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Venezia, l’Ilva di Taranto al Festival del cinema

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Intervista a Valentina D’Amico, regista del film sull’acciaieria che ha il primato di decessi: “Tiene sotto ricatto occupazionale tutta la Puglia, non rispetta le leggi sull’inquinamento”. La lunga battaglia di madri e mogli degli operai scomparsi

di Emanuele Di Nicola

L’Ilva di Taranto arriva al Festival del cinema di Venezia. Ma non è un “ospite gradito”: con 43 lavoratori deceduti negli ultimi 15 anni, la più grande acciaieria italiana ha il primato delle morti sul lavoro. Ultimamente gli infortuni sono scesi, ma solo per il calo produttivo del 2008 e la cassa integrazione nel 2009. Lo racconta il documentario “La svolta. Donne contro l’Ilva” di Valentina D’Amico, giornalista professionista e collaboratrice di varie testate, tra cui Il Sole 24 Ore e Il Fatto quotidiano. Il film, ospitato nella sezione Giornate degli Autori (sabato 4 settembre alle 22.30), ripercorre la battaglia di alcune donne, madri e mogli di operai morti all’Ilva, che chiedono giustizia per i loro famigliari scomparsi e vogliono un’altra fabbrica per il futuro. Ne abbiamo parlato proprio con l’autrice, alla vigilia della presentazione del suo lavoro.

Rassegna La vicenda dell’acciaieria viene ricostruita nel dettaglio. Perché proprio questo stabilimento?

D’Amico
Ho scelto l’Ilva perché mi sembra un condensato del nostro clima economico e sociale. E’ una grande fabbrica che occupa circa 10mila persone, se contiamo anche l’indotto, e tiene sotto ricatto occupazionale Taranto e tutta la Puglia. Ha un rapporto privilegiato con il ministero dell’Ambiente, non rispetta le regole sull’inquinamento e nonostante tutto si va avanti così. Appena entri a Taranto hai una sensazione di angoscia: la prima cosa che vedi sono le ciminiere, a ridosso delle case, i cittadini aprono la finestra e si trovano davanti il camino dell’acciaieria.


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Poi è arrivata la storia delle donne.

D’Amico
Ho conosciuto le tre protagoniste di questo documentario, dopo ho incontrato anche le altre. Sono state subito molto contente di partecipare. Da anni chiedono giustizia per i loro parenti scomparsi, fanno parte di associazioni che si battono per una fabbrica diversa. Sono tutte molto attive in sindacati e organizzazioni ambientaliste, gestiscono l’associazione “12 giugno” e il coordinamento “Alta marea” contro l’inquinamento.

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Cosa hanno ottenuto finora?

D’Amico
Alcuni risultati importanti sono arrivati dalla Puglia, che ha imposto limiti a tutte le aziende sull’emissione di sostanze inquinanti. Purtroppo questi sono stati gli unici interventi, perché il governo nazionale è latitante, si è limitato ad entrare in polemica con la Regione ma non ha fatto nulla.

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La prima parte racconta la storia dell’Ilva. Dall’Italsider alla privatizzazione, con l’acquisto dell’imprenditore Riva, si dice che l’acciaieria era pensata per ridurre il divario Nord-Sud ma si è risolta in un fallimento. E’ davvero così?

D’Amico
L’Ilva è fallita un po’ come tutti i progetti degli anni Sessanta, che hanno prodotto l’industrializzazione forzata del Meridione. Si pensava che aprendo grandi fabbriche, ma senza portare niente intorno, si sarebbe risolto il problema dell’occupazione. Al contrario hanno creato una cattedrale nel deserto che ha portato sofferenza, morte e inquinamento. Arriva un imprenditore del Nord, colonializza una zona del Sud e pensa di ridurre il divario. Bisogna riflettere molto su ciò che è stato fatto per unire il paese.

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L’azienda ha istituito un bonus anti-infortuni, ma il documentario boccia senza appello questa misura.

D’Amico
E’ una presa in giro verso i lavoratori e la città. L’Ilva concede un buono pasto di 100 euro ad ogni operaio, se nel rispettivo reparto non si supera un certo numero di infortuni. Il risultato è che non vengono più denunciati gli incidenti piccoli per non perdere il bonus, gli operai si fanno male e restano a lavoro. Si compra il loro silenzio per 100 euro, e il problema è che queste misure sono accettate anche dai sindacati. Allo stesso modo ci sono altre prese in giro: come gli impianti di ambientalizzazione, che vengono inaugurati dai vertici ma poi nella realtà non funzionano.

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Allora cosa bisogna fare per ridurre le morti?

D’Amico
E’ difficile dirlo. Aumentano le riunioni sulle misure di sicurezza, ma poi non accade nulla di concreto. Si può cominciare facendo rispettare le leggi: per esempio le norme sulla riduzione dell’inquinamento, che l’Ilva continua a ignorare.

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Eternit e ThyssenKrupp sono sotto processo. Si tratta di casi molto diversi, naturalmente, ma questi episodi giudiziari non potrebbero sbloccare la situazione?

D’Amico
Si spera. Nel documentario, la moglie di un operaio deceduto continua a chiedersi perché la strage della Thyssen ha destato scalpore, mentre 43 morti in 15 anni non svegliano le coscienze e non superano i confini regionali. Evidentemente, quando il fatto accade nel corso degli anni fa meno notizia. Per questo non possiamo essere ottimisti, la strada da fare è ancora lunga.

Rassegna
Comunque il tuo film va a Venezia, una vetrina importante.

D’Amico
Di questo sono molto contenta. Oltre alla soddisfazione personale, è una grande possibilità per far conoscere la storia dell’Ilva. Quando il festival me l’ha chiesto, per me e tutti quelli che hanno partecipato è stata una bellissima sorpresa.

(“La svolta. Donne contro l’Ilva” – Regia: Valentina D’Amico - Italia 2010 – 60 minuti – Produzione Filmare Srl)

Il sito ufficiale



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TAGS ilva taranto la svolta donne contro l'ilva valentina d'amico cinema lavoro

02/09/2010 12:54

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