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Il mare diventa balneabile per decreto

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La costa tirrenica cosentina è ricoperta da una inquietante striscia di schiuma marrone, enorme spreco davanti a ombrelloni e sedie a sdraio. E quest’anno, con la legge più permissiva, molte località ieri vietate sono state riaperte

di Fabrizio Ricci

il mare inquinato in Calabria (immagini di da internet)
Quello che fa più rabbia è che potenzialmente questo pezzo d’Italia non avrebbe nulla da invidiare alla Sardegna, alla Sicilia, alle coste più belle del Paese. Qui vedi le montagne che mettono i piedi in mare, un mare dai colori unici, perché è subito profondo e non c’è sabbia a intorbidirlo. Invece la costa tirrenica cosentina, per lunghi tratti e altrettanto lunghi periodi, è ricoperta di una iquietante striscia di schiuma marrone. Uno dei mari più belli del Mediterraneo colpito al cuore, un enorme spreco con davanti ombrelloni e sedie a sdraio. Certo, non tutte le località di questa zona della costa tirrenica calabrese possono considerarsi a vocazione strettamente turistica, come accade invece più a sud, ad esempio per la zona di Tropea, ma questo non toglie che il mare rappresenti anche qui uno dei beni più preziosi per l’economia locale, vista la pressoché totale assenza di industrie e attività manifatturiere.

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Da alcuni anni a questa parte, però, questo pezzo di Tirreno viene coperto sempre più frequentemente da una lunga striscia di schiuma, che si crea a pochi metri dalla riva e solo in rari casi scompare, per poi riapparire qualche ora più tardi. Per capire la gravità del problema è sufficiente consultare i dati del ministero della Salute sulla balneabilità delle acque (www.portaleacque.it). Si scoprirà che lunghi tratti della costa tirrenica del nord della Calabria risultano non balneabili per inquinamento. Le zone rosse vanno da Belvedere marittimo a Fuscaldo, da Guardia Piemontese a Paola, da San Lucido a Longobardi e via dicendo.

Una situazione insopportabile, che si crea in modo sistematico nel mese di agosto, quando la popolazione aumenta in modo consistente per il turismo e soprattutto per il ritorno dei calabresi che vivono altrove. Questa coincidenza fa pensare che una delle maggiori responsabilità dell’inquinamento del mare sia da imputare all’insufficienza dei depuratori. “Il fatto è che normalmente i controlli delle Asl sulla qualità delle acque e quindi sull’efficacia dei depuratori vengono svolti ad aprile e ovviamente l’acqua risulta pulitissima – spiega Silvia Cammarata, attivista di Legambiente e presidente del circolo di Castrolibero (Cs) – poi però a luglio e agosto arriva molta più gente e i depuratori, che sono pochi e spesso malfunzionanti, non sempre sono in grado di reggere un carico almeno triplo di quello normale”.

Secondo il rapporto “Mare Nostrum 2010” di Legambiente, la Calabria è al terzo posto (dopo Puglia e Campania) nella classifica dei mari più inquinati del Paese, con 358 infrazioni accertate, 440 persone arrestate o denunciate e 224 sequestri effettuati nel corso del 2009. E questa situazione di gravissimo deterioramento di fiumi e corsi d’acqua minori, e quindi del mare calabrese, si conferma proprio nell’anno in cui è entrata in vigore la nuova normativa sulla balneabilità, con limiti assai più permissivi rispetto alla precedente Dpr 470/1982.

“Contrariamente a quanto fatto nel 1982,
quando l’Italia scelse la strada della severità e del rigore, costruendo una delle reti di monitoraggio migliori in Europa - spiega Sebastiano Venneri, vicepresidente Legambiente - stavolta il nostro Paese ha approfittato dell’opportunità concessa dalla direttiva comunitaria per allargare le maglie sulla balneabilità, a partire dall’estate 2010. Un passo indietro normativo che ha fatto classificare come ‘eccellenti’ alcuni tratti di costa che lo scorso anno venivano dichiarati non balneabili, pur essendo tuttora inquinati”.

Per citare qualche caso, solo in Calabria a fine giugno, ossia con i nuovi limiti, sono stati classificati come balneabili 18 dei 22 chilometri interdetti alla balneazione fino allo scorso maggio, quando la normativa di rifermento era ancora la ben più severa legge del 1982. Riaperte per decreto, queste spiagge sono distribuite più o meno equamente in tutte le provincie. In particolare, Cosenza ha dichiarato pulito il 64% delle spiagge non balneabili fino a pochi mesi fa, mentre tutte le altre province hanno riaperto addirittura il 100% dei tratti di costa classificati come non balneabili con la vecchia normativa italiana”.

Ovviamente, un tratto di mare inquinato, anche se dichiarato balneabile per decreto, resta inquinato. Basta farsi un giro per rendersene conto. La schiuma c’è, è ben visibile e in alcuni momenti, specie dopo periodi di mare mosso, assume proporzioni inquietanti. Ma a fronte di questa situazione critica, cosa succede sul territorio? Perché l’impressione è che non vi sia una reazione proporzionata alla gravità della situazione.

“Noi abbiamo fatto ogni tipo di battaglia, abbiamo persino denunciato alcuni sindaci e chiamato in causa ogni tipo di autorità, ma ogni volta alla fine ci siamo trovati a sbattere contro un muro di gomma”, risponde ancora l’attivista di Legambiente Silvia Cammarata. “Il fatto è che qui la sensibilità ambientale è pressoché inesistente e intanto la criminalità organizzata se la gode con il gran business della gestione dei rifiuti. E allora anch’io che da 15 anni combatto senza ottenere niente mi sono stancata e quest’anno non ho nemmeno rinnovato la tessera dell’associazione. Qui la frustrazione per noi ambientalisti è davvero troppa”.



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TAGS inquinamento legambiente calabria

13/08/2010 16:02

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il mare inquinato in Calabria