Rubriche

Blog

Il PuntoRassegnadosFuori classeRoba da mattiSull'asfaltoCinePressaRendiamoci ContoRadio cracNote a margineChe senso che faUomini e CittàA tutta rete

Multimedia

Speciali



Mercato del lavoro

La crisi la pagano i giovani

   Print  

Sono proprio i giovani le vittime sacrificali della recessione. Lo rivela il Rapporto Cnel. Le perdite occupazionali sono concentrate tra gli under 34: 485 mila posti in fumo nel 2008-2009. E in prospettiva il rischio di essere disoccupati è triplo

La crisi economica che ha colpito e continua a colpire duramente l'Italia ha avuto ed ha nei suoi effetti occupazionali una forte connotazione generazionale: i giovani, tra i 15 e i 24, ma anche quelli fino ai 34 anni, sono stati infatti molto più colpiti rispetto alle altre fasce d'età. Lo rivela il Consiglio nazionale dell'Economia e del Lavoro che ha pubblicato oggi il suo rapporto sul mercato del lavoro 2009-2010.

Nel rapporto si legge infatti
che in termini assoluti tra il 2008 e il 2009 si sono persi 485mila posti di lavoro per persone fino ai 34 anni, mentre per le classi più mature (dai 35 anni in su) si registra un incremento di 125mila occupati, concentrati essenzialmente sulle età prossime al pensionamento. E in prospettiva, per i giovani attivi nel mercato del lavoro in Italia il rischio di essere disoccupati è triplo rispetto a quello di persone più anziane (anche nel resto dell'Ue si registra uno squilibrio, ma meno evidente).

Ma la crisi ha agito in maniera diversa anche a livello di genere
. Si sono infatti registrate perdite occupazionali maggiori tra i maschi, più presenti nell'industria e nell'edilizia e per i lavoratori con livelli d`istruzione inferiori. E se fino al 2008 le donne rappresentavano la maggioranza dei disoccupati, sebbene le differenze con gli uomini fossero limitate (rispettivamente 52 e 48% dei disoccupati), dal 2009 la situazione si invece ribaltata: gli uomini costituiscono ora la maggioranza (51,4%) dei senzalavoro.

Intanto, al di là delle distinzioni
- avverte ancora il Cnel - nel 2010 la disoccupazione potrebbe salire all'8,7% (pari a circa 241mila persone senza lavoro in più), ma nello scenario peggiore rischia di toccare il 9% (circa 315mila persone in più). Mentre la perdita di unità di lavoro, nell'ipotesi peggiore, potrebbe toccare quota 421mila. Naturalmente la maglia nera va al Sud da cui dipende sostanzialmente la generale contrazione degli occupati. Ma paradossalmente i disoccupati crescono al Nord, perché qui si fa sentire di meno l'effetto scoraggiamento. 

Eppure, ci sarebbero delle categorie di lavoro
per cui l'offerta c'è ed è anche consistente: infermieri, fisioterapisti, farmacisti, programmatori e addetti marketing. Queste secondo il Cnel sono alcune delle figure professionali "introvabili", quelle cioè che le aziende faticano ad assumere. E il fatto che le difficoltà di reperimento siano state riscontrate anche in un anno come il 2009, segnala "come la scarsità di manodopera con le qualifiche adatte a coprire determinati posti sia un elemento strutturale".

Infine, il rapporto del Cnel
mette in evidenza il ruolo che nei prossimi anni svolgerà sempre più la manodopera immigrata nel mercato del lavoro. Infatti, "sulla base delle proiezioni Istat sulla popolazione per età, gli occupati italiani fino a 64 anni risulteranno pari a 19,9 milioni nel 2018, in riduzione di quasi 1,4 milioni di persone rispetto a quanto osservato nel 2008. In assenza di lavoratori immigrati, dunque - dice il Cnel - ci troveremmo un'ampia carenza di occupati". Tale lacuna verrebbe però in parte colmata dall'apporto dei lavoratori stranieri, dato che "prendendo le proiezioni dello scenario centrale Istat, si osserva come la popolazione straniera tra il 2009 e il 2018 crescerà di quasi il 53%".

Vuoi riprodurre questo articolo? Leggi qui le condizioni.


TAGS crisi cnel giovani disoccupati

20/07/2010 10:14

(ricerca avanzata)

Cerca su Rassegna.it con Google

  • bookmarks

  • segnala




Antispam: inserisci il risulato della somma.


  • dalla home page

  • correlati

  • tags

L’Italia si sveglia tardi

Intervista. Per Fabrizio Onida discutere se la crescita del Pil sia dello 0,9 o dell’1,2 è quasi inutile. E anche un po’ frustrante. Il fatto è che la ripresa italiana c’è, nel senso che la caduta è finita, ma nulla di più. Il governo? Fa poco

Alcune immagini

Foto RICCIO (da Flickr)