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Il caso

Il figlio di Sakineh: non allentare la pressione

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L’appello dopo la mobilitazione internazionale: “Se smettete mia madre sarà uccisa”. Per la donna iraniana condannata alla lapidazione carcere duro, molti farmaci, confessione sotto tortura. La denuncia della Ong: in Iran si rischiano 1.120 esecuzioni

di rassegna.it

Foto Shreen Ayob (da Flickr) (immagini di Foto Shreen Ayob (da Flickr))
“Se voi allentate la pressione, mia madre sarà uccisa”. E’ l’appello che arriva oggi (3 settembre) dal figlio di Sakineh Mohammadi Shtiani, la donna condannata a morte per lapidazione in Iran per adulterio. Il giorno dopo la manifestazione di Roma, sotto l’ambasciata iraniana, Sajjad rilascia un’intervista al Corriere della Sera parlando delle condizioni della madre. La detenzione è durissima, dice. “Subisce incessanti interrogatori da parte dei servizi iraniani. Le chiedono, per esempio, come mai il suo ritratto è affisso dappertutto nel mondo e chi, secondo lei, ha lanciato questa mobilitazione internazionale”.

La donna prende molti farmaci, racconta il ragazzo, soprattutto antidepressivi e si trova in piccole celle con 15-20 persone. “E’ possibile che dopo la sua apparizione alla televisione l’abbiano messa in una cella individuale”, secondo Sajjad. La confessione dell’adulterio è arrivata dopo la tortura delle autorità: “Avevano bisogno di queste confessioni per poter riaprire il caso dell'omicidio di mio padre”. A suo giudizio la madre non è responsabile, come dimostrerebbe il furto del rapporto subito dall’avvocato: “Potrebbe trattarsi di un piano della Repubblica islamica per modificare il dossier e aggiungervi elementi a carico che giustifichino l'esecuzione”.

Sulla stessa linea l’avvocato, Mohammad Mostafei. “La storia – ha dichiarato – è diventata un caso diverso dagli altri solo grazie all’attenzione internazionale che si è creata. Soltanto per questo le autorità iraniane non hanno ancora preso una decisione finale su di lei”.

Intanto l’appello di AKI-Adnkronos International, per ottenere la salvezza di Sakineh, continua a raccogliere adesioni. La più illustre è il premio Nobel per la medicina, Rita Levi Montalcini, che ha apprezzato molto lo slogan “Fiori e non pietre!” e ha deciso di sostenere la campagna internazionale per la liberazione della donna.

Nel frattempo le esecuzioni proseguono. Secondo la Ong Iran Human Rights, solo nel carcere di Vakilabad a Mashhad (nord-est del paese) nel 2009 sono state impiccate tra le 50 e 70 persone. “Abbiamo notizie di decine, forse centinaia di esecuzioni e crediamo che altre centinaia di detenuti siano in pericolo di vita”, ha dichiarato a Repubblica il portavoce Mahmood Amiry-Moghaddam. E il numero rischia di salire ancora: l’organizzazione rende nota l’esistenza di una lettera, con cui il capo della magistratura avrebbe chiesto all’ayatollah Khamenei di giustiziare 1.120 detenuti, la cui condanna sarebbe già stata approvata dalla Corte suprema.


» VIDEO: La manifestazione


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TAGS sakineh iran

03/09/2010 16:17

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