Il seminario internazionale dell’Ires con un occhio all’Italia. Marchionne ha informato i lavoratori, ma non li ha fatti partecipare. Nicolosi (Cgil): “Le grandi aziende si considerano uno Stato a parte”. La direttiva della Ue e la situazione in Europa
ROMA - La partecipazione dei lavoratori alla vita delle aziende: se oggi in Italia non c’è, sarà possibile in futuro? Cosa fare per ottenerla, quali sono gli equivoci da sconfiggere? Com’è la situazione in Europa? Questi i temi del workshop internazionale, organizzato dall’Ires Cgil, che si svolge il 15 e 16 luglio a Roma nella sede di Corso Italia. L’appuntamento si chiama “Partecipazione dei lavoratori e democrazia industriale dopo la trasposizione della direttiva 2002/14 su informazione e consultazione”: in riferimento alle disposizioni della Ue, quindi, propone un confronto con gli altri Stati nell’ambito del progetto europeo “Informia”. Con un occhio alle questioni nazionali: in particolare, si parla delle relazioni industriali italiane dopo il caso Fiat di Pomigliano.
“C’è grande preoccupazione”, esordisce il segretario confederale della Cgil, Nicola Nicolosi. “Pomigliano non è stato un fatto sindacale ma politico – afferma - , e rischia di diventare il paradigma dello Stato moderno”. In che senso? Una grande azienda ha deciso di utilizzare un tavolo negoziale, che dovrebbe decidere su nodi come orario e produttività, per affrontare il tema delle leggi. “Oggi le aziende riconoscono davvero la superiorità dello Stato in cui si trovano a produrre? – si chiede - Se una multinazionale come la Fiat cambia addirittura le norme della Costituzione, allora compie un’azione eversiva”. Insomma, le grandi imprese si considerano “uno Stato a parte” all’interno del sistema globale.
Sulla stessa linea il ricercatore dell’Ires, Salvo Leonardi. “L’informazione e consulenza dei lavoratori non significa partecipazione – spiega nella sua relazione -, anzi può essere solo un atto formale”. E si torna ancora alla Fiat: “Per esempio Marchionne ha informato i lavoratori, poi ha fatto ciò che voleva. Il diritto di cogestione e partecipazione deve essere sancito per legge”. In Italia invece avviene il contrario: “Adesso la partecipazione è proposta dai manager, le proposte operaie vengono riprese e rovesciate dai vertici dalle aziende, non più per aumentare la democrazia ma la produzione”. Il potere di influenza dei lavoratori “è al livello più basso da decenni – aggiunge -, per questo anche il sindacato deve ripensarsi, prima di tutto offrendo maggiore formazione ai suoi delegati”.
“Pomigliano è un accordo preistorico”. Così il professore di
Diritto del lavoro all’università di Bari, Gianni Arrigo. “Viola molti punti della Costituzione – a suo avviso -, il primo articolo ma anche l’articolo 2: quello che sancisce la dignità del lavoratore e lo sviluppo della sua personalità. Ignorato anche il diritto di conoscere le circostanze aziendali e ricevere indicazioni sul futuro”. Riferendosi sempre al Lingotto, si sofferma sull’esigibilità dei diritti: “E’ un concetto che fa sorridere. Alcuni diritti sono sempre esigibili, come quello alla pausa pranzo: la possibilità di nutrirsi prima di 12 ore può sempre essere applicata, non dipende dalle dimensioni dell’impresa e conviene anche alla produzione”. Sul coinvolgimento dei lavoratori, sottolinea il ruolo della formazione: questi devono conoscere bene i temi sul tavolo. “In tal caso non erogare formazione equivale a un comportamento antisindacale”.
La crisi è anche un’opportunità, perché nella difficoltà “si apre sempre una fase costituente”. Lo dice il
magistrato Giuseppe Bronzini, giudice presso la Corte di Cassazione, affrontando la situazione europea: “Non è solo una crisi economica, la Ue è in crisi per mancata compattezza dell’euro e assenza di solidarietà tra paesi”. Anche se l’Unione scricchiola, però, nel corso degli anni si è data regole comuni e “adesso deve fare lo stesso anche dal punto di vista sociale”. Nella nuova strategia di Lisbona, a suo giudizio, “è presente la ripartizione di competenze tra Stati e Unione, ma non ci sono sanzioni per chi non la rispetta. Per funzionare, le indicazioni dell’Europa devono essere prescrittive”.
Christian Welz, ricercatore della Fondazione di Dublino, illustra la direttiva europea 2002/14 che si occupa di informazione e consultazione dei lavoratori. “Per alcuni paesi non è stata una novità, come Germania e Austria, Francia, Olanda – dichiara lo studioso di Eurofound -, in Italia invece ha avuto impatto fortissimo”. Altri Stati si sono opposti duramente: “E’ il caso dell’Irlanda, che ospita molte società americane come Hewlett Packard. Queste non accettano la novità, consultare i lavoratori non appartiene alla loro cultura. La Camera di Commercio Usa ha fatto pressione per non applicare la direttiva”. Da parte loro, i sindacati europei “si sono detti favorevoli, ma poi hanno mostrato alcune reticenze, sono stati gelosi del loro ruolo”. Infine Welz commenta lo scenario attuale nella Ue: “In Europa finora non c’è democrazia industriale, è sviluppato solo qualche diritto. Sarò pessimista, ma alcune forme come la cogestione dei lavoratori non sono pensabili neanche in futuro”.