Camusso, Tronti, Gallino e Di Nicola spiegano cosa cambia dopo l’accordo di Pomigliano. “La Fiat commette un errore. I lavoratori si accorgeranno che il sistema di lavoro è massacrante, che li fa ammalare, allora si rivolteranno anche senza sindacato”
Cosa accadrà dopo Pomigliano? L’accordo (o diktat?), siglato venerdì scorso in via definitiva, nel giorno del silenzio della stampa, apre un grande interrogativo sulla piega che le relazioni industriali prenderanno in futuro nel nostro Paese. All’incontro non era stata invitata la Fiom, e alla fine hanno sottoscritto il piano – rimasto immutato anche dopo un referendum dal risultato controverso -, solo la Fim, la Uilm e la Fismic, sindacati favorevoli fin dall’inizio.
Pomigliano apre una pagina nuova o è un incidente di percorso? La provocazione l’ha lanciata dalle colonne del
Foglio Mario Tronti, filosofo e teorico di punta dell’operaismo italiano, che contribuì a sviluppare con la fondazione di “Quaderni Rossi”, nel 1962.
“Abbiamo vissuto un ricatto bello e buono – ci spiega Tronti -, che apre la strada alla discrezionalità totale, a un assolutismo imprenditoriale molto pericoloso”. La condanna è senza appello: “Il contratto nazionale è stato già ampiamente ridimensionato. Io vedo piuttosto dell’altro: prima la rinuncia al conflitto, poi l’abbandono di un rapporto tra operai e imprenditori basato sulla concertazione in fabbrica”.
Se è così, chiediamo a Tronti, Fim e Uilm, sindacati che predicano la concertazione, sono caduti in trappola? “Altro che dopo Cristo – ci risponde - , come dice Marchionne. Qui siamo avanti Cristo se è vero che vengono messe in discussione quelle libertà che nascono come libertà cristiane”.
In una fabbrica che fa passi indietro, il sindacato finisce ai margini e si rafforzano la pretese padronali, secondo Tronti. Alla Chrysler, lo United Auto Workers ha firmato una tregua triennale, in cambio mantiene alti i salari e ha in mano il 51 per cento dell’azienda. “Un patto che Marchionne non ha certo proposto – osserva il filosofo -. Quindi l’operazione è orientata in tutt’altro senso: escludere la Fiom come l’ultimo residuo di un sindacato conflittuale e mettere gli operai contro il sindacato. Quello che gli altri sindacati hanno sottoscritto, non è un accordo, ma un diktat”.
Su quale strada si stanno incamminando le relazioni sindacali in Italia? Al riguardo
Luciano Gallino, sociologo del lavoro, è più che pessimista: “L’idea è molto vecchia, da fabbrica degli anni ‘50 – osserva – o, se si vuole, una fabbrica nuova con standard da industria polacca o cinese, perché è vero che la Fiat rialloca la produzione ma alle condizioni di un Paese in via di sviluppo. Quello che vedo è un modello che prevede la trattativa ridotta a poca cosa, in condizioni di lavoro durissime. E’ la ‘strada bassa’ delle relazioni sindacali, nel mondo della globalizzazione”.
Piuttosto, colpisce un aspetto, per Gallino: “Si investe, in presenza di una grande capacità produttiva: in Europa la produzione è in eccesso del 30-40% per cento rispetto alla domanda. E gli effetti di questa sovrapproduzione si fanno pagare ai lavoratori”.
Lo studioso – raggiunto telefonicamente in Francia, dove ha casa - evidenzia come dal dibattito italiano sia stata espunta una questione dirimente, mentre oltralpe è il conservatore Le Monde ad “aprire” proprio su questo tema: “Nessuno parla più della distribuzione del reddito: in meno di trent’anni – sottolinea Gallino - l’8-10 per cento del Pil si è spostato dai salari al capitale. E’ un aspetto che finisce per aggravare anche la crisi in corso”.
Nel momento in cui esplode la protesta in altri stabilimenti della casa automobilistica – a Melfi, l’azienda ha chiesto l’aumento dei carichi di lavoro nonostante la cassa integrazione e ha licenziato due delegati della Fiom dopo un corteo e a Mirafiori, dove i lavoratori sono in lotta per il premio di produzione - ci si chiede se a Pomigliano la Fiat ha inaugurato il modello per le relazioni industriali del futuro. “Coincidenze – sostiene
Susanna Camusso, vicesegretaria generale della Cgil – anche in passato si è accreditato alla Fiat la capacità di “innovare” i modelli di contrattazione, ma si dimentica che il sistema produttivo del Paese è molto diversificato. Rimane la gravità della scelta di lavorare solo con chi ci sta”.
Un altro sociologo,
Patrizio Di Nicola (leggi la sua
analisi sul modello Pomigliano sulle nostre pagine), mette in guardia dai rischi insiti nell’esclusione del sindacato dalle decisioni di merito che riguardano la metrica o i ritmi di lavoro: “La Fiat commette un errore – evidenzia –. Quando a distanza di sei mesi o un anno i lavoratori si accorgeranno che quel sistema di lavoro è massacrante, che li fa ammalare, allora si rivolteranno anche senza sindacato. E la Fiat dovrebbe accorgersi che delegittimare il sindacato apre la strada a una conflittualità incontrollata”.