest'anno è tutta a carico del lavoro dipendente standard (-192mila occupati rispetto all'inizio del 2009), mentre riprende a crescere il lavoro a termine, anche se di poco (+12mila). Le imprese mostrano una decisa propensione verso modalità contrattuali flessibili (almeno sotto il profilo della durata del rapporto). Secondo quanto emerge dai primi dati dei Centri per l'impiego diffusi dal ministero del Lavoro, a livello nazionale, nel flusso dei nuovi contratti attivati, la quota a tempo indeterminato si va sempre più erodendo: nel primo trimestre del 2008, prima che la crisi esplodesse, superava il 31%; nel primo trimestre del 2010 si è ulteriormente ridotta fino al 24,6%.
* Direttore Ires Cgil
(altri approfondimenti nell'inserto economia di Rassegna)