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Dopo la crisi, un libro

Finanza, sistema da cambiare
Ma non basta un lifting

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La finanza ha bisogno di nuove fondamenta. L’agenda della riforma deve partire dal sistema di controllo, intervenire sul sistema bancario, mettere barriere tra i vari settori dell’intermediazione, affrontare il nodo dei conflitti di interesse

di Vincenzo Comito

Pubblichiamo un estratto dal volume collettivo “Dopo la crisi” (a cura di Andrew Watt, Andreas Botsch e Roberta Carlini, Edizioni dell'Asino). Il volume è un progetto voluto, promosso e realizzato da Sbilanciamoci.info e dall'Etui - Istituto sindacale europeo. Ospita 32 proposte di economisti e studiosi. Il 24 giugno sarà presentato a Roma: qui le informazioni.

La crisi ha ridotto il sistema finanziario a un campo di rovine. Pressoché nessuno dei fondamenti teorici e dei meccanismi di funzionamento del sistema ha retto alla prova. Sarebbe necessario ricostruire tutto l’edificio su fondamenta nuove, basate sul sostegno allo sviluppo dell’economia reale, nonché su una maggiore equità nell’allocazione delle risorse a livello territoriale, di dimensioni di impresa, di classi sociali. In assenza di una tale opera di rinnovamento, anche l’eventuale ripresa dell’economia reale non potrà poggiare che su basi precarie.

Siamo di fronte a una scarsissima volontà dei soggetti interessati, banche, altre istituzioni finanziarie, organismi di borsa, organizzazioni di rappresentanza, di accettare di cambiare alcunché nell’assetto istituzionale e di controllo attuale; esso era in effetti troppo favorevole agli operatori. Basta ricordare come negli Stati Uniti il settore finanziario è arrivato a generare, in certi anni, anche il 30-40% dei profitti totali delle società. Gli interessi del settore finanziario sono sostenuti anche da una classe politica legata a doppio filo a quella finanziaria e scarsamente consapevole della necessità di mutamenti radicali. Tutto questo spiega come, a più di due anni dallo scoppio della crisi, non si sia ancora fatto praticamente nulla per cambiare lo stato delle cose.

La discussione a livello internazionale sui mutamenti da apportare è stata molto vivace. Da parte di un importante numero di persone e di organismi che riflettono un orientamento di tipo “keynesiano” o anche “radicale” è stato trovato un sostanziale accordo su molti dei punti in gioco. Ricordiamo intanto come, in generale, viene auspicato da parte dello schieramento “riformatore” un ridimensionamento del settore finanziario rispetto all’economia reale, arrivando a delineare un settore di attività più ridotto, mentre si sottolinea la necessità che la politica e la società mettano sotto controllo un’area che pretendeva di governare il mondo. Bisogna riportare la finanza più vicina alla produzione di beni e servizi e non consentirle “innovazioni” sempre più devastanti e la cui utilità per l’economia nessuno è stato in grado di dimostrare.

Per riformare il sistema non basta qualche provvedimento che tocchi soltanto alcuni elementi della costruzione, ma è necessario un intervento che investa contemporaneamente la gran parte dei punti che caratterizzano l’edificio. Rispetto a queste esigenze, i progetti di legge in corso di discussione negli Stati Uniti come nell’Unione Europea sono largamente al di sotto di quello che sarebbe necessario (si vedano i contributi di Kuttner e Botsch in questo volume).

I punti principali di una possibile riforma
Al primo posto nell’agenda della riforma c’è il sistema di supervisione e controllo. C’è ormai un consenso abbastanza ampio sul fatto che vada superato l’attuale modello, basato sostanzialmente sulla disciplina spontanea del mercato, per mettere in piedi un forte sistema di regole e di supervisione a livello nazionale. Queste, al contrario di quanto si è fatto finora (e di quanto prevedono i progetti di riforma fin qui delineati dai vari governi) non dovrebbero limitarsi alle banche ordinarie: bisognerebbe occuparsi anche degli altri protagonisti del settore, dalle investment bank, agli structured investment vehicle (Siv) e più in generale al “sistema bancario ombra”, ai fondi monetari, agli hedge fund, ai fondi azionari privati (private equity). Il sistema di supervisione, oggi centrato sulla sorveglianza dei singoli istituti, dovrebbe poi cercare di governare anche il cosiddetto rischio sistemico, le conseguenze cioè che un crollo in un punto soltanto dell’edificio potrebbe comportare sull’intero sistema. Va inoltre creato un organismo di difesa dei consumatori.

Con riferimento al sistema bancario, una valutazione quasi unanime sottolinea come l’attuale metodo di remunerazione dei manager e dei trader appaia viziato alla radice, con stipendi in genere troppo elevati, nonché con un sistema di incentivi che, oltre ad arricchire tali soggetti, spinge le banche a prendere rischi eccessivi. Inoltre, va rivisto il sistema di cartolarizzazione dei crediti, obbligando chi vuole vendere sul mercato un credito finanziario a trattenere presso di sé una percentuale significativa del rischio relativo. Tutti o quasi sono d’accordo sul fatto che il sistema di regole di Basilea 2 dev’essere cambiato, in particolare obbligando le banche a darsi un più elevato standard dimezzi propri, in relazione anche al livello dei rischi incontrati, e a mettere sotto controllo anche la liquidità, oltre che la solvibilità; sarebbero opportuni meccanismi anticiclici, obbligando in particolare le banche ad accrescere il loro capitale nei momenti di boom. Si propone poi di legare i livelli di capitale anche alla dimensione degli istituti, e di varare dei titoli di debito che si trasformino automaticamente in capitale in caso di difficoltà.

Tutti problemi che solo in parte sono affrontati dalla nuova proposta di regolamentazione, nota come Basilea 3, che nel frattempo è stata pubblicata.

Un’altra questione importante è che molte banche hanno raggiunto dimensioni troppo grandi e, con la loro stessa mole, potrebbero creare danni enormi in caso di difficoltà. C’è l’esigenza di porre delle barriere tra i vari settori dell’intermediazione finanziaria, ad esempio con il ripristino negli Stati Uniti del Glass-Steagall Act, oppure creando delle cosiddette narrow bank, “banche minime” che svolgano soltanto le attività finanziarie tradizionali, storicamente tipiche delle banche, abbandonando quelle più rischiose, come il trading in proprio e l’attività speculativa (su questo si veda il contributo di De Grauwe). Alcuni insistono nel considerare il settore finanziario come un servizio primario di pubblica utilità, con la conseguente necessità di una nazionalizzazione degli istituti di maggiore dimensione, mentre si dovrebbe spingere invece per lo sviluppo delle piccole e medie banche legate al territorio. Per quanto riguarda poi alcune strutture particolari, quali gli hedge fund e i fondi di private equity, si auspica un loro maggiore controllo e un marcato ridimensionamento delle loro operazioni.

Rimangono una serie di temi diversi. Va ripensata l’attività delle agenzie di rating, affrontando i conflitti di interesse, l’asimmetria informativa, il ruolo semi-ufficiale di tali organismi; diverse voci suggeriscono la necessità di agenzie pubbliche di valutazione dei rischi. Vanno inoltre rivisti i criteri di valutazione in bilancio dei titoli e dei contratti finanziari, criteri oggi marcatamente pro-ciclici.

Tutti sono d’accordo sulla necessità di mettere sotto controllo i mercati – oggi informali – dei derivati, strumenti che appare opportuno ridimensionare e semplificare. Si dovrebbero trattare tutti i contratti di questo tipo in istituzioni ufficiali, bisognerebbe aumentare le garanzie nelle singole operazioni, nonché proibire strumenti come i credit default swap (Cds) legati al rischio paese quando essi abbiano una natura puramente speculativa. È necessario chiudere i paradisi fiscali o almeno prevedere che a un’impresa che abbia una qualche struttura propria in un paradiso fiscale non sia permesso di svolgere attività nei paesi Ocse. Infine, da più parti si spinge per l’introduzione di una tassa su tutte le transazioni finanziarie, prendendo ispirazione dalla Tobin tax, i cui proventi dovrebbero essere utilizzati per il sostegno ai paesi poveri; c’è chi invece suggerisce una tassa che dovrebbe servire sia per coprire le spese dei salvataggi bancari già avvenuti, che come un fondo di riserva da utilizzare nel caso di una nuova crisi finanziaria (si veda l’intervento di Schulmeister in questo volume).

Le regole internazionali
Il sistema degli interventi non sarebbe completo se non prendesse in considerazione una riforma complessiva del sistema della finanza internazionale. Vogliamo ricordare che bisognerebbe a questo proposito intervenire su almeno sei fronti diversi, tra di loro interrelati.

Gli interventi nazionali sul sistema finanziario devono necessariamente essere presi in maniera coordinata a livello internazionale; pesa infatti la facilità per le banche di eluderli spostandosi da un paese all’altro alla ricerca del regime più favorevole. Oggi siamo in una situazione simile, per alcuni versi, a quella medievale, in cui gli imprenditori erano in grado di scegliersi il giudice che faceva loro più comodo. Senza questo coordinamento internazionale, l’efficacia delle norme nazionali potrebbe essere molto ridotta.

Non appare più sostenibile una situazione in cui, mentre la finanza è sempre più globalizzata, la regolamentazione sia realizzata quasi esclusivamente a livello nazionale; sono necessari organismi a livello europeo e mondiale per governare in particolare il comportamento delle grandi banche internazionali. Gli attuali progetti in tal senso dell’Unione Europea sono molto al di qua di quanto sarebbe necessario.

Bisogna arrivare a un ripensamento del sistema dei rapporti commerciali e finanziari tra paesi in surplus (fondamentalmente Cina, Germania, Giappone, paesi del Medio Oriente) e paesi in deficit, in particolare Stati Uniti e Gran Bretagna, con riferimento anche alla situazione dei paesi poveri. Un sistema di relazioni fortemente squilibrato, come è prevalso sino a oggi, appare uno degli elementi centrali che hanno scatenato la crisi.

Non è più possibile accettare un sistema monetario internazionale centrato sull’egemonia quasi assoluta del dollaro; il grande privilegio che tale sistema conferisce a un solo paese non è più compatibile con l’ordinato sviluppo dell’economia del mondo e non rispecchia più il peso, in progressiva discesa, dell’economia statunitense rispetto a quella mondiale. Si dovrà andare, sia pure gradualmente, verso un sistema multipolare, centrato su di un paniere di valute, come di recente suggerito ad esempio da parte cinese.

Le istituzioni internazionali hanno rigidamente sostenuto il principio del libero movimento dei capitali. Ma esso rendeva molto difficile, soprattutto ai paesi più deboli, portare avanti piani di sviluppo adeguati per le loro economie, soggette al le erratiche e dispotiche volontà dei mercati finanziari. Bisogna ora ripensare a tutto il sistema (su questo tema si veda il testo di Epstein).

Bisogna riformare profondamente le istituzioni finanziarie internazionali, dal Fondo monetario, alla Banca mondiale, all’Organizzazione mondiale per il commercio (sulle istituzioni internazionali si veda il contributo di Tricarico).

Fondi pensione e banche centrali
Restano da indicare almeno due temi particolari. I fondi pensione hanno goduto di un’ampia libertà di intervento e hanno impiegato parti consistenti delle loro risorse nel l’acquisto di titoli azionari, nel gioco dei derivati, negli hedge fund, nei fondi di private equity, giocandosi sostanzialmente i soldi dei lavoratori al casinò. Per evitare che in futuro si mani festino ancora situazioni di questo genere sarebbe opportuno proibire a tali istituzioni la possibilità di intervenire, se non in misura molto limitata, in mercati e strumenti che presentino rischi rilevanti.

Dovrebbe essere messa in discussione la stessa opportunità di consentire l’esistenza di fondi pensione di carattere privato. Non si tratta forse di organismi con fondamenta per lo meno di scutibili, che pretendono di conciliare due obiettivi contraddittori, la protezione dei soldi dei loro aderenti e la speculazione? Le banche ordinarie sono state messe giustamente in stato di accusa per lo scoppio della crisi, ma tra i colpevoli ci sono al tri attori, tra i quali le banche centrali, i governi, le autorità di controllo.

Le banche centrali portano una grande responsabilità per l’espansione eccessiva del credito e per la formazione delle bolle verificatesi negli anni scorsi. La politica monetaria è stata gestita in modo fortemente asimmetrico: i tassi di interesse sono stati ridotti quando i prezzi degli asset diminuivano sui mercati, ma non sono stati aumentati quando invece essi aumentavano fortemente. Le banche centrali, in particolare quella degli Stati Uniti, mantenendo bassi i tassi di interesse, hanno contribuito ad alimentare la speculazione.

Il perseguimento degli obiettivi del mantenimento della stabilità dei prezzi, così come quello di equilibrio dei conti pubblici riducono fortemente lo spazio di manovra delle banche centrali. Bisognerebbe considerare, nella fissazione delle loro politiche, anche altri obiettivi, quali la crescita dell’economia, la redditivi tà delle imprese, l’andamento dell’occupazione, il livello dei debiti degli agenti economici; il loro ruolo dovrebbe essere quello di mantenere la fiducia nelle attività produttive, bloccando i meccanismi di creazione delle bolle speculative.



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TAGS sbilanciamoci crisi economica

22/06/2010 17:50

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