Il 90 per cento dei suicidi avviene in zone rurali e le morti femminili sono il doppio di quelle maschili. Sempre più persone ricorrono alla violenza auto-inflitta per portare all’attenzione dell’opinione pubblica quelle che percepiscono come ingiustizie
di Ivan Franceschini
Con la storia delle morti alla Foxconn, la questione dei suicidi sul lavoro in Cina è tornata drammaticamente sotto la luce dei riflettori. Come recenti ricerche hanno messo in luce, il 90 per cento dei suicidi in Cina avviene in zone rurali e le morti femminili, per lo più giovani donne, sono almeno il doppio di quelle maschili. Questa anomalia statistica ha spinto alcuni ad ipotizzare che, nel contesto cinese, togliersi la vita si configuri come una strategia di resistenza contro il potere politico e sociale. Per i giovani cinesi il suicidio dunque non sarebbe solo una via di fuga dalle pressioni di un’esistenza disperata, né la semplice conseguenza di qualche squilibrio psicologico, ma può essere anche considerato alla stregua di una strategia estrema per far valere i propri diritti.
Le ragazze di campagna sono il gruppo sociale più predisposto a servirsi di questo strumento, ma sono sempre di più le persone di ceti differenti che scelgono di ricorrere al suicidio o alla violenza auto-inflitta per portare all’attenzione dell’opinione pubblica quelle che percepiscono come ingiustizie. I cosiddetti “suicidi per la tutela dei diritti” (zisha weiquanzhe) ricorrono con una certa frequenza sui media cinesi. Non è raro leggere le storie di lavoratori migranti che si arrampicano su qualche ponte o qualche edificio minacciando di suicidarsi pur di ottenere il pagamento dei salari arretrati. Spesso questi episodi provocano interminabili blocchi del traffico, cosa che a sua volta alimenta sentimenti contrastanti in seno all’opinione pubblica cinese: da un lato compassione per gli aspiranti suicidi, dall’altro fastidio e risentimento per i disagi e i ritardi.
Nel 2006 un caso del genere aveva causato a Canton una coda lunga oltre dieci chilometri e aveva portato un rappresentante della locale Assemblea popolare, Zhu Yongping, a chiedere alla polizia di adottare misure adeguate per gestire situazioni di questo tipo, limitando i disagi al traffico.
L’ambivalenza dei sentimenti del pubblico nei confronti di questo tipo di azione appare evidente se si considera la disavventura di Chen Fuchao, un imprenditore che lo scorso maggio si è arrampicato su un ponte di Canton minacciando di suicidarsi a causa dei debiti che aveva accumulato. Lai Jiansheng, un sessantenne di passaggio, si era arrampicato sui piloni, apparentemente per convincere l’aspirante suicida a desistere. Dopo aver stretto la mano di quest’ultimo, lo aveva però spinto nel vuoto. A dispetto delle gravi ferite Chen Fuchao è sopravvissuto e questo ha dato il via libera a un grande dibattito in seno all’opinione pubblica. “L’ho spinto giù perché persone come Chen sono davvero egoiste – ha spiegato Lai Jiansheng – e non tengono conto degli interessi pubblici”.
Nanfang Zhoumo, autorevole settimanale cinese, ha invece reso omaggio a quelli che ha definito “difensori dei diritti che si servono del proprio corpo”. “Queste persone – proseguiva l’articolo – hanno lottato per i loro diritti con la freschezza delle loro vite, hanno cercato la giustizia nella lama del coltello e nel fuoco, sono persone comuni che vagano qua e là nella loro esistenza, attori tragici del movimento per i diritti”. Sono questi gli eroi tragici della modernità cinese, esattamente come i morti della Foxconn.
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