A causa delle leggi elettorali promulgate dalla giunta militare, il partito di opposizione del Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, come forma di protesta, rinuncia alle prime elezioni in venti anni
In ogni parte del mondo, decine di migliaia di esuli birmani celebrano in questi giorni, con dimostrazioni pubbliche e proteste, i 65 anni di Aung San Suu Kyi (compiuti il 19 giugno). Il coraggio, il forte carisma e la perseveranza della Signora, così come è stata soprannominata rispettosamente dai suoi sostenitori, hanno fatto di lei il Mahatma Gandhi e il Nelson Mandela di oggi. L'icona della reazione popolare e della resistenza civile all'oppressione.
Figlia del generale Aung San, eroe dell'indipendenza birmana dai britannici, Suu Kyi scese in prima linea nel movimento che sognava una rinascita democratica del paese. Dopo il golpe militare del 1962, nel '90 si tennero le prime elezioni libere in trent'anni. La Lega Nazionale per la Democrazia (National League for Democracy, NLD), partito d'opposizione guidato da Suu Kyi, conquistò all'Assemblea Costituente più dell'80% dei voti. Tuttavia, il Consiglio di Stato per la restaurazione della legge e dell'ordine (State Law and Order Restoration Council, SLORC) respinse i risultati elettorali, continuando a mantenere la dittatura militare. Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991, e altri membri del partito vennero arrestati. Da allora iniziò il suo personale calvario, che la costrinse a passare 14 degli ultimi 20 anni agli arresti domiciliari o in prigione.
La situazione politica e umanitaria del Myanmar (ex Birmania) continua ad essere difficile. La distruzione e le migliaia di morti causate dal passaggio del ciclone Nargis, nel maggio 2008, hanno messo in ginocchio il paese. Mentre nel 2007 ha destato sconcerto la repressione nel sangue della pacifica “Rivoluzione Zafferano” portata avanti dai monaci buddisti. In più, gli attuali sospetti di un programma nucleare clandestino, legato al regime totalitario della Corea del Nord, sollevano ulteriori preoccupazioni internazionali.
In questo clima la giunta militare ha annunciato le elezioni per il prossimo autunno. Eppure c'è da dubitare fortemente sulla libertà della contesa politica. In vista delle elezioni, infatti, e con la ferma condanna delle Nazioni Unite, la giunta ha cementato il proprio potere tramite leggi elettorali abusive, decise nel marzo scorso. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, i prigionieri politici in Birmania sono oltre 2 mila
Così, dopo il processo “farsa” subito da Suu Kyi nel mese di agosto dello scorso anno, continua per lei l'odissea che la isola dal mondo. Condannata ad ulteriori 18 mesi di arresti domiciliari, la sentenza di fatto la taglia fuori dalle prossime elezioni. Perché se i provvedimenti elettorali concedono anche all'NLD di presentarsi come principale partito d'opposizione, ciononostante si prevede che i membri condannati da un tribunale non possano comparire nelle liste.
A febbraio la Corte Suprema del Myanmar ha respinto l'appello di Suu Kyi, che chiedeva la fine degli arresti domiciliari. La detenzione la escluderà quindi dalla campagna elettorale. La Signora ha dunque fatto appello al popolo birmano affinché reagisca contro una legge definita “vergognosa”. Con reazioni contrastanti, il Consiglio Direttivo dell'NLD ha deciso all'unanimità di non partecipare alle elezioni politiche senza il loro leader, le prime dopo vent'anni. Boicottando le elezioni, il Nobel per la Pace ha così difeso il diritto del suo popolo al “non-voto”. Perché “come il popolo ha il diritto di voto”, ha dichiarato tramite il suo avvocato Nyan Win, “ha anche il diritto di non votare”.