Rubriche

Blog

Il PuntoRassegnadosFuori classeRoba da mattiSull'asfaltoCinePressaRendiamoci ContoRadio cracNote a margineChe senso che faUomini e CittàA tutta rete

Multimedia

Speciali



Analisi

Europa, quanta sofferenza a Est

   Print  

Tagli al welfare, alle pensioni e agli stipendi pubblici. Così i governi del blocco ex socialista affrontano la crisi. Romania, Bulgaria e Repubbliche Baltiche in gravi difficoltà. Polonia e Repubblica Ceca stanno un po’ meglio. Ma nessuno è ottimista

di Ornella Cilona

Nell’Europa dell’Est la recessione ferma la corsa al benessere e acuisce le differenze fra gli Stati. Tensioni sociali e instabilità politica accomunano Bucarest e Riga, Varsavia e Budapest, e si aggravano a seguito della stretta sui conti pubblici. Per risparmiare, i governi, quasi tutti di centro destra, non esitano infatti a ridurre il welfare e a innalzare l’età per andare in pensione, erodendo il proprio consenso e mettendo a rischio i primi, timidi segnali di ripresa.

I dati sul prodotto interno lordo nel primo trimestre di quest’anno mostrano che alcuni paesi cominciano a intravvedere la fine del tunnel, mentre altri si trovano ancora nel pieno della bufera. La debolezza delle organizzazioni dei lavoratori non aiuta poi a favorire la coesione sociale. Il tasso di sindacalizzazione rimane al di sotto della media europea, anche se la polverizzazione in tante sigle è un ricordo del passato.

Oggi la Romania è il grande malato dell’Europa dell’Est, ma Unione europea e Fondo monetario internazionale seguono con apprensione anche le vicende delle Repubbliche Baltiche, della Bulgaria e dell’Ungheria. La presenza in questi ultimi due paesi di importanti interessi economici e finanziari degli Stati dell’eurozona ha accelerato la necessità di controlli serrati sui conti pubblici.

La Bulgaria è ancora il paese più povero d’Europa. Il 61 per cento dei cittadini ritiene che il proprio tenore di vita sia peggiorato a seguito della crisi, secondo un sondaggio compiuto a marzo dall’Istituto di studi demoscopici di Sofia. A subire le conseguenze più gravi sono i pensionati e i lavoratori ultracinquantenni, fra i quali questa percentuale sale al 70 per cento. Il sondaggio sottolinea inoltre che il 56 per cento dei bulgari ha problemi a pagare le bollette della luce e del riscaldamento. Nei mesi scorsi le due confederazioni sindacali Citub e Podkrepa si sono accordate con il governo su un pacchetto di misure contro la recessione che prevede, fra l’altro, l’aumento del salario minimo, una maggiore efficacia dei sussidi di disoccupazione e l’introduzione di congedi non retribuiti da utilizzare quando un’azienda si trova in difficoltà. I sindacati si sono invece opposti al progetto del ministero del Lavoro di innalzare l’età pensionabile delle donne da 60 a 63 anni. Il governo, pressato da Bruxelles, continua intanto a rivedere al rialzo le stime sul proprio deficit pubblico e ha abbandonato l’idea di adottare l’euro l’anno prossimo.

In Ungheria Viktor Orbán, a capo del governo di centro destra appena insediatosi, punta più su un abbassamento del rapporto deficit/Pil che su una diminuzione del tasso di disoccupazione. Il premier ha gettato nel panico la Borsa di Budapest quando ha detto di temere il “fallimento dello Stato ungherese” e ha definito l’attuale situazione economica “talmente critica da essere paragonabile a quella della Grecia”. La dichiarazione, che non ha fondamento se si guarda ai dati economici, aveva probabilmente come unico scopo quello di giustificare il varo in tempi strettissimi di una manovra che prevede una forte riduzione della spesa pubblica e l’introduzione di una tassa sugli istituti di credito. Il Pil, infatti, è tornato a crescere nei primi tre mesi di quest’anno (+0,9 per cento), grazie all’industria manifatturiera e alle esportazioni che hanno ripreso a tirare.

Nelle Repubbliche Baltiche la forte crescita della disoccupazione e la caduta del Pil sono i due scogli sui quali rischia di infrangersi ogni politica per lo sviluppo. La situazione è particolarmente grave in Lettonia, ma Lituania ed Estonia non si trovano in condizioni molto migliori. Eppure l’Estonia ha deciso di entrare a far parte dell’eurozona a partire dal prossimo anno. Bruxelles ritiene che abbia tutte le carte in regola per adottare l’euro perché, a differenza della disastrata Lettonia, i suoi conti pubblici sono a posto: il rapporto deficit/Pil è appena dell’1,7 per cento e la recente riforma delle pensioni – entro il 2026 l’età per ritirarsi dal lavoro salirà a 65 anni per donne e uomini – consentirà quegli ulteriori risparmi al sistema di welfare tanto apprezzati dall’Ue. Meno esaltanti i dati sul Pil, che a Tallinn è calato di ben il 14,1 per cento nel 2009 e del 2,3 nei primi tre mesi di quest’anno.

Polonia e Repubblica ceca possono guardare al futuro con maggiore ottimismo. A Varsavia il vuoto istituzionale apertosi lo scorso aprile, a seguito dell’incidente aereo nel quale morirono il presidente Lech Kaczynski e altri personaggi politici di primo piano, non dovrebbe bloccare la ripresa: il prodotto interno lordo, infatti, è salito dello 0,5 per cento nel primo trimestre di quest’anno. A Praga la vittoria del centro destra alle elezioni politiche di giugno fa presagire un programma di “lacrime e sangue”. Petr Necas, a capo del partito democratico civico, ha già anticipato riduzioni della spesa pubblica e riforme strutturali, cui si accompagneranno iniziative per stroncare il fenomeno della corruzione. Il rapporto deficit/Pil, pari al 5,93 per cento, non è però tale da giustificare pesanti interventi sulla spesa pubblica.

I socialisti, che sono stati i più votati ma non hanno i numeri per formare un governo, proveranno dall’opposizione a contrastare gli effetti sociali della manovra. Il Pil ceco sta risalendo la china, dopo essere sceso del 4,2 per cento nel 2009: nel primo trimestre 2010 è aumentato dello 0,2 grazie alla crescita della produzione nell’industria manifatturiera e soprattutto nel settore dei mezzi di trasporto. La Repubblica ceca può inoltre vantare la salute invidiabile del settore bancario, che non è stato contagiato dai derivati. Anche in Slovacchia banche e industria sono le due gambe su cui si regge la mini ripresa dell’economia nazionale. Il Pil del piccolo Stato, che fino al 1993 faceva parte della Repubblica ceca, è salito dello 0,8 per cento nel primo trimestre 2010, dopo aver subito un calo del 2,6 per cento negli ultimi tre mesi del 2009. Il ritorno della domanda di prodotti finiti sui mercati internazionali restituisce slancio alle esportazioni dell’industria manifatturiera. Anche in Slovacchia, come nella vicina Praga, si è votato a giugno per il rinnovo del Parlamento.


Vuoi riprodurre questo articolo? Leggi qui le condizioni.


TAGS europa est crisi crisi economica

08/07/2010 18:05

(ricerca avanzata)

Cerca su Rassegna.it con Google

  • bookmarks

  • segnala




Antispam: inserisci il risulato della somma.


Alcune immagini