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Fiat, l’anno zero di Marchionne

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Le relazioni in Fiat sono davvero poca cosa. L’azienda ha disperso tutto il capitale delle professionalità. Dall’altra parte si continua a ragionare come se l’azienda fosse quella di due anni fa. È cambiato tutto, invece. Intervista a Aldo Enrietti

di Giovanni Rispoli

autore foto: Giuseppe Nicoloro, da flickr (immagini di autore foto: Giuseppe Nicoloro, da flickr)
Serbia sì, Torino no. In attesa dell’incontro tra azienda, sindacato, governo convocato dal ministro Sacconi per il 28 luglio, vale la pena raccogliere qualche ulteriore riflessione sulla linea di condotta – dopo Pomigliano, Mirafiori – dell’ad Fiat Sergio Marchionne. Lo facciamo – escludendo le ultimissime novità relative all’intenzione di un contratto ad hoc per Fiat Group Automobiles – con Aldo Enrietti, professore di economia industriale all’Università di Torino.

La linea di condotta di Marchionne, dunque; se vogliamo il suo stile. Uno stile che poi è sostanza, avendo modificato in profondità le relazioni sindacali all’interno dell’impresa, ridotte a zero con il ritorno addirittura ai licenziamenti per rappresaglia: gli anni ’50, “il grande balzo all’indietro”, per dirla con Luciano Gallino. “Sì – commenta Enrietti -, le relazioni in Fiat sono davvero poca cosa, ormai. L’azienda ha disperso tutto il capitale delle professionalità direttamente impegnate nelle relazioni industriali; chi si è presentato al tavolo su Pomigliano, ad esempio, non aveva alcun margine di trattativa. È un problema serio. Ma c’è evidentemente anche un problema del sindacato. Quando nell’aprile scorso Marchionne lanciò la proposta di Fabbrica Italia non ebbe una risposta all’altezza. Il sindacato, al di là delle sue attuali divisioni, sembra non aver compreso un punto fondamentale: che è cambiata la fase, per dirla con il vecchio linguaggio del movimento operaio”.

La Fiat naviga nel mare magno della globalizzazione, tende a spostarsi là dove maggiori sono le convenienze produttive e di mercato; davvero il sindacato non lo vede?

“Lo vedono in tanti, non solo le organizzazioni dei lavoratori, ma poi non se ne traggono le debite conseguenze. E si continua a ragionare come se l’azienda fosse ancora quella di due anni fa. È cambiato tutto, invece. Marchionne si muove tra Stati Uniti e Brasile, e poi Polonia, Serbia, Italia e così via. Fa lo spin off e separa i business per rendere l’auto un gigante internazionale, non solo per consentire agli Agnelli di farsi da parte; per andare oltre l’operazione Chrysler, come del resto ha ricordato, e procedere a ulteriori alleanze. Il sindacato insegue, non ha ancora un progetto all’altezza, ripeto”.

Va bene, obiettiamo, e questo significherebbe per la Fiat emanciparsi: rescindere il legame, la parola bisogna dirla, con il territorio. E però, come ricordava di recente Epifani, le imprese globali hanno quasi tutte “un rapporto con un territorio, con una identità e una memoria”; allora, se questo vale “per le imprese tedesche, francesi, giapponesi”, perché non deve significare più nulla “solo per le imprese nate e cresciute in Italia”?

“Il rapporto con Torino e l’Italia può benissimo rimanere – risponde Enrietti –, ma il cervello non sarà più solo qui. La Fiat di domani sarà un’impresa pluricefala, come del resto è accaduto e accade ad altre multinazionali. Si pensi alla storia di Gm e a Gm Europa. È con questa nuova natura dell’impresa che bisogna confrontarsi”.

Il sindacato, dunque, fa fatica. Su un altro versante il governo – capace soltanto di genuflettersi dopo Pomigliano, Marchionne scambiato per la Madonna dell’Arco – ha brillato finora per la sua assenza. Adesso l’incontro convocato da Sacconi: un incontro obbligato. “È vero, tutto ciò che l’esecutivo finora ha saputo fare, un po’ di incentivi a parte, è stato inchinarsi alla volontà della Fiat su Pomigliano. Quanto a idee sull’auto e l’industria, lo zero più assoluto. Fatta questa premessa, e al di là dell’incontro del 28 luglio, io non darei nulla per scontato.

L’azienda ha sicuramente molti vantaggi nel trasferimento in Serbia; il problema principe però, guardando non solo alla questione oggi in campo ma anche in prospettiva, mi pare sia quello della produttività. È con questo tema, penso, che il sindacato dovrà fare i conti. Non credo che la situazione sia poi davvero quella che appare: ‘o così o niente’. Tutte le scelte possono avere delle alternative. Bisogna lavorarci su”.


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TAGS aldo enrietti fiat marchionne

27/07/2010 14:49

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3
La manovra di Marchionne a Pomigliano riporta il mondo del lavoro indietro di un secolo. Cosa fare? Registrarsi cioè dare attuazione all'articolo 39 della Costituzione. Solo con questa operazione si può rendere obbligatorio il ccnl di categoria per tutti e annullare sul nascere la manovra (deleteria per i lavoratori) dell'a.d. della Fit.
08/08/2010 Paolino Bertazzo
2
Privando ogni tipo di dignità ai lavoratori, per difendersi non potranno far altro che suicidarsi. 8 anni fa ho tentato il suicidio in fabbrica per difendere la dignità a scapito della vita, ma se si dovesse presentare nuovamente la minaccia, compierei nuovamente quel gesto.Infatti Che valore avrebbe la vita priva della dignità di un essere umano?
1
credo che un po' di vergogna bonanni/cisl e sacconi dovrebbero provarla,dico dovrebbero,perche'se invece era il punto dove volevano arrivare(la disdetta unilaterale del contratto nazionale)dovrebbero finire in galera!!perche' quel che hanno fatto o almeno favorito lascera' tutta la classe lavoratrice senza difesa per diritti e salari e torneremo agli anni trenta dove per chi lavorava la vita non era molto semplice.ora marchionne grazie all'agire di questi galantuomini ha mano libera!!e..vai!!!!

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